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Io, imprenditore lombardo schiavo della ‘ndrangheta, dico: “Basta paura” – Carlo Avallone: milanese, è finito sotto processo per riciclaggio. Strozzato dalle cosche – Un giorno, in tribunale, si è ribellato: “Per recuperare la mia dignità di uomo, e per dirvi che è tempo di reagire”

“Buongiorno, sono l’uomo senza più paura”. La voce, al telefono, ha un certo suo piglio, accentuato da quelle curiose generalità, declinate senza fare sconti all’orgoglio. Un attimo di sconcerto, la memoria che prova a fare il suo lavoro, soccorsa dal chiarimento: “Sono l’uomo senza paura che ha raccontato su Sette di qualche mese fa: l’imprenditore C.A. che ha voluto riprendersi la dignità. Mi chiamo Carlo Avallone”.

IL PM IN AULA: “LE SUE PAROLE MI HANNO EMOZIONATO, HO I BRIVIDE PER IL SUO CORAGGIO”

Un passo indietro, primavera 2009. La Direzione Distrettuale Antimafia di Milano assesta un colpo “alla ‘ndrangheta che colonizza ormai la Lombardia e s’è infiltrata ovunque”, come continuano a spiegare investigatori e magistrati, lanciando un allarme sul quale in troppi prefersicono glissare, per quieto vivere e quieto affare, nonostante la criminalità – anche dal colletto bianco – si sia infilata in ogni dove: dai grandi appalti alle estorsioni di commercianti, dalle Asl provinciali fin dentro le amministrazioni comunali.

Si chiama “Bad Boys” l’operazione che nell’aprile di due anni fa – tra Legnano e Lonate Pozzolo – smantella le “locali” della mafia calabrese che farebbero capo al clan Rispoli, legato alla ‘ndrina di Cirò Marina. Cinquanta ordinanze di custodia cautelare.

Finiscono dentro, tra gli altri, Vincenzo Rispoli, 47 anni, ritenuto il capo a Legnano, e Nicodemo Filipelli, referente, sempre secondo l’accusa, di Lonate Pozzolo.

Ma pure imprenditori presi al cappio dall’usura.

E’ proprio dalle dichiarazioni di uno di loro, Augusto Agostino, oggi nel programma di protezione, che parte l’inchiesta.

Finisce al Bassone di Como anche Carlo Avallone, 56 anni, imprenditore milanese, che di Agostino era amico e in più occasioni è stato socio, con l’accusa di estorsione, rapina aggravata e riciclaggio con l’aggravante del “metodo mafioso”.

Accuse, oggi, tutte cadute, tranne quella di riciclaggio, reato per il quale il pm Mario Venditti, nel processo che si tiene a Busto Arsizio, ha chiesto per lui – rimesso in libertà il 25 febbraio scorso, in attesa di giudizio – quattro anni di reclusione.

Se non che, nel corso di quell’udienza, il pubblico ministero, oltre a chiederne la condanna, pronuncia anche un’altra frase all’indirizzo di Avallone: “Le sue parole mi hanno emozionato, ho i brividi per il coraggio che lei ha dimostrato”.

Cos’era accaduto? Bè, l’imputato aveva chiesto la parola e per cinquanta minuti non s’era fermato, mentre l’aula lo stava ad ascoltare in silenzio.

IL RACCONTO DI AVALLONE: “QUELLO CHE CHIAMAVO CORAGGIO DI AVERE PAURA, ERA SOLO IL MIO FALLIMENTO”

“Oggi ritengo di dover recuperare la mia dignità di uomo”, aveva attaccato. Raccontando, di seguito, i fatti sui quali fin lì aveva taciuto o era stato reticente, indicando nomi e date, spiegando di essere stato minacciato, lui e la sua famiglia, fuori e dentro il carcere. E di aver avuto paura (“qualcosa che blocca un uomo e lo rende impotente a qualsiasi reazione in difesa della propria dignità”), tanta paura.

“Ma oggi ho capito”, aveva spiegato l’imputato Avallone, “che quello che chiamavo coraggio di avere paura, altro non era che il mio fallimento”. E giù con una confessione-memoria, tutta a braccio, reclamata dalla voglia di riscatto dopo l’esperienza di due anni di reclusione (“un’esperienza che mi ha cambiato e dato forza”) e di lavoro nella cooperativa del centro stampa del carcere (dalle sue conversaioni con un altro detenuto è stato tratto il volume Liberi in carcere di Patrizia Colombo).

E poi dal bisogno di recuperare il rapporto con la moglie (“all’inizio il rancore e la rabbia che Cristina dimostrava, giustamente, nei miei confronti erano enormi: per me era come dover conquistare il K2 da scalatore alle prime armi>>) e la stima dei suoi due ragazzi: < l’uomo senza più paura e l’ha portata a scuola, finalmente fiera.

Chè è dura crescere con gli occhi e i giudizi addosso, di chi sa che tuo padre è in galera.

Ha spiegato il pm Ilda Boccassini, che ha portato alla sbarra a Milanogli imputati dell’inchiesta Crimine: “Non ci stanno pervenendo denunce anche se il fenomeno estorsivo e usuraio ci risulta continui”.

Ha lanciato un appello Giuseppe Pignatone, procuratore di Reggio Calabria: “La ‘ndrangheta è riuscita a colonizzare ampie zone della Lombardia, è necessaria una reazione della società civile”.

Ha chiesto Assolombardia: “Gli imprenditori devono denunciare per proteggere l’economia legale”.

Ecco allora che una storia complicata, come quella che Carlo Avallone ha raccontato a Sette, può servire a far aprire gli occhi a tanti imprenditori che finiscono nella rete delle ‘ndrine, ad assaggiare prima i tassi da usura e i prestiti&protezione, e poi le minacce, i pestaggi, le ritorsioni, gli attentati. Fino a consegnarsi mani e piedi alla paura.

“CHI SONO LO SCOPRI SOLO DOPO: MICA SI PRESENTANO CON LA PISTOLA, MA CON GIACCA E CRAVATTA, INCENSURATI”

“Lavoravo nel campo edile, pure con un certo successo. Mia moglie stava a casa e mio figlio suonava e suona ancora, quando può, in una band. Vivevamo bene. Prima che io finissi dentro, al Bassone, con l’azienda più grossa fallita e le altre bloccate. Oggi mia moglie si alza alle 4 e mezzo del mattino per andare a fare la magazziniera in un centro commerciale e mio figlio lavora in un parcheggio di tir. E io cerco di ricominciare, in attesa della sentenza.

Ecco come può cambiare la vita di un uomo e della sua famiglia, di un imprenditore qualsiasi finito nel giro sbagliato. E dire che mi illudevo, come tanti, di rimettere le cose e i conti a posto.

Come si finisce per legarsi a certa gente?

Intanto, chi sono davvero lo scopri solo dopo. Mica si presentano con la pistola, ma in giacca e cravatta, con aziende pulite, con vere realtà operative, incensurati e con tanto di certificazione antimafia. Chi hai davanti sul serio lo capisci quando è tardi.

La mia prima volta è stata quando, un giorno, mi trovo sotto casa una persona che mi vuol parlare.

Era il dicembre del 2006. Avevo preso in gestione con un socio un ristorante a Legnano, ma mi erano bastati due mesi per capire che i dati presentati al momento della cessione non erano veritieri. Perciò decisi di riconsegnare il locale: il contratto lo prevedeva, con un’eventuale penale che, però, non ero disposto a pagare per intero, visto che la situazione trovata non era delle più corrette.

Ed ecco, dopo due mesi di discussioni, che si presenta quest’uomo sotto casa mia: dice di essere un amico del proprietario che si è rivolto a lui per mediare.

Gli dico, guardi, ora devo andare, se vuole ci incontriamo: ma all’incontro con il ristoratore si presenta un tale che chiamerò X., che dice di essere suo socio e mi spiega che c’è questo problema da risolvere e che lorovogliono capire. Si presentano sempre così, loro: prima ti fan sapere di conoscere il tuo indirizzo, poi ti fanno un bel discorso legato all’amicizia, al valore della famiglia, al fatto che i figli sono importanti ed è importante che a loro non succeda niente. Discorsi non minacciosi in maniera esplicita, però”.

“TI SERVONO 300MILA EURO? METTONO LE MANI IN UN CESTO E TIRANO SU MAZZETTE DI SOLDI. TI FA IMPRESSIONE”

“Ed è a quel punto che ho sbagliato. Ad accettare di stare al gioco e di pagare, rateizzando, firmando un assegno circolare e delle cambiali. Dovevo denunciare e basta: tutto quello che è venuto dopo, non sarebbe successo. E così mi ritrovo X. o un altro tizio ogni mese in ufficio, per verificare che io possa pagare. E siccome ho bisogno di lavoro per la mia azienda di serramenti, loromi offrono anche quello, perchè X. è pure impresario edile e con tutti i documenti a posto.

E io sono obbligato a mentenere buoni rapporti con lui, perchè può capitare che un mese non ce la faccia a pagare. E’ così che il cappio si è stretto sempre di più; e quando mi sono trovato in difficoltà, ecco che ho scoperto la terza veste di quell’uomo e dei suoi amici: prima socio del ristoratore, che probabilmente aveva chiesto protezione, poi potenziale fornitore, e infine usuraio.

Sono rimasto allibito dalla lorocapacità economica. Mi servivano da un giorno all’altro 300mila euro per chiudere i conti? Andavo da loro e quelli mettevano mano a un cestino, tirando fuori mazzette come nulla fosse. Hanno in mano tutto, non puoi lavorare che con loro.

Almeno nel settore edile, quello che conosco io. Cominci gli scavi? Loro sanno già quando apre il cantiere e si presentano con un preventivo: presso ottimo, pagamento a 120 giorni, chi può competere con loro? Fai le verifiche e l’azienda risulta sempre pulita.

Passi alla muratura? Sono ancora più forti, tanto che se lavori in una certa zona e vuoi servirti dal tuo fornitore abituale, non puoi. Ed è lui che ti fa sapere che lì non può lavorare, perchè ci sono loroe non è il caso di mettersi in mezzo.

E se ti intestardisci, chissà come mai, arriva il blocco della licenza, visto che hanno gente infiltrata nei Comuni o ti arrivano continui controlli da parte dell’Asl. Finisci prigioniero del loro meccanismo in ogni caso.

E così, nell’autunno 2007, cominciano i problemi veri. Più lavoravo e più restavo fuori, scoperto, perchè l’amico Augusto non mi pagava, non sapevo che ormai era legato a loro, e io continuavo a farmi prestare soldi per pagare a mia volta i fornitori: alla fine ho versato quasi un milione di euro solo di interessi.

Ero nelle loro mani, e pure in quelle di altri strozzini, perchè i soldi non bastavano più. Quando mi hanno arrestato stavo recuperando, ero riuscito a vendere bene con delle operazioni immobiliari, ma ero fuori di 2-4 milioni con i fornitori. Dipendevo comunque dagli usurai, e loro lo sapevano bene. E mi tenevano sulla corda.

Quando ti minacciano, non è mica per recuperare i loro soldi, ma per dartene di più, per strozzarti meglio: loro guadagnano sul rinnovo del prestito, perchè i soldi sono gli stessi, ma aumentano gli interessi. E se tu hai chiesto 10mila è un attimo arrivare a doverne 50mila. E lo fanno con tutti, con quello a cui hanno prestato 2mila euro, e quello, come me, a cui offrono centinaia di migliaia di euro: fanno i ladri di galline e i grossi affaristi.

Si prendono tutto, si prendono tutti. E si sentono invincibili. Tanto che nel suo intervento, al processo, il pm Venditti ha spiegato come il signor X., nelle intercettazioni, si vantasse di tutto: parlava a ruota libera di soldi, di armi e di minacce. Si, si sentono come onnipotenti.

Pestaggi? Il mio amministratore è stato picchiato e solo perchè quel giorno non hanno trovato me. Sicchè ho dovuto subitorimediare, in mezz’ora, altri 150mila euro per non finir male. E’ una catena, passi da un usuraio all’altro.

Cos’era successo? Che finalmente avevo avuto, era il novembre 2007, un grosso finanziamento da una banca per saldare un pò di debiti, grazie a una donna broker, pagando la giusta percentuale. Lei mi aveva chiesto solo un favore: poter assumere il suo fidanzato che voleva venire a Milano a lavorare. Un calabrese. E io lo assumo come geometra, ma non mi sembra una persona delle migliori”.

“MI FA MIO FIGLIO: “QUANDO E’ CHE ESCI, CHE SI TORNA RICCHI?”. Lì HO CAPITO CHE STAVO PER PERDERE TUTTO”

“Fa un po’ troppo il prepotente, ma eccolo offrirsi di prestarmi 70mila euro quando devo pagare un fornitore e non ho la liquidità. Ma quando in marzo voglio saldare e liberarmi di lui, quello mi dice che quei 70mila euro sono diventati 300mila, altrimenti finisco male. Così arrivano le botte per l’amministratore. E via a farsi prestare altro denaro per potermi liberare di lui.

Uno che un giorno mi ha minacciato, e aveva X. accanto, si conoscevano naturalmente, di tagliarmi la testa. Cosa devo pensare se non che quel broker me lo avesse messo in casa, apposta, il suo fidanzato?

No, X. non mi ha minacciato di tagliarmi la teata, però mi ha ricordato gentilmente che fuori da certi locali, dove suonava mio figlio, può capitare come niente una rissa e magari spunta un coltello.

“Comportati da uomo”, mi ha ripetuto in carcere quando me lo sono trovato davanti all’ufficio matricola, il giorno dell’arresto: a me che ero disperato perchè mi sentivo vittima ed ero finito dentro con gli aguzzini.

“Comportati da uomo”, mi ha ripetuto quando me lo sono trovato in infermeria, e non doveva accadere perchè era un coimputato. “Comportati da uomo”, mi facevano sapere da radio-carcere. Altrimenti. E io di quell’altrimenti avevo paura. Per la mia famiglia, soprattutto. Così sono stato zitto, ho detto ma non tutto. Fino a quel colloquio con mio figlio.

Quel giorno, in visita, doveva venire anche mia moglie, ma c’era solo lui. Nel congedarsi mi fa: “Papà, quand’è che torni a casa, così torniamo ricchi?”. Voleva dire: guarda che viviamo male, stiamo soffrendo, la mamma fatica, io lavoro duro, è tutto cambiato.

Ma io da quella frase sono stato gelato. E ho pensato: se mio figlio non capisce ora e subito quello che deve essere capito, non capirà mai nulla. Se non faccio il padre adesso, non recupero la dignità e il mio fallimento è completo, anche quello educativo.

Ho deciso che dovevo dare un calcio alla paura e che dovevo farlo ad alta voce, davanti agli altri imputati, proprio lì in tribunale.

Credo che nell’udienza di quel 22 febbraio le frasi mi siano uscite dal cuore. All’inizio ero emozionato, ma poi ho trovato le parole. Perchè io non ritengo di aver commesso reati, ma qualcosa di più grave: di aver fallito come uomo.

E allora ho deciso finalmente di fare l’uomo, di “comportarmi da uomo”. Ma non come volevano loro, gli uomini d’onore.

E adesso mi sento bene. Ripartire è complicato, lo so, ma la lezione è servita. E oggi posso dire a tanti imprenditori non solo lombardi, anche se la Lombardia è la regione più ricca e più colpita dalla criminaltià organizzata, che la paura non paga. Che pensare di salvarsi dai debiti e magari dal fallimento, facendosi strozzare ogni giorno di più, porta dritti al Bassone. E l’imprenditore che non lo capisce è un coglione”.

“SE LE BANCHE CHIUDONO I RUBINETTI, FERMATEVI: MEGLIO IL FALLIMENTO DI UN’AZIENDA CHE DI UNA VITA”

“Non è vero che non se ne può uscire. Quelli che dicono “forse me la cavo” li prendono tutti. Invece, bisogna recuperare il motivo per cui facciamo gli imprenditori, creare reddito e offire lavore senza inseguire valori sbagliati, se no siamo come quelli che ci taglieggiano. Colpevoli come quelli che pensano di tenerci in pugno.

Certo, la prima sterzata deve darla il magistrato, ma non potrà fare molto di più se non cambia mentalità.

Si. Ho avuto paura: ho il coraggio di dirlo, senza vergognarmi. E penso che quella stessa paura blocchi tanti come me. Ma oggi so che la paura non porta da nessuna parte. I primi giorni di libertà mi guardavo sempre indietro, poi non più: sono fatalista ma anche convinto che non mi può succedere nulla.

Perchè, in realtà, ad avere paura oggi sono loro, perchè ogni “parola detta” va a scalfire la loro onnipotenza: vale, per loro, come dieci punti in meno in un colpo.

E poi bisogna potersi guardare allo specchio. Se le banche chiudono i rubinetti, meglio fermarsi e fallire, tanto il finale è lo stesso.

Lo so che è dura: fallire è lo spettro di ogni imprenditore, però meglio il fallimento di un’azienda che quello di una vita”.

Parola di Carlo Avallone, oggi “l’uomo senza più paura”.

di Cesare Fiumi

da Sette (settimanale del Corriere della Sera) del 26 maggio 2011

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