COSENZA – L’omicidio del giudice “scomodo”. Favorito da un diabolico patto stretto tra la ‘ndrangheta e cosa nostra. Un patto svelato da numerosi pentiti calabresi e siciliani ma smentito dalle pronunce dibattimentali. Un patto sul quale, però, è tornata ieri a parlare la figlia del togato trucidato in un caldo pomeriggio d’estate in una frazione di Villa San Giovanni. «Mio padre fu ucciso il 9 agosto del 1991 dalla ‘Ndrangheta su richiesta di Cosa Nostra, ma è solo una vittima del dovere e non della mafia, perchè nel 2005 il processo che doveva fare luce sul suo omicidio si è concluso con l’assoluzione dei mandanti». Rosanna Scopelliti, figlia di Antonino Scopelliti, sostituto procuratore generale presso la suprema corte di Cassazione, ha parlato con voce ferma durante un dibattito alla sesta fiera del consumo critico “Addiopizzo” tenuta a Villa Trabia, a Palermo.
«Da giudice mio padre avrebbe dovuto sostenere la pubblica accusa contro Cosa Nostra – ha dichiarato Rosanna – e così gli furono offerti 5 miliardi delle vecchie lire per corromperlo, perchè rivedesse la sua requisitoria contro i boss. Vent’anni dopo mi ostino a dire che la sua scelta di rifiutarli non fu eroica ma normale, perchè non si delega agli altri quello che tutti noi potremmo fare, è questo il motivo per cui detesto la parola “eroe”.
Io ho vissuto sulla mia pelle l’indifferenza della Calabria che dopo il suo omicidio è rimasta in silenzio – ha aggiunto Scopelliti –. Oggi in Italia sono 900 le vittime di mafia e il 70% dei familiari attende ancora giustizia, ma la cosa che più mi dà fastidio è che sul volto delle vittime di mafia possa essere scritta la sconfitta di uno Stato che non è stato capace di difenderli».
«A distanza di vent’anni dall’omicidio di mio padre, tra tante sofferenze che mi hanno costretto a fare i conti con la sua assenza già quando era in vita – ha concluso la figlia del magistrato – ho capito il suo insegnamento per cui sono orgogliosa di poter dire, al contrario dei figli dei boss, “io mi chiamo Rosanna Scopelliti”».
Antonino Scopelliti avrebbe dovuto sostenere la pubblica accusa in Cassazione contro gl’imputati condannati in primo e secondo grado a conclusione del maxiprocesso di Palermo. Alla sbarra c’erano i componenti della “cupola” mafiosa isolana, dominata dai corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano.
La sentenza passò successivamente in giudicato scatenando la reazione di “Totò u curtu” e “Binnu u tratturi” che scatenarono una campagna terroristico mafiosa per costringere lo Stato a scendere a patti.
Vennero assassinati i cosiddetti “referenti” delle cosche, l’europarlamentare Salvo Lima, esponente di spicco della Democrazia cristiana palermitana (marzo ’92) e l’esattore di Salemi Ignazio Salvo, ammazzato da un commando guidato da Leoluca Bagarella, cognato di Riina, il 17 settembre 1992.
L’attacco frontale scatenato da cosa nostra travolse pure i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nemici giurati dei corleonesi, assassinati nel maggio e luglio di quello stesso anno. Il delirio mafioso venne poi indirizzato contro le più importanti città del Paese con attentati dinamitardi compiuti a Firenze, Milano e Roma.
Le “bombe” fatte esplodere dalla mafia cagionarono numerose vittime (una intera famiglia nel capoluogo toscano) e danneggiarono importanti opere d’arte. Scampò per miracolo alla morte, in via Fauro, a Roma, pure il giornalista e conduttore televisivo Maurizio Costanzo.
Il primo “segnale” di questo cambio di marcia in direzione d’un attacco diretto alle Istituzioni ed al patrimonio artistico italiano fu tuttavia rappresentato – secondo la tesi sostenuta dalle Dda di Reggio Calabria e Palermo poi smentita processualmente – dall’agguato teso al giudice Antonino Scopelliti. Il magistrato, che nella sua lunga carriera s’era occupato del processo Moro, del sequestro dell’Achille Lauro, dell’attentato al treno rapido 104 e della strage di Piazza Fontana, veniva ritenuto «inavvicinabile».
Colpirlo avrebbe significato lanciare un sinistro “messaggio” d’avvertimento prima della discussione del maxiprocesso davanti alla Suprema Corte. Mai, tra l’altro, la ‘ndrangheta aveva colpito la magistratura. C’era un solo precedente e risaliva al luglio 1975 quando a Lamezia era stato ammazzato l’avvocato generale dello Stato, Francesco Ferlaino. Un altro delitto impunito.
In sintesi
La figlia del giudice Antonino Scopelliti ha fatto una serie di rivelazioni sulla tragica morte del padre durante un dibattito che si è svolto ieri a Palermo.
«Mio padre fu ucciso il 9 agosto del 1991 dalla ‘Ndrangheta su richiesta di Cosa Nostra, ma è solo una vittima del dovere e non della mafia, perchè nel 2005 il processo che doveva fare luce sul suo omicidio si è concluso con l’assoluzione dei mandanti.
Da giudice mio padre avrebbe dovuto sostenere la pubblica accusa contro Cosa Nostra – ha dichiarato Rosanna Scopelliti – e così gli furono offerti 5 miliardi delle vecchie lire per corromperlo, perchè rivedesse la sua requisitoria contro i boss.
Vent’anni dopo mi ostino a dire che la sua scelta di rifiutarli non fu eroica ma normale, perchè non si delega agli altri quello che tutti noi potremmo fare, è questo il motivo per cui detesto la parola “eroe”»
di Arcangelo Badolati
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