VIBO VALENTIA – La violenza criminale non molla la presa nel Vibonese, dove, ormai quotidianamente, si registrano attentati ed episodi intimidatori di varia natura, in una costante escalation della ‘ndrangheta, sempre più aggressiva e “padrona” del territorio. D’altronde sono i dati a parlare. Cifre e numeri che non sono fredde operazioni di calcolo, ma vite umane spezzate, imprese danneggiate, attività commerciali distrutte, amministratori prostrati, servitori dello Stato incapaci di reagire perché privi di strumenti, uomini e mezzi.
In un territorio che ha l’esigenza di ripartire proprio da legalità e sicurezza per creare sviluppo economico e occupazione.
«A fronte di ciò, e delle esplicite promesse del ministro della Giustizia in occasione di un incontro con i capi degli uffici giudiziari calabresi nel gennaio 2010 di ritenere prioritari gli interventi per il sistema giudiziario calabrese rispetto a qualsiasi altra questione concernente gli uffici giudiziari del Paese, si riscontra presso gli uffici giudiziari dei distretti di Catanzaro e Reggio Calabria un’impressionante penuria di mezzi e personale amministrativo, per tacere dei permanenti vuoti nell’organico dei magistrati e del perdurante (ed assurdo) divieto normativo di impiegare i colleghi non ancora in possesso della prima valutazione di professionalità in attività monocratiche penali».
Parte da questa premessa Fabio Regolo, giudice presso il Tribunale di Vibo (Sezione fallimentare) e segretario di “Magistratura democratica” nel distretto di Catanzaro, che scende in campo dopo la dura presa di posizione del procuratore Mario Spagnuolo per sottolineare quanto sia difficile operare in tale situazione.
Il Tribunale cittadino, infatti, dispone solo di una Fiat Punto da utilizzare sia per consentire ai Gip di recarsi alla Casa circondariale, per effettuare gli interrogatori, che per il trasferimento di atti dalla sede centrale ad altra sede in cui sono dislocati parte degli uffici. E ancora per la frequente trasmissione degli atti a Catanzaro per i giudizi d’appello e per i riesami personali; per gli impegni istituzionali del presidente (tra cui le visite periodiche agli uffici del giudice di pace del distretto per porre in essere i compiti di vigilanza) e per qualsiasi altra incombenza d’ufficio.
E questi sono solo alcuni degli esempi, che per Regolo, danno solo in minima parte il senso delle condizioni di precarietà in cui sono costretti a lavorare i magistrati vibonesi. Addirittura, in alcune mail di suoi colleghi – fa notare ancora il giudice del Tribunale cittadino – si legge di carta “rimediata” tramite concessioni dei vari Consigli dell’Ordine.
A questo punto la domanda sorge spontanea: «Da strutture ridotte in queste condizioni come si può pretendere di ottenere il massimo di efficienza e di risposta alle necessità giudiziarie palesate dalla collettività?».
“Una logica perversa sembra guidare l’atteggiamento del mondo politico nei confronti della magistratura. Con colpevoli omissioni si favoriscono le difficoltà per poi accusarla di inefficienza e di errori; si gioca al ribasso con la giustizia per renderla invisa ai cittadini, si costringono i magistrati, lasciandoli soli, ad impegnarsi e a spendersi in prima persona per poi accusarli di protagonismo.
Viene da chiedersi se la classe politica non voglia liberarsi dal controllore più scomodo non solo ingabbiandone i poteri, ma soprattutto facendolo apparire all’opinione pubblica come il vero responsabile di ogni disservizio”.
Queste parole, scritte dal magistrato calabrese Antonino Scopelliti ucciso dalla mafia nel 1991 e rispolverate da Regolo, danno l’agghiacciante sensazione di come rispetto a dieci anni or sono la Calabria e il Vibonese siano ancora stretti nella morsa criminale che, al contrario di Istituzioni e Autorità giudiziaria, dispone di mezzi e strumenti tali da poter continuare tranquillamente ad allargare il suo giro d’affari.
Per cui «diventa davvero intollerabilmente amaro, secondo il magistrato vibonese, dover usare le parole di Scopelliti come chiave di lettura di un presente sconvolgente, in cui si apprende della preparazione in fase avanzata di un attentato contro Vincenzo Luberto della Distrettuale di Catanzaro, oppure delle minacce, durante un’udienza in Corte d’Appello a Palmi, da parte di un detenuto al 41 bis al pm Roberto di Palma».
Forse, per Regolo, a questo punto, è il caso di cominciare (o riprendere) a parlare di tutto ciò con i cittadini che sembrano tornati ad essere popolo e non massa di consumatori e magari si riuscirebbe a far comprendere meglio il bistrattato mondo della giustizia fatto di uomini in carne e ossa, con le loro debolezze e i loro errori, ma anche con il loro impegno quotidiano in nome di un ideale di giustizia, vera, concreta, sostanziale, che non resti lettera morta, ma diventi applicazione costante dei precetti costituzionali. Magari anche riuscendo a spazzare via i tanti falsi luoghi comuni che vengono continuamente propinati.
In sintesi
Dopo la dura presa di posizione del procuratore Mario Spagnuolo, a scendere in campo è il giudice del Tribunale, Fabio Regolo, segretario di “Magistratura democratica” nel Distretto di Catanzaro, e lo fa con una denuncia pesante e con dati alla mano.
A fronte delle promesse del ministro della Giustizia, attualmente, i distretti di Catanzaro e Reggio hanno penuria di mezzi, strumenti e personale. Il tribunale di Vibo, per fare un esempio, dispone solo di una Fiat Punto.
di Vittoria Sicari
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