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“Lea, mia madre coraggio contro le ‘ndrine” – La donna è stata sciolta nell’acido fuori Milano. La figlia: “Sarò testimone di giustizia” – Domani inizia il processo: imputati, il padre di Denise e gli zii

Denise Cosco ha diciotto anni e vive nascosta in una località segreta, sotto protezione. Sua madre, Lea Garofalo, ex collaboratrice di giustizia, fu rapita nel centro di Milano la sera del 24 novembre del 2009 e sparì per sempre. Domani a Milano inizierà il processo contro i presunti assassini di Lea. Sul banco degli imputati il padre di Denise, Carlo Cosco, gli zii paterni Vito e Giuseppe e tre uomini del loro entourage accusati di aver rapito, interrogato, ucciso e sciolto nell’acido la donna. Denise ha deciso di testimoniare al processo e si è costituita parte civile. Seguendo l’esempio di sua madre, onorando il suo progetto di voler cambiar vita, ha scelto di essere una testimone di giustizia. “Chi ha ucciso mia madre deve pagare, solo allora mi sentirò libera per ricominciare”.

Lea aveva solo 36 anni. Sembravano sorelle. Le immagini di una telecamera le ritraggono insieme, per l’ultima volta, quella sera del 24 novembre. A Milano, in Corso Sempione, poco distanti dall’Arco della Pace. Denise e sua madre, mano nella mano che aspettano l’arrivo di Carlo Cosco, padre ed ex compagno.

Non immaginano che è una trappola, un delitto deciso a tavolino in una pizzeria del milanese. Lea ha portato Denise a Milano convinta di dover discutere con il padre il futuro scolastico della figlia. Una scusa: Denise viene accompagnata dai parenti di Cosco in Via Montello, la madre resta in strada ad aspettare il ritorno dell’ex compagno. Da quel momento di Lea non ci sono più notizie.

Dalla ricostruzione che fanno gli inquirenti la donna sarà interrogata e uccisa in un capannone della periferia milanese e poi sciolta nell’acido in una terreno vicino Monza. Lea Garofalo doveva pagare con la vita la sua collaborazione con i magistrati, colpevole di aver infranto la regola dell’omertà mafiosa.

La donna era entrata nel programma di protezione per i collaboratori di giustizia nel 2002, portando con sè la piccola Denise. Anni nascosta con la figlia in una località segreta, dopo avere raccontato ai magistrati tutto quello che sapeva sull’attività del marito, lo spaccio di cocaina nel milanese, le faide familiari di Petilia di Policastro, gli omicidi per il controllo del territorio nel centro di Milano.

Lea conosceva molti segreti. Suo fratello, Floriano Garofalo, uno dei capiclan di Petilia Policastro, era stato ucciso in un agguato nel 2005 e Carlo Cosco godeva della sua protezione da quando la relazione con Lea e la nascita di Denise avevano consolidato un vincolo familiare.

Ma a fare da sfondo alla collaborazione di Lea non ci sono solo le storie delle faide della piccola frazione del Crotonese. C’è il traffico di stupefacenti che parte dalla Calabria e arriva a Milano, ci sono gli omicidi per il controllo del territorio. Ed è proprio a Milano, in viale Montello n.6, che alla fine degli anni ’80 cominciano ad arrivare alcune famiglie legate al clan Garofalo.

Anche Carlo Cosco, con Lea e Denise, si trasferisce nel palazzone al centro di Milano. Quello che la donna vede e ascolta in quell’appartamento, lo racconterà poi ai magistrati. Lea sa bene quale prezzo si paga quando una donna spezza i fili dell’omertà della famiglia ma vuole per sua figlia una vita normale, quella che lei non ha mai avuto.

Il 31 luglio 2002 le due donne scompaiono ed entrano nel programma di protezione. Altri nomi, un’altra città, una casa nuova, un lavoro e tanto coraggio. Le difficoltà sono tante, le due donne sono sole. Lea non sente più sua madre, non può più telefonare alla sorella. Lea continua a raccontare quello che sa ai magistrati ma nel 2006 il sistema di protezione le viene revocato perché l’apporto dato con le sue dichiarazioni non era stato significativo. Una sentenza del Consiglio di Stato salva le due donne e le fa rientrare nel programma ma per Lea è un duro colpo, un episodio che incrina il rapporto di fiducia che aveva riposto nello Stato, nelle istituzioni.

Nell’aprile del 2009 decide all’improvviso di rinunciare volontariamente a ogni tutela e torna con Denise a Petilia Policastro. Poi la svolta: si riavvicina all’ex convivente e si trasferiscono insieme a Campobasso, la località nella quale aveva vissuto sotto protezione. Per Lea non c’è più scampo. La convivenza dura poco ma le due donne restano nella casa a Campobasso.

Il 5 maggio, per un guasto alla lavatrice, si presenta un sedicente idraulico. Dentro la borsa, al posto degli attrezzi corde e nastro isolante per tapparle la bocca e portarla via. Per strada è già pronto il furgone prestato dai cinesi e 50 kg di acido. Il piano fallisce. Lea e Denise riescono a metterlo in fuga.

Nell’ordinanza di custodia cautelare che aprirà le porte del carcere a Carlo Cosco e i suoi compagni il 18 ottobre 2010 il gip spiega che già in quell’occasione Lea doveva morire sciolta nell’acido in una masseria del barese. Quel piano sarà portato a compimento la notte del 24 novembre.

Denise ricorda il viaggio con il padre, uno zio e un amico che la riportano in Calabria due giorni dopo la scomparsa della madre. “Io seduta dietro continuavo a piangere, ricordo che loro, parlando e chiacchierando ridevano a voce alta”. Denise si ferma a casa della zia Marisa, sorella di Lea. La controlla un uomo del padre che poi finirà in carcere.

Nell’aprile del 2010 prova a scappare ma è costretta a rientrare. La zia è impaurita per i toni minacciosi dei Cosco che chiedono dove sia andata la ragazza. In un sms intercettato dagli investigatori Denise scrive alla zia:”Ma che devo fare così fanno fuori pure me! Devo stare zitta e basta”.

Denise rientrerà a Paglierelle per l’ultima volta. Il diritto ad avere una vita normale l’ha convinta ad essere testimone. Non sarà sola: con lei si costituiranno parti civili la zia Marisa e sua nonna, la provincia di Crotone, la regione Calabria che le ha destinato una borsa di studio e, speriamo, anche il comune di Milano.

“Ho una grande speranza e la ripongo in questo processo. Il mio progetto è di ricominciare a studiare…”, ha detto Denise.

di Michela Gargiulo

da ilfattoquotidiano.it

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