PAOLA (CS) – Che fine ha fatto il processo sul crac dell’Istituto Papa Giovanni? Il rito ordinario si sta regolarmente svolgendo a Paola, tanto che il 13 luglio sarà monsignor Giuseppe Agostino – vescovo della diocesi di Cosenza-Bisignano ai tempi dello scandalo che ha travolto la struttura sanitaria di Serra d’Aiello – ad essere atteso dalla corte in qualità di testimone. Ma il giudizio d’appello, quello riservato agli imputati che si sono avvalsi del rito abbreviato, non è ancora cominciato. Anzi, la sua data d’inizio non è stata nemmeno fissata dal competente Tribunale di Catanzaro. Eppure, dal termine di quell’udienza preliminare è passato più di un anno e mezzo.
Il 6 novembre del 2009, infatti, il gup paolano Maria Luisa Arienzo condannò l’ex presidente del consiglio d’amministrazione del Papa Giovanni, don Alfredo Luberto (7 anni di reclusione); l’ex direttore sanitario della struttura, Mario Carpino (4 mesi); Aurora Morelli e Bernardino De Simone (entrambi a 4 mesi); Renato Cuconato (un anno). Patteggiarono invece la pena Giorgio Bianchi (2 anni) e Michelangelo Leo (un anno e quattro mesi). Furono infine prosciolti l’avvocato Antonio Pacillo e i fratelli Paolo e Alberto Morace.
L’imputato eccellente è proprio don Alfredo Luberto, accusato di associazione a delinquere, truffa, falso e appropriazione indebita, reati tutti perpetrati ai danni dall’Istituto sanitario che oggi – come dimostrato nelle scorse settimane dai reportage del corrispondente di “Gazzetta del Sud” Ernesto Pastore – versa in uno stato di totale abbandono.
La struttura, che ospitava 360 degenti, persone per la gran parte affette da gravi disturbi psichici, era stata posta sotto sequestro esattamente quattro anni fa e successivamente chiusa in via definitiva per gravi carenze igieniche e mancanza di fondi economici.
Mentre il degrado e il crac finanziario affondavano il “Papa Giovanni” e i suoi sfortunati ospiti ormai privi addirittura delle medicine, gl’inquirenti hanno accertato che il sacerdote si concedeva lussi da nababbo. Come una residenza (poi sequestrata) nel pieno centro di Cosenza, arredata con mobili d’antiquariato, tendaggi raffinati, posate in argento, una palestra e perfino un bagno con idromassaggio. “Gingilli” che, secondo l’allora pm Facciolla, don Luberto s’era procurato grazie alla distrazione dei fondi destinati ai degenti.
Dopo quella sentenza, tuttavia, i guai giudiziari del sacerdote non sono cessati. Nell’aprile del 2010, don Alfredo Luberto è finito sott’inchiesta per la seconda volta. In questa circostanza è accusato di truffa, un raggiro da un milione e ottocentomila euro commesso ai danni dei pazienti del “Papa Giovanni”.
Il religioso avrebbe fatto figurare questa cifra nei pagamenti per i servizi di stireria e lavanderia dell’Istituto di Serra d’Aiello. Altra contestazione mossa nei confronti di don Luberto dopo la condanna è quella di aver utilizzato 371.000 euro, somma relativa alla cessione del quinto dello stipendio dei dipendenti della casa di cura in favore di alcune società finanziarie. Quelle stesse società, però, non ricevettero mai il denaro che gli spettava.
Don Luberto s’è sempre proclamato innocente. Se l’avvio del processo d’appello dovesse continuare ad essere rimandato, anche lui rischierebbe di diventare una delle vittime.
di Fabio Melia
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