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Sequestrati i pozzi della Legnochimica – Sotto chiave sono finiti tre invasi e il “Canale” le cui acque sono risultate inquinate da metalli pesanti come l’alluminio, il ferro e il manganese – Indagato il liquidatore dell’azienda, esclusa la contaminazione degli ortaggi coltivati nei terreni vicini

COSENZA – Il vecchio gigante non ansima, non respira più, è lì morto e sepolto nel cimitero industriale di contrada “Lecco”. Eppure i suoi veleni inquinano ancora l’acqua dei suoi laghi di decantazione e la falda freatica che scorre nelle viscere della terra. Acqua scura, contaminata da metalli pesanti come Ferro, Alluminio, Manganese, Arsenico, Cromo, Nichel, Cobalto e Piombo. Acqua fetida e schiumosa che sputa bolle di gas puzzolente. Miasmi che infettano l’aria di questo grande comprensorio industriale. Ma dentro quel recinto metallico un tempo c’era la vita e c’era soprattutto il pane dei cosentini.

La Legnochimica era tutto, era occupazione per quasi mille persone, la più grande realtà produttiva della provincia, la “Fiat” di Cosenza.

Erano gli anni Ottanta, l’età dell’oro per questa fabbrica, del sogno industriale che si realizzava con la produzione di pannelli che finivano sul mercato nazionale. Oggi della Legnochimica restano le paure di chi vive a contrada “Lecco”, paure che, in parte, sono state confermate dalla relazione del professor Gino Mirocle Crisi, il superperito che la Procura guidata da Dario Granieri ha incaricato per accertare i pericoli di contaminazione per l’ambiente e per i residenti.

Dall’articolato rapporto di uno dei cattedratici di punta dell’Unical, emergerebbe la grave situazione d’inquinamento dei laghi di decantazione. Un dossier che ha spinto l’autorità giudiziaria a intervenire. E così, ieri, gl’investigatori della Municipale di Rende hanno eseguito il decreto di sequestro preventivo firmato dal procuratore aggiunto Domenico Airoma e dal pm Giuseppe Casciaro.

Sotto chiave sono finiti tre pozzi e il “Canale” le cui acque sono risultate fortemente contaminate. Il decreto è stato notificato al sessantaquattrenne Palmiro Pellicori. Il professionista risultata indagato, insieme a persona da identificare, perchè, prima da rappresentante legale dell’azienda e poi da liquidatore, avrebbe consentito lo sversamento delle acque provenienti dai processi di lavorazione industriali all’interno dei laghi che non sarebbero stati impermeabilizzati favorendo in questo modo l’inquinamento della falda acquifera.

Alle persone da identificare, invece, viene contestato l’immissione d’un agente inquinante, il tetracloetilene, nelle acque destinate all’alimentazione, all’interno di uno dei tre pozzi sequestrati. Un veleno che non sarebbe riconducibile alla “Legnochimica”.

Il professor Crisci, col suo dettagliato studio, ha accertato che la falda acquifera, «sotto e in prossimità dei bacini artificiali», risulta gravemente contaminata, anche in profondità. Un «significativo inquinamento» che, col tempo, si sarebbe allargato verso i pozzi che vengono alimentati proprio dalla falda infetta, presentando valori da dieci a cento volte superiori ai limiti imposti dalla legge.

Gli esiti delle analisi chimiche sulle acque utilizzate per irrigare gli orti della zona, per abbeverare per gli animali da macello, per l’alimentazione e per l’irrigazione dei fondi agricoli appartenenti al consorzio di bonifica, hanno rivelato la presenza di metalli pesanti (in particolare Alluminio, Manganese e Ferro) potenzialmente dannosi per la salute.

Ipotesi allarmante che ha spinto la magistratura a valutare la situazione all’interno di un’area che è quattro volte più grande del perimetro dell’ex Legnochimica. Il procuratore aggiunto Airoma e il pm Casciaro hanno cercato veleni negli ortaggi prodotti in quelle campagne.

Una indagine che, fortunatamente, ha fornito esiti rassicuranti: i pomodori di contrada “Lecco” non hanno assorbito particelle nocive. L’agricoltura è salva. I consumatori che da anni si nutrono con gli ortaggi di contrada Lecco, pure.

di Giovanni Pastore

da gazzettadelsud.it

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