COSENZA – I “conquistatori” calabresi. Emigrati dall’ultima regione dello Stivale per cercare fortuna in paesi lontani e divenuti, con il trascorrere degli anni, stelle di prima grandezza della criminalità organizzata mondiale. I loro nomi s’incrociano sinistramente a tutte le latitudini: dall’Europa agli Stati Uniti, dal Canada all’Australia. Riscoprire queste figure è utile per comprendere come la ‘ndrangheta abbia sempre potuto contare – prima d’essere unanimemente riconosciuta come una delle associazioni criminali più forti del mondo – su complicità e appoggi significativi in tutto il Pianeta.
Cominciamo da Giacomo Colosimo, detto “Big Jim” per la possenza fisica, che è stato il “signore” di Chicago prima dell’avvento di Alphonse Capone. Colosimo, diventato il più potente padrino dell’Illinois del primo ventennio del Novecento, impazziva per la lirica. Per seguire tenori e soprani era capace di lasciare qualsiasi affare. Mollava tutto e correva al Teatro dell’Opera di Chicago dove aveva un palco fisso.
Quando il suo amico Enrico Caruso si esibiva a New York, “Big Jim” raggiungeva il Metropolitan, percorrendo centinaia di chilometri in treno. La ferocia che lo contraddistingueva nella gestione di bische, racket e prostituzione si scioglieva al suono delle arie di Puccini.
Giacomo Colosimo, aveva lasciato il suo paese d’origine, Colosimi, a 24 anni per raggiungere il padre, Luigi, emigrato prima di lui negli Stati Uniti. “Big Jim” fu il primo capo di Al Capone, detto “Scarface”, re del contrabbando di alcolici in epoca di proibizionismo. Colosimo sbarcò in America nel 1895 e dopo aver fatto il garzone in una macelleria e lo spazzino decise d’imporsi al mondo con l’astuzia e la violenza.
Agli americani offrì bordelli di lusso, ristoranti alla moda, gioco d’azzardo, tabaccherie raffinate ed i primi ostelli del piacere del mondo. Nel primo decennio del Novecento era uno degli uomini più ricchi degli States, temuto e rispettato dalla comunità italo-americana e stretto alleato del capo dei capi, Frank Yale di New York. Sempre elegante, portava ai polsini e alla cravatta splendidi diamanti che collezionava con pazienza certosina.
Il suo ristorante più famoso era il “Colosimo’s caffè” dove il boss s’aggirava per i tavoli, di sera, consigliando ai facoltosi clienti le ricette dello chef italiano più famoso di quegli anni, Antonio Caesarano, che aveva ingaggiato facendogli un’offerta che non avrebbe mai potuto rifiutare. La passione per i diamanti, che portava sempre con sé dentro un sacchettino, indusse i picciotti a chiamarlo “Jim diamond”.
Quando qualcuno tentò di dargli fastidio nella ormai sua Chicago, Colosimo fece arrivare da Coney Island il nipote, Johnn Torrio, che divenne il suo vice. Insieme resero la “famiglia” invincibile e ricchissima eliminando dalla scena tutti i possibili rivali e corrompendo i poliziotti troppo curiosi che cercavano di mettere il naso nei loro affari.
Per essere ancora più forte Torrio fece venire da New York anche un suo vecchio amico d’infanzia, Alphonse Capone, d’origine napoletana, un uomo spietato e furbo come una faina. Nonostante le grandi ricchezze accumulate e il prestigio criminale raggiunto, “Big Jim” mostrò tuttavia, ormai cinquantenne, d’aver perso smalto e lucidità per via d’un imprevisto innamoramento. Perse infatti la testa per una attrice di 19 anni, Dale Winter.
La “cotta” per la giovane artista lo rese agli occhi dei componenti della sua banda sempre più rammollito e distratto. Il padrino non si interessava più del business e trascorreva le giornate nel lusso sfrenato tra alberghi, ristoranti e continui viaggi. Fu per questo che il nipote, Johnn e il suo braccio destro, Al Capone, decisero – con l’avallo del vecchio Frank Yale – di levarlo dai piedi.
Nel pomeriggio dell’11 maggio 1920, il calabrese morto di fame partito da Colosimi che aveva poi conquistato Chicago, lasciò il suo sontuoso appartamento per recarsi al suo più noto ristorante sulla South Wabash. Alla guida dell’auto c’era il fedele autista Woolfson. Entrò nel locale, attraversò la sala da pranzo principale, ed entrò anche in cucina per chiedere allo chef Caesarano se per caso l’avesse cercato qualcuno e, poi, si mise al telefono.
Pochi minuti dopo s’udirono due colpi di pistola: “Big Jim” venne trovato senza vita davanti all’apparecchio telefonico. Erano le 16,25. Per il delitto vennero sospettati Torrio e Capone contro i quali, però, non furono trovate dalla polizia prove evidenti di colpevolezza. La leggenda del cosentino padrone dell’Illinois si concluse così. Tragicamente.
Pochi anni dopo un altro calabrese, Frank Costello, avrebbe conquistato l’America. Francesco Castiglia, partito da Lauropoli nel 1896, era carismatico, azzimato e cinico: nel suo ruolo di “primo ministro” di Cosa nostra, stringeva mani, sorrideva, distribuiva pacche sulle spalle e poi decideva della vita e della morte di migliaia di persone.
Costello legò le sue fortune criminali a uomini del calibro di Salvatore Lucania (Lucky Luciano), Meyer Lansky, Bugsy Siegel, Albert Anastasia (calabrese come lui, era di Tropea), Joe Bonanno, Thommy Lucchese, Joe Profaci, Joe Adonis. Le vite di questi uomini condizionarono l’America degli anni Venti e Trenta del Novecento.
Nel 1930 il comando delle “famiglie” newyorchesi venne assunto da Salvatore Maranzano, un siciliano ch’era però percorso da una incipiente megalomania. Proprio per questo, un anno dopo, venne eliminato da Lucky Luciano che assunse la guida dei “picciotti” sparsi per l’America e fondò la “Commissione” della quale vennero chiamati a fare parte tutti i “capi” delle famiglie statunitensi.
Frank Costello divenne, da quel momento, il suo braccio destro, il “consigliere” più fidato e ascoltato del “godfather”. Frank e Lucky presero in affitto una suite del Walford Astoria che divenne la sede operativa della mafia americana. Al boss nato a Lauropoli vennero affidati gli affari più delicati: i rapporti con i politici, gli artisti, l’investimento dei capitali illeciti accumulati con il gioco d’azzardo, la gestione dei sindacati, le estorsioni.
Costello, sempre elegante, raffinato e con il Borsalino perennemente in testa, ebbe l’intuizione di creare una città del gioco a Las Vegas. Le “famiglie” investirono molto denaro su suggerimento di un ebreo: si chiamava Bugsy Siegel. Il “socio” di origine israelita, tuttavia, dopo aver promosso – con l’avallo di Costello – la costruzione di hotel e casinò s’impossessò di un milione di dollari e venne ucciso. La gestione della “città del gioco” passò, pertanto, interamente nelle mani del calabrese di Cassano.
Il “Primo ministro” della mafia, intanto, prese pure a coltivare rapporti con uomini dello spettacolo come Frank Sinatra e Dean Martin cui offrì protezione e aiuto ricevendo, in cambio, incondizionato appoggio con concerti e spettacoli in occasione del lancio di piccoli e grandi locali realizzati con i capitali illegali. Costello nella sua attività di fine tessitore di rapporti con il mondo istituzionale fu tanto bravo da “controllare” persino Edgar Hoover, temutissimo capo dell’Fbi, e a tenerlo lontano dalle “famiglie”.
Il trucco? Dava in anticipo al responsabile del Bureau, i nomi dei cavalli vincenti alle corse. Hoover, infatti, era un incallito scommettitore. Sempre a Costello si deve l’idea di creare a Cuba, dove governava il dittatore corrotto Fulgencio Battista, una nuova Las Vegas. Il pianò fallì a causa della rivoluzione castrista. L’intelligenza del “Primo ministro”, però, dava fastidio. Qualcuno perciò decise, nel 1957, di metterlo fuorigioco. Era diventato troppo potente e Vito Genovese ne ordinò la soppressione.
Contro il padrino di origine calabrese aprì il fuoco Vincent “the Chin” Gigante, che tuttavia fallì clamorosamente il bersaglio. Costello venne ferito solo di striscio alla testa. Morirà di morte naturale, come i veri grandi boss, nel 1973. Sovrapponibile alla sua è l’esistenza di Albert Anastasia, nato a Parghelia, divenuto capo negli anni ’30 della “Anonima omicidi” newyorchese e, per un breve periodo, capo dei capi di Cosa nostra americana.
Origini calabresi avevano anche Robert Trimboli, padrone del narcotraffico in Australia e Peter Callipari, punto di riferimento della ‘ndrangheta in Oceania e amico di politici e ministri. Importante il ruolo assunto in Canada dapprima da Rocco Perri, contrabbandiere di superalcolici durante il Proibizionismo e, successivamente (negli anni ’60 e ’70) da Vic Crotoni e Paul Violi, il primo originario di Mammola, l’altro di Sinopoli, assurti al ruolo di padrini della criminalità organizzata italo-canadese a Montreal e stretti alleati della “famiglia” Bonanno di New York.
di Arcangelo Badolati
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