COSENZA – È una ‘ndrangheta decimata dai pentimenti e dalle operazioni di carabinieri e polizia. In questi ultimi anni, tanti boss sono finiti in cella insieme a molti dei loro reggipanza. Ma più malacarne sbattono dentro, più ne spuntano di nuovi. La malapianta continua a germogliare offre tenaci virgulti, sempre nuovi, sempre più giovani, sempre meno noti. I clan cambiano pelle, si rinnovano, ma non modificano la loro politica finanziaria. E continuano a gonfiare le loro casse con i proventi della droga e delle “mazzette”.
Sono proprio queste le tre voci più attive dei bilanci della ‘ndrangheta che impone la sua legge con la forza delle intimidazioni. L’ultima, ai danni d’una ditta di costruzioni, è recente. Gli operai che stanno lavorando alla ristrutturazione d’un palazzo in via Panebianco hanno trovato, ieri mattina, alla riapertura del cantiere, due cartucce attaccate ad una impalcatura metallica e hanno immediatamente avvisato l’imprenditore che, a sua volta, ha informato la polizia. Sul posto, gli agenti hanno repertato le munizioni e sentito i carpentieri e il titolare della ditta. Nessuno, però, ha saputo fornire utili elementi per le indagini.
È uno dei tanti fascicoli che si aprono contro ignoti che nella maggior parte dei casi restano tali anche alla chiusura delle indagini. È così che va avanti il “sacco” di Cosenza. Le ‘ndrine continuano a dissanguare gli operatori economici della città e della sua area urbana. Commercianti, piccoli imprenditori e costruttori continuano a pagare e pagare e ancora pagare quelli che immancabilmente si presentano a riscuotere o a minacciare.
Pagano tutti, qualcuno prova a resistere ma finisce per arrendersi. È così che vanno le cose da queste parti. E la crisi internazionale o la pressione fiscale non c’entrano, qui le attività produttive sono costrette a pagare una tassa aggiuntiva. È l’accisa imposta dai clan, un’aliquota supplementare che finisce per sconquassare i bilanci delle aziende locali. Qualcuna tiene, qualche altra resiste per un po’ prima di sparire, seppellita dai debiti.
Loro, i mafiosi, lo chiamano il “fiore” per gli “amici” e tutti devono contribuire. Così i boss diventano sempre più ricchi e potenti col sudore di chi si spacca la schiena lavorando anche 10-12 ore al giorno. Qualche tempo fa, il leader di Confesercenti, Mimmo Bilotta, sostenne che il 70% delle attività economiche e produttive di Cosenza e della sua area urbana paga la “mazzetta”. I negozi compresi nel restante 30% o fanno già parte del patrimonio della ‘ndrangheta o si ritrovano con le saracinesche sforacchiate dai proiettili.
E, sempre ieri, i carabinieri del Radiomobile, guidati dal maresciallo Domenico Lio, hanno recuperato in un terreno di via Lanza, una traversa di via Popilia, un fucile a canne mozze con manico ridotto e tredici cartucce a piombo misto. Sarebbe stato abbandonato poco prima di mezzogiorno da due giovani in moto. Un’arma in dotazione ai clan locali e sulla quale verranno condotti accertamenti balistici su disposizione del pm Paola Izzo che ha assunto la direzione delle indagini.
Sembrerebbe che la “lupara” sia dotata di matricola ma che non risulti nei cataloghi nazionali. Dunque, potrebbe essere un “pezzo” importato dalla criminalità organizzata attraverso i tradizionali canali dell’Est europeo. Ma si tratta solo di ipotesi. Una delle tante al vaglio degl’inquirenti che stanno, pure, cercando di capire a cosa doveva servire quel fucile.
di Giovanni Pastore
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