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L’aereo trovato in Sila, la verità sul Mig negli archivi dei servizi libici – La carcassa del velivolo venne scoperta il 18 luglio del 1980. Il giudice Priore ritiene che fosse coinvolto nella strage di Ustica – La testimonianza del primo cronista arrivato sul posto e la perizia medico-legale fatta sparire per sempre

COSENZA – Segreti inconfessabili. Custoditi negli archivi dei servizi di sicurezza di Tripoli. Segreti ora in mano all’organizzazione Human rights watch che è riuscita a impossessarsi dei documenti che erano nella sede del controspionaggio di Muammar Gheddafi. Tra le carte ritrovate nella capitale libica – sfuggite alla Cia statunitense, all’MI6 di Sua Maestà Britannica, allo Sdece francese e all’Aise italiano– ci sarebbero i rapporti sull’abbattimento del Dc9 Itavia sui cieli di Ustica e del Mig con le insegne della Jamahiria poi ritrovato tra i boschi di Castelsilano.

Nelle due vicende, che s’incrociano sinistramente, sono pesantemente coinvolte le potenze militari occidentali. L’aereo civile con 81 persone a bordo venne infatti scambiato con il velivolo su cui doveva trovarsi il “colonnello” tripolitano e fu colpito con un missile.

Il Mig, invece, era davvero uno dei “caccia” di scorta a Gheddafi ma, mentre il leader della Jamahiria venne fatto riparare per tempo con il suo Tupolev a Malta – grazie a una provvidenziale “soffiata” del Sismi –, il jet da combattimento rimase in volo ingaggiando un duello con intercettori occidentali (presumibilmente francesi) che lo fecero precipitare tra le montagne calabresi.

Accadde la sera del 27 giugno 1980. La carcassa del “caccia” venne tuttavia fatta ritrovare il successivo 18 luglio. Quel giorno una telefonata allertò i carabinieri di Caccuri della presenza dei resti di un aereo tra le montagne di Castelsilano.

Scattò l’allarme. In poche ore confluirono in località Timpa delle Magare carabinieri, poliziotti, reparti dell’Esercito e dell’Aereonautica. L’intera area interessata dalle operazioni di recupero venne inibita all’accesso di curiosi e giornalisti. Nello spazio di cinque chilometri intorno al velivolo nessun civile potè mettere piede.

Racconta Diego Minuti, all’epoca cronista di Gazzetta del Sud: «Arrivammo da Catanzaro nella zona dell’incidente a bordo della mia auto insieme con il fotografo del giornale, Pasquale Rotundo. Una pattuglia dei carabinieri c’impedì, però, di proseguire fino all’area in cui c’era la carcassa del velivolo. “Non potete passare – ci dissero – l’intero settore montano è inibito ai civili”. Tornammo perciò indietro, fingendo di osservare il divieto che c’era stato imposto.

Percorso un chilometro, abbandonammo invece la vettura, decidendo d’inoltrarci a piedi per i boschi, con l’intenzione di riuscire a scattare almeno qualche foto. Dopo quasi un’ora di cammino, raggiungemmo un punto da cui si poteva osservare nitidamente il Mig.

Il fotografo fece numerosi scatti, io presi qualche appunto, eppoi lasciammo la scena. Tornati alla mia auto trovammo ad attenderci altri carabinieri che ci condussero, senza tanti complimenti, nella caserma più vicina della Benemerita. Qui, senza capire perchè fossimo trattenuti, aspettammo un’ora chiusi in una stanza.

Il caldo era asfissiante. A un certo punto si spalancò la porta e fecero ingresso un ufficiale della compagnia di Crotone che conoscevo e un alto ufficiale dell’Aeronautica. I due ci intimarono di consegnare i rollini, cosa che Pasquale Rotundo, contro il mio volere, fece. Poi ci lasciarono andare. Nelle settimane successive riconobbi, dalle immagini pubblicate dai quotidiani, il militare che era in compagnia dell’esponente dell’Arma: si trattava di Zeno Tascio».

La testimonianza di questo giornalista ci consente d’insinuarci tra le pieghe d’un giallo internazionale infarcito di contraddizioni, errori di valutazione e risposte mancate. Pressato dall’opinione pubblica, infatti, il ministero della Difesa diffuse dopo poche ore un comunicato ufficiale.

Nel documento si riferiva che era stata ritrovata “la carcassa di un Mig 23 monoposto di fabbricazione sovietica, sprovvisto di armamento e serbatoi supplementari, in dotazione alle forze aree libiche. Nella cabina è stato rinvenuto il cadavere di un pilota, di carnagione scura e dell’apparente età di trent’anni”. Stop.

Muammar Gheddafi, dall’altra parte del Mediterraneo, rispose con un comunicato ufficiale del suo governo. “Il nostro pilota era in volo d’addestramento e a causa di un improvviso collasso ha perso il controllo dell’aereo, precipitando”. Gli inquirenti diedero subito la sensazione di voler chiudere in fretta il caso. Il corpo del pilota, inspiegabilmente, senza autopsia, venne ricomposto e sepolto nel piccolo cimitero di Castelsilano.

Paradossalmente, l’autopsia sarà eseguita solo cinque giorni dopo, con la riesumazione del cadavere. Giunsero nel frattempo in Italia tre esperti del governo tripolitano e il corpo della vittima venne restituito alle autorità d’Oltremare. Con i resti del velivolo. L’esame necroscopico, compiuto in ritardo e svolto dai professori Erasmo Rondanelli e Anselmo Zurlo, fece risalire il decesso del pilota al giorno della presunta caduta.

Uno dei due medici-legali, tuttavia, otto anni dopo dichiarò che il 23 luglio del 1980 aveva cambiato opinione sulla data della morte dell’aviere, manifestando in una memoria aggiuntiva la convinzione che il libico fosse spirato almeno 15-20 giorni prima del ritrovamento. Pure l’ufficiale sanitario di Castelsilano, tra i primi ad accorrere sul posto, aveva descritto la salma come in apparente avanzato stato di decomposizione.

Una contadina della zona, tuttavia, riferì di aver udito uno scoppio il 18 luglio, senza però vedere materialmente il “caccia” schiantarsi contro il costone della montagna. Molti abitanti confermarono indirettamente l’assunto. Altri invece parlarono di una prolungata presenza in zona dell’esercito (mai verificata) prima dello schianto.

Versioni, dunque, contrastanti. Cui si aggiunse, la testimonianza di un avvocato di Catanzaro, Enrico Brogneri, autore poi di un volume sulla strage di Ustica. Il professionista (interrogato, in tempi diversi, dai giudici Bucarelli e Priore) dichiarò di aver visto sul cielo della sua città, la sera del 27 giugno 1980, un aereo da guerra sfrecciare a bassissima quota, sfiorando quasi le case.

La circostanza, apparentemente insignificante, consentirà poi, unitamente ad altri elementi, di ipotizzare un collegamento tra l’abbattimento del Dc9 dell’Itavia, in volo tra Bologna e Palermo, avvenuto quello stesso giorno sul cielo di Ustica, e il Mig rinvenuto in Sila. Tutte le autorità, nel luglio del 1980, si guardarono bene dall’accreditare uno scenario del genere.

Probabilmente, sulla questione non sapremo mai la verità. Gli stessi magistrati romani che hanno celebrato il processo sul caso Ustica, ritengono infatti che non sia provabile una caduta dell’aereo da guerra nello stesso giorno della tragedia del Dc9. La scatola nera del velivolo, rinvenuta il 18 luglio del 1980, era tra l’altro difettosa. Dunque, priva delle registrazioni relative alla rotta seguita.

Un caporale dell’esercito, in servizio a Cosenza, dichiarò agli inquirenti di aver piantonato, insieme con altri commilitoni, la carcassa dell’aereo libico e il cadavere del pilota in un periodo antecedente al 18 luglio, giorno ufficiale della caduta. Il militare lasciò intendere di essere stato di guardia ai resti del velivolo forse addirittura dal 28 giugno del 1980. Dunque nelle ventiquattr’ore successive alla esplosione del Dc9 dell’Itavia.

Queste rivelazioni spinsero il giudice Rosario Priore a compiere, alla fine dell’estate del ’90, dei sopralluoghi in Calabria. Si valutò la possibilità che fosse stata posta in essere un’attività di depistaggio. Che qualcuno, insomma, avesse gestito il ritrovamento del Mig. Magari posticipandolo. Oppure, che l’aereo comparso a Castelsilano servisse solo a confondere le acque.

Si trattò di una messa in scena?

Un ginecologo di Castrolibero (Cosenza), un funzionario della Conservatoria della città dei bruzi e il tecnico di una radio privata cosentina, confermarono successivamente al giudice istruttore di aver assistito, la sera del 27 giugno, all’inseguimento di un aereo che procedeva a bassa quota e senza luci di posizione a ridosso della Sila. Il velivolo era tallonato da due “caccia” da guerra.

Il due agosto del 1980 l’opinione pubblica italiana venne stravolta da una strage. Nella stazione ferroviaria di Bologna esplose una bomba che fece ottanta morti.

Del Dc9 Itavia abbattuto sul cielo di Ustica e del Mig caduto in Sila nessuno parlò più per molto tempo.

di Arcangelo Badolati

da gazzettadelsud.it

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