LAMEZIA TERME – Tre abitazioni, terreni, cinque conti correnti, e due libretti postali a Peppino Buffone, considerato affiliato alla cosca Iannazzo di Sambiase e condannato per usura ed estorsione nel giugno dell’anno scorso prima dal Tribunale lametino poi dalla Corte d’appello di Catanzaro. Buffone dichiarava al fisco un reddito da fame, ma aveva un immobile a due piani in cui abitava, un appartamento intestato alla moglie Angelina Falvo, e altre case, terreni e conti che risultavano per la procura «formalmente intestati” alle tre figlie Stefania, Francesca e Carmelina.
I beni immobili sono stimati circa un milione di euro. Mentre su uno dei libretti postali erano depositati 2 milioni di euro.
Da qui la richiesta del procuratore Salvatore Vitello nel giugno dell’anno scorso non solo della sorveglianza speciale ma della confisca di case, terreni e soldi a Buffone e alla sua famiglia.
55 anni, nativo di Sambiase, Buffone era rimasto coinvolto nell’operazione “Rainbow” del gennaio dell’anno scorso per un giro di usura ed estorsioni. Scelse il rito abbreviato ed il Gip del Tribunale lametino lo condannò a 4 anni ed 8 mesi di reclusione.
In appello la pena venne ridotta a 3 anni. Adesso invece s’è pronunciato il Tribunale misure di prevenzione di Catanzaro presieduto da Pietro Scuteri confiscando i beni segnalati dalla procura. In tutto mobili ed immobili per circa 4 milioni di euro.
Buffone finì in manette con altre 13 persone in un’operazione portata a termine dalla guardia di finanza del Gruppo lametino e dai carabinieri della locale Compagnia. Soltanto due degli imputati hanno scelto il rito abbreviato, perchè le altre persone coinvolte nell’operazione “Rainbow” hanno voluto essere giudicate da un Tribunale collegiale attraverso un processo ordinario.
Nel libro paga dei presunti usurai ed estortori c’erano diversi imprenditori lametini e del Vibonese. Alle vittime sarebbero stati applicati tassi d’interesse per i prestiti fino al 600 per cento.
In seguito all’inchiesta scattarono anche le indagini patrimoniali. Gli investigatori cominciarono a scavare nel privato trovando appartamenti e soldi depositati in diverse banche che operano in città ed alla posta. Si tratta di ricchezze ben superiori ai redditi dichiarati da Peppino Buffone.
Secondo le accuse uno degli immobili sequestrati era di un’azienda lametina i cui soci hanno dovuto cedere ai loro usurai per pagare i debiti accumulati negli anni a tassi d’interesse da capogiro. Si tratta di uno dei sistemi adottati da chi pratica usura ed estorsioni per poter mettere le mani sui patrimoni societari “puliti”, in modo da coprire con attività lecite i propri affari sporchi.
di Vinicio Leonetti
1 commento
Davide 15 settembre 2011 alle 15:23
Complimenti al Procuratore Vitello!!!! Questa è la strada giusta.
Per mettere in ginocchio il malaffare a Lamezia, si deve seguire questa strada … SEQUESTRATE I BENI A FRANCO GIAMPA’ “IL PROFESSORE”
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