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Giuseppina Pesce si è pentita di nuovo – Dopo avere interrotto la collaborazione con i magistrati della Dda reggina la figlia del boss Salvatore ha ripreso a riferire le vicende della cosca – I figli sono stati trasferiti in una località segreta. Il pm Cerreti ieri ha depositato le nuove dichiarazioni al Tdl

REGGIO CALABRIA – Giuseppina Pesce ha ripreso a collaborare con la giustizia. Le nuove rivelazioni sono state depositate dal pubblico ministero Alessandra Cerreti, ieri mattina, nel corso dell’udienza a carico di Maria Grazia Messina, nonna della pentita di ‘ndrangheta, celebrata davanti al Tdl presieduto da Filippo Leonardo. Trentuno anni, figlia del boss Salvatore Pesce, detenuto e a capo, insieme con il fratello Antonino, dell’omonima cosca della ‘ndrangheta ritenuta “padrona”, in comproprietà con i Bellocco, del territorio di Rosarno, Giuseppina Pesce negli ultimi verbali spiega le motivazioni che l’avevano indotta a interrompere il percorso intrapreso il 14 ottobre 2010 quando, sentita su sua richiesta dopo essere finita in carcere nell’ambito dell’operazione “All inside”, aveva parlato delle attività della cosca di appartenenza.

La prima fase della sua collaborazione era durata sei mesi. Giuseppina Pesce ne aveva avuto per tutti. Le sue accuse avevano raggiunto la sorella Marina e la madre, Angela Ferraro, determinando il ritorno in carcere delle due donne, entrambe fermate durante l’operazione contro la cosca Pesce e poi rimesse in libertà dal TdL di Milano, dove vivevano le interessate.

Le rivelazioni della pentita, madre di tre figli (due femmine di 16 e 5 anni e un maschio di 9) avevano riguardato personaggi di primo piano dell’organizzazione criminale, come il cugino Francesco Pesce, detto “Testuni” (condannato a 20 anni nel processo “All inside” celebrato in abbreviato e concluso proprio l’altro ieri davanti al gup), lo zio Vincenzo Pesce (anch’egli condannato a 20 anni), Domenico Arena, cognato dello zio (a sua volta condannato a 10 anni).

Giuseppina Pesce aveva parlato a lungo anche delle società di calcio controllate dalla famiglia e finite sotto confisca con decisione contenuta nella stessa recentissima sentenza del giudice per l’udienza preliminare. Per sei mesi la pentita aveva collaborato riempiendo pagine e pagine di verbali.

Il 2 aprile scorso la decisione di ritrattare tutto. Una decisione ufficializzata con una lettera inviata al gip che aveva emesso la misura di custodia cautelare in “All inside”.

Due giorni dopo la collaboratrice rispondeva per l’ultima volta alle domande del sostituto procuratore Alessandra Cerreti ma l’11 aprile (alla scadenza dei 180 giorni previsti dalla legge) si rifiutava di firmare il verbale illustrativo della collaborazione. «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere», aveva chiosato lasciando di stucco gli inquirenti. Era seguita la rinuncia al programma di protezione a cui si trovava sottoposta.

Il 10 giugno Giuseppina Pesce era tornata nuovamente alla ribalta della cronaca quando i carabinieri l’avevano arrestata ad Aprilia (Latina) per evasione dagli arresti domiciliari.

Nella località laziale la donna si trovava in compagnia della figlia più piccola e del compagno che era stato inserito a sua volta nel programma di protezione, revocato il 18 maggio scorso dopo la decisione della Pesce di interrompere la collaborazione. Passano poche settimane e matura la decisione di riprendere la collaborazione.

La figlia del boss spedisce una lettera di scuse ai magistrati della Dda accompagnate dalle spiegazioni della scelta di ritrattare. Una scelta subìta.

La collaboratrice spiega che a farla ritornare sui propri passi era stata la posizione dei figli, soprattutto della primogenita, che non avevano accettato la nuova situazione: «Continuo a essere convinta – ha sostenuto la donna il 2 agosto scorso, nel primo verbale della seconda fase della sua collaborazione – che la decisione di collaborare sia stata quella giusta e per questo intendo riprenderla seriamente».

La pentita ha ammesso si aver sentito telefonicamente, nel corso dei primi sei mesi della sua collaborazione, il suocero e che questi si era offerto di pagare le spese legali e di provvedere a tutte le sue necessità economiche nel caso in cui avesse interrotto la collaborazione.

«Adesso ho deciso di collaborare nuovamente con voi – ha assicurato Giuseppina Pesce – perché ho capito di aver sbagliato. Ho capito che il destino dei miei figli deve essere deciso da me». La collaboratrice spiega anche le dichiarazioni di essere stata costretta a collaborare contenute nella lettera inviata al gip: «Si è trattato di una tecnica difensiva. La lettera è stata scritta dall’avvocato scelto dai miei familiari. Su un paio di punti non ero d’accordo. Nessuno, infatti, mi ha mai costretta o indotta a rendere dichiarazioni. Come avevo detto all’avvocato era stata una mia libera scelta. Così come gli avevo detto che le mie condizioni di salute non erano mai state dichiarate incompatibili con il regime detentivo».

Tutto è accaduto mentre sullo scenario di Rosarno stava per consumarsi la tragedia di Maria Concetta Cacciola, lontana parente e compagna di scuola di Giuseppina Pesce, la testimone di giustizia che si è tolta la vita ingerendo dell’acido muriatico.

Nell’interrogatorio del verbale reso l’8 settembre scorso, la pentita ha ricordato che dopo l’arresto di giugno ha ricevuto una lettera della sua primogenita che comunicandole di non condividere la sua scelta l’accusava di «sputare nel piatto dove mangiava» e le anticipava che non sarebbe mai andata più a trovarla.

Dopo una settimana, con un’altra lettera, la figlia le spiegava di essere stata costretta dai familiari a scrivere la prima. E il marito, Rocco Palaia, secondo la pentita, le avrebbe scritto una lettera minacciosa con riferimento alla relazione extraconiugale.

Chiarito di avere a sua volta indirizzato una lettera a un cugino del coniuge («mi deve ancora i soldi del furto al supermercato») la pentita ha introdotto un argomento delicatissimo: «Nel corso dei colloqui in carcere con i miei figli – ha sostenuto – ho appreso che i parenti di mio marito li maltrattano: mia cognata li ha cacciati di casa e li ha mandati da mio suocero. Non danno loro da mangiare sostenendo che non hanno più soldi a causa del pagamento del mio difensore. Il più piccolo mi ha raccontato di essere stato picchiato con una cintura. La primogenita ha confermato la circostanza».

Motivi ritenuti più che sufficienti dalla donna per indirizzare alla Procura dei minori un’accorata richiesta per ottenere il provvedimento necessario per far tornare i figli nella comunità dove, a suo dire, «erano stati benevolmente accolti» subito dopo il suo arresto di giugno.

Con procedimento d’urgenza il Tribunale dei minorenni (Roberto Di Bella presidente, Francesca Di Landro giudice relatore) accogliendo la richiesta del procuratore Carlo Macrì, ha deciso di affidare i tre figli della collaboratrice all’ufficio di servizio sociale del Comune di Rosarno, delegando lo stesso ufficio per l’immediato inserimento dei minori in un’idonea struttura comunitaria e per la successiva individuazione di una idonea famiglia per l’affidamento.

Un provvedimento, però, superato dalla decisione della Commissione del Ministero sui collaboratori di giustizia che nella giornata di martedì aveva approvato il programma di protezione per Giuseppina Pesce, attualmente detenuta, e i suoi tre figli.

Il Tribunale per i minori ha emesso ieri un nuovo provvedimento eseguito da personale del Nop (il nucleo che si occupa della sicurezza dei familiari dei collaboratori di giudizia). Nel pomeriggio i figli della pentita sono stati presi in consegna dagli agenti del Nop dall’abitazione dei nonni a Rosarno e trasferiti in una località protetta dove, a loro volta, saranno raggiunti dalla madre quando uscirà dal carcere.

di Paolo Toscano

da gazzettadelsud.it

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