COSENZA – Nervi saldi e polso fermo. Quei demoni armati di pistola hanno scaricato la loro rabbia in dieci interminabili secondi. Il piombo esploso dalla 7,65 impugnata da uno degli assassini ha ridotto in frantumi il finestrino dell’Alfa nera di Giuseppe Ruffolo prima d’andare a bersaglio. Quattro colpi hanno centrato l’imprenditore sul fianco sinistro. Quattro pallottole che si sono conficcate nel braccio, nell’addome e nella spalla. Ruffolo è sopravvissuto un quarto d’ora, non di più. In ospedale è arrivato già cadavere.
Gl’investigatori della Sezione Criminalità organizzata della Mobile, guidati dal sostituto commissario Gianfranco Gentile, hanno interrogato numerosi testi per tutta la notte. Le luci al secondo piano della Questura sono rimaste accese fino all’alba. Il vicequestore Fabio Ciccimarra ha fatto mettere sotto torchio una dozzina di persone. Gente, in qualche modo, legata a Giuseppe Ruffolo e ai suoi familiari.
Il trentatreenne non era un “uomo di rispetto” anche se nella primavera dello scorso anno era stato arrestato per usura. I poliziotti della Mobile s’erano imbattuti in quella storia di presunti prestiti a strozzo indagando sull’ultima lettera d’un suicida. Giuseppe Perfetti, 53 anni, piccolo commerciante di Cosenza, venne trovato morto il 20 aprile del 2009 in una piazzola di sosta della A3.
Si sparò un colpo di pistola alla tempia e rimase accasciato sul sedile di guida della sua auto. Prima di congedarsi dalla vita scrisse però un biglietto d’addio rivelando le ragioni del tragico gesto. Un biglietto poi ritrovato dalla Polizia che consentì d’avviare mirate indagini su un giro d’usura. Un supposto giro di prestiti a strozzo che aveva distrutto economicamente il suicida.
Per mesi, gl’investigatori della Prima sezione della Mobile cominciarono così a seguire le tracce lasciate da somme di denaro incassate proprio Giuseppe Ruffolo e da suo padre Francesco, titolari di una ditta di autotrasporti. Nella loro disponibilità sarebbero finiti soldi certo non provenienti da attività lavorative regolari.
La circostanza apparve sospetta ai magistrati Dario Granieri, Domenico Airoma e Claudio Curreli che ricostruendo la situazione finanziaria di Perfetti, il quale in passato aveva avuto rapporti proprio con i Ruffolo, scoprirono ben presto che i sospettati tenevano sotto torchio anche un dipendente cinquantenne dell’Azienda sanitaria di Cosenza, poi distaccato alla Regione Calabria. Pure a lui sembrava avessero prestato soldi.
Dal cinquantenne gl’indagati a fronte d’un finanziamento di 4000 euro pretendevano con violenze, minacce e percosse, un interesse mensile del cinque per cento. Non solo: gl’indagati premevano affinchè la nuora di Ruffolo ottenesse un certificato di abilitazione professionale per i trasporti che solo l’Ente Provincia avrebbe potuto rilasciare. Certificato che il dipendente pubblico aveva tentato disperatamente di procurarsi nel tentativo di rabbonire i presunti ricattatori.
Vista la situazione, prima che il quadro potesse ulteriormente aggravarsi, gli uomini del questore Alfredo Anzalone, convocarono per un interrogatorio il beneficiario del prestito che, messo alle strette, non potè fare altro che confermare i fatti che lo vedevano coinvolto nella veste di vittima sin dal marzo del 2008. E così scattarono le manette.
di Arcangelo Badolati
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