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La pentita: la mia vita era diventata un incubo – Giuseppina Pesce racconta i terribili mesi successivi all’arresto per evasione dai “domiciliari”. Il furto nel supermercato sottoposto a sequestro – La lettera al cugino e le intestazioni fittizie di beni. Disposta la scorta per il pm Alessandra Cerreti

REGGIO CALABRIA – «Una vita da incubo». Parole usate da Giuseppina Pesce per descrivere i mesi precedenti e quelli successivi all’interruzione della collaborazione avviata nell’ottobre dello scorso anno. Soprattutto dopo l’arresto per evasione dai “domiciliari” avvenuto ad Aprilia, in provincia di Latina, il 10 giugno scorso. La pentita, figlia di Salvatore Pesce, detenuto e a capo, insieme con il fratello Antonino, dell’omonima potentissima cosca della ‘ndrangheta di Rosarno, nel riprendere all’inizio di agosto la collaborazione, ha raccontato il difficile periodo della sua esistenza, con continue vessazioni e pressioni subite dalla famiglia.

Nell’interrogatorio reso al sostituto procuratore della Dda Alessandra Cerreti, contenuto nel verbale redatto l’8 settembre, la pentita descrive la situazione di estremo disagio in cui si era venuta a trovare dopo essere tornata in carcere.

Parla dell’occasione di riallacciare i rapporti con la famiglia intravista nella lettera ricevuta da un cugino ma che si stava trasformando nell’ennesima trappola: «Ero sola – rivela la pentita –, senza un centesimo. I parenti di mio marito non mi davano più soldi. La mia scelta di collaborare con la giustizia mi aveva portato all’isolamento».

In una fase così buia della sua esistenza, con un’orizzonte che tendeva a diventare ancora più cupo, aveva assunto le connotazioni di un’apertura imprevista quando importante da parte della famiglia l’arrivo di una missiva a firma di Mario Palaia, 29 anni (cugino del marito, Rocco Palaia), imputato nel processo “All inside” per il furto nel supermercato intestato a Erminda Paterna, a sua volta imputata nello stesso procedimento per intestazione fittizia proprio del supermercato di proprietà, secondo gli inquirenti, di Salvatore Pesce. Quel supermercato, dove lavoravano Giuseppina Pesce e la sorella Marina, l’8 maggio 2006 era stato sottoposto a sequestro nell’ambito di un procedimento della procura di Palmi.

A distanza di un mese, in occasione di un controllo, il curatore del sequestro e la polizia giudiziaria raggiungono l’esercizio commerciale e accertano che qualcuno aveva violato i sigilli e portato via la merce che vi si trovava al momento del sequestro.

Al pm Alessandra Cerreti, da venerdì scorso sotto scorta in quanto titolare di delicate inchieste sulle attività di cosche pericolosissime della Piana di Gioia Tauro, Giuseppina Pesce ha raccontato di essersi messa d’accordo con Mario Palaia: «La merce, secondo disposizioni del giudice – ha spiegato la collaboratrice – doveva andare in beneficenza. Io ho dato le chiavi del supermercato a mio cugino che con un’altra persona ha compiuto il furto. Eravamo d’accordo che mi avrebbe dato 900 euro ma io quei soldi non li ho mai visti. Quando ho ricevuto la sua lettera ho immediatamente pensato di sfruttare l’occasione per riattivare i rapporti con la mia famiglia e ho colto l’occasione per scrivergli, chiedendogli di farmi avere i soldi che mi doveva per il furto».

A riscontro della lettera inviata al cugino Giuseppina Pesce fa riferimento al contenuto di alcuni colloqui in carcere con i figli. Secondo la pentita era stata la primogenita a comunicarle che la lettera inviata a Mario Palaia era stata fotocopiata e consegnata a un avvocato.

«Mia figlia mi aveva avvertito – ha aggiunto la collaboratrice – che mi volevano denunciare per tentata estorsione. Ma io non ho fatto alcun tentativo di estorsione. Io ho semplicemente scritto la lettera in risposta a quella ricevuta da mio cugino. Ripeto, la lettera di Mario Palaia mi sembrava di apertura nei miei confronti».

E invece, secondo Giuseppina Pesce, dopo le minacce del marito e il tentativo di metterle contro i figli che, invece, da qualche giorno si trovano in una località protetta su disposizione del Tribunale, ci sarebbe stata l’ennesima pressione da parte della famiglia agitando il fantasma di una denuncia per un reato che la pentita ritiene inesistente.

Le vicende della cosca Pesce, oggetto delle vecchie e nuove rivelazioni della collaboratrice di giustizia, avranno nuovamente la ribalta di un’aula di giustizia il venerdì 30 settembre. Alla ripresa del processo “All inside”, davanti al Tribunale di Palmi, ci sarà l’audizione degli investigatori del Gico della Guardia di Finanza.

Erano stati proprio i militari dello speciale organo delle Fiamme Gialle ad avviare le indagini su Salvatore Pesce, E, secondo quanto emerso dalle prime indagini, avevano trovato riscontro delle intestazioni fittizie relative a ditte di abbigliamento, supermercati, appezzamenti di terreno riconducibili al boss. Un patrimonio per centinaia di migliaia di euro che sarebbe passato nella titolarità di persone compiacenti pur rimanendo nella disponilità del capo della cosca Pesce.

I finanzieri del Gico avevano raccolto le dichiarazioni della collaboratrice Rosa Ferraro, cugina di secondo grado della madre di Giuseppina. La donna aveva convissuto per anni con la famiglia e Salvatore Pesce l’avrebbe convinta a intestarsi un conto corrente bancario sul quale il boss negoziava gli assegni.

La scoperta dell’intestazione fittizia, secondo l’accusa, era stata fatta quando alcuni assegni erano andati in protesto. Era stata fatta una perquisizione a casa di Rosa Ferraro. La donna si era spaventata al punto che aveva cominciato a rendere dichiarazioni contro Salvatore Pesce. Aveva subito spiegato come era nato tutto: «Salvatore era protestato, i figli erano protestati – aveva detto ai magistrati – e mi hanno convinta ad aiutarli intestandomi quel conto».

Rosa Ferraro non si era limitata a parlare di assegni. Il suo racconto aveva abbracciato quanto era a sua conoscenza in relazione alle attività illecite della famiglia Pesce. Aveva, così, parlato di un traffico di stupefacenti e di alcuni fatti di sangue. I riscontri gli inquirenti li avevano trovati anche attraverso le intercettazioni ambientali e telefoniche.

Lo stesso Salvatore Pesce era stato intercettato mentre si trovava in carcere. Da dietro le sbarre il boss si diceva d’accordo con il figlio Francesco che voleva eliminare Rosa Ferraro. Poneva, però, una condizione: essendo la donna appartenente a una famiglia d’onore sarebbe toccata ai congiunti diretti il compito di ammazzarla.

Per questo il boss aveva bloccato sul nascere il progetto del figlio che si sarebbe offerto di recarsi con un complice la domenica mattina al cimitero, dove Rosa Ferraro si recava in visita alle tombe dei suoi cari, per travolgerla e ucciderla con l’auto. Il padre era stato categorico nel frenare il figlio e si era limitato a imprecare contro la donna sostenendo che meritava di essere presa a colpi di spranga.

Non aveva trovato seguito, quindi, neanche il progetto di chiedere ad Angela Ferraro, moglie del boss, di ammazzare la cugina utilizzando una pistola. Quelle intercettazioni avevano in pratica consentito agli inquirenti di scoprire i piani della cosca e salvato la vita alla collaboratrice. Rosa Ferraro era stata avvertita e portata in una località protetta.

La collaboratrice sarà di scena come testimone in una delle prossime udienze del processo “All inside” che ha tra gli imputati anche Rocco Giovinazzo, arrestato sabato con l’accusa di evasione dai “domiciliari”.

di Paolo Toscano

da gazzettadelsud.it

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