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Omicidio Duro, ridotta di due anni la pena al minorenne coinvolto nel delitto – I giudici della Corte d’Appello hanno rideterminato la pena – È stata esclusa l’aggravante della premeditazionePrevalenti le attenuanti generiche su tutte le altre

CATANZARO – Pena ridotta di due anni rispetto al primo grado. Si è concluso con questa decisione il giudizio d’Appello nei confronti di M.P., di sedici anni, l’unico minorenne indagato – assieme a cinque maggiorenni – per concorso nell’omicidio di Nicola Duro, idraulico incensurato di 26 anni, avvenuto nel capoluogo il 17 giugno 2010, davanti un bar di viale Isonzo.

La Corte d’Appello presieduta dal giudice Garcea (consiglieri Bravin e Rusi, oltre a Pascuzzo e Marrotta del Tribunale per i minorenni), ha rideterminato la condanna, che è passata da dodici a dieci anni di reclusione, avendo accolto due delle questioni principali poste dall’avvocato Giovanni Le Pera, e cioè avendo fatto cadere per M.P. l’aggravante della premeditazione e riconoscendo le attenuanti generiche prevalenti su tutte le altre aggravanti contestate. È passata quindi la linea difensiva messa in atto in maniera convicente dal legale della difesa rispetto a quella dell’accusa.

Il giudizio di primo grado si era concluso il 9 febbraio scorso, davanti al giudice del Tribunale per i minori Carlo Caruso, a cui il sostituto procuratore Rita Tartaglia aveva chiesto una condanna a 24 anni. Al termine del rito abbreviato, invece, il giudice fissò la pena in dodici anni, dopo che la difesa sostenne con forza la tesi del “concorso anomalo” nell’omicidio da parte del giovane imputato – tutt’ora detenuto in custodia cautelare -, piuttosto che del “concorso morale” ipotizzato dalla Procura.

Un omicidio, quello di Nicola Duro che, secondo la pubblica accusa, sarebbe avvenuto per una vendetta trasversale, ideata da una famiglia rom del capoluogo per lavare l’onta di una relazione extraconiugale della figlia, rimasta incinta di un minorenne con il quale avrebbe avuto una storia nonostante fosse sposata con un altro.

I parenti della ragazza, sempre stando all’ipotesi degli inquirenti, avrebbero deciso di vendicarsi colpendo a morte il fidanzato di una zia del giovane padre del figlio illegittimo, anche lei incinta e prossima al matrimonio, e cioè proprio Nicola Duro.

Le sei persone indagate per il delitto sono state tutte raggiunte da un provvedimento di custodia cautelare eseguito dalla Polizia all’alba del 3 luglio 2010 con l’operazione “Cross revenge”. Si tratta di una coppia, Donato Passalacqua, 41 anni, padre della ragazzina rom rimasta incinta dopo la relazione extraconiugale, ritenuto uno dei capi carismatici degli zingari di viale Isonzo, accusato di essere il mandante del delitto assieme a sua moglie Ornella Bevilacqua, 38 anni.

In manette finirono pure il loro figlio di 19 anni, Antonio Passalacqua, ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio; Samuele Pezzano, 21 anni, che secondo l’accusa avrebbe accompagnato con l’auto e poi atteso il killer sul luogo in cui Duro è stato ucciso. Infine proprio M.P., sedici anni, e un suo parente maggiorenne, Domenico Romagnino, che avrebbero attirato la vittima sul luogo dell’agguato su precisa richiesta di Donato Passalacqua, che, per questo motivo, sempre secondo l’accusa, li avrebbe ricompensati con 600 euro.

I cinque maggiorenni hanno tutti scelto di essere giudicati con rito abbreviato, ed il prossimo 31 ottobre dovrebbe tenersi a loro carico la requisitoria del pubblico ministero titolare delle indagini, Simona Rossi. Per M. P., invece, la difesa attenderà ora le motivazioni della sentenza della Corte d’appello per valutare poi l’eventuale ricorso in Cassazione.

di (g.m.)

da gazzettadelsud.it

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