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Ruffolo in un’indagine sui prestiti a strozzo – Il nome del trentatreene ucciso era finito in una nuova inchiesta avviata da mesi dalla Procura guidata da Dario Granieri – La polizia è sempre più convinta che l’assassino possa aver agito senza l’autorizzazione dei boss

COSENZA – Nella città dei prestiti a strozzo, la Procura guidata da Dario Granieri andava da tempo alla ricerca di prove sul flusso di denari che, come un fiume carsico, scorre nelle viscere di Cosenza. Seguendo le tracce di capitali maleodoranti e d’investimenti sospetti, l’autorità giudiziaria aveva rimesso il naso nella vita e, soprattutto, negli affari di Giuseppe Ruffolo, l’imprenditore trentatrenne ucciso giovedì sera, in via degli Stadi.

L’indiscrezione trapela a quattro giorni dal delitto anche se non trova conferme ufficiali. Porte sbarrate e bocche cucite al terzo piano del Palazzo di giustizia. Silenzi impenetrabili che non smentiscono, tuttavia, la notizia dell’ipotetica esistenza d’un fascicolo, attualmente sbarrato dagli omissis, dal quale emergerebbe il nome di Giuseppe Ruffolo iscritto nel registro degl’indagati.

Un nome del resto già uscito a marzo di un anno fa da un’altra indagine della Mobile, un’inchiesta che aveva riannodato la trama drammatica d’una vicenda che coinvolgeva un dipendente regionale sprofondato nell’abisso della necessità. Ruffolo e suo padre vennero arrestati e, successivamente, scarcerati dal Tribunale della libertà. Ora, genitore e figlio aspettavano d’essere giudicati col rito abbreviato.

Questa nuova indagine, però, non avrebbe legami con la precedente se non per il nome dell’indagato. Giuseppe Ruffolo era a capo d’una impresa di autotrasporti e di spedizioni internazionali ma, secondo gl’inquirenti, sarebbe stato, pure, in mezzo a un’attività di prestiti a strozzo. Erano solo ipotesi d’indagine. Le stesse ipotesi che s’intrecciano nell’inchiesta sull’omicidio del trentatreenne.

I detective della Sezione Criminalità organizzata della Mobile, guidati dal sostituto commissario Gianfranco Gentile, sembrano aver individuato lo scenario che ruota attorno all’unico movente possibile, quello del denaro, appunto. Soldi che, probabilmente, l’assassino avrebbe preteso da Ruffolo a titolo di “sala” (che è la “tassa” imposta sui guadagni non esattamente documentabili) per conto del boss.

Ma Giuseppe Ruffolo era un uomo tutto d’un pezzo e non si sarebbe piegato davanti alla richiesta. E così i due avrebbero litigato e l’”esattore” potrebbe aver avuto la peggio. Un “affronto” che il giovane imprenditore avrebbe pagato con la vita.

Non un delitto di ‘ndrangheta, dunque, ma la reazione di uno di quei malacarne che vengono allevati nel laboratorio della malavita organizzata. Non un assassino di professione ma, più probabilmente, uno di quei balordi che i boss mandano a sparare contro vetrine, auto o saracinesche per convincere gl’imprenditori a pagare il “pizzo”.

Del resto, la 7,65 è un’arma che più volte è comparsa sulla scena delle intimidazioni notturne. E l’assassino potrebbe aver deciso di ricorrere all’arma “d’ordinanza” per riprendersi l’”onore” che Ruffolo gli aveva tolto riempiendolo di botte probabilmente davanti a testimoni.

Una vendetta che, forse, non sarebbe stata nemmeno autorizzata dai boss. E non è detto che proprio per questo “capriccio”, il killer, adesso, non rischi di fare la stessa fine del suo rivale.

di Giovanni Pastore

da gazzettadelsud.it

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