LOCRI (RC) – «Domenico Oppedisano è un trovatello, stava a casa dei miei nonni e quando loro sono andati a Torino mio padre lo ha trattato come un figlio e noi come un fratello, anche se tale non è. La sua storia è costellata da una sete di soldi da spendere per fare la bella vita. E sono i soldi il motivo per il quale ha detto tutte quelle cose non vere e che ha appreso dai giornali». Vincenzo Cordì, 54 anni, presunto capo dell’omonima famiglia di Locri, è andato giù pesante contro Domenico Oppedisano, collaboratore di giustizia che dallo scorso anno ha deciso di rendere pubbliche le richieste che avrebbe ricevuto da alcuni esponenti della “famiglia” che gli avrebbero chiesto di testimoniare il falso nel processo per l’assassinio di Salvatore Cordì, inteso “u cinesi”, davanti alla Corte d’Assise nei confronti dei presunti esecutori materiali, Michele Curciarello e Antonio Martino, nonché di Antonio Panetta, supposto organizzatore.
Per quel delitto la Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria ha confermato la pena a 30 anni di reclusione ad Antonio Cataldo, detto “papuzzedda”, presunto mandante.
Ieri a Locri Vincenzo Cordì ha ribadito che per l’omicidio del fratello «sono in carcere degli innocenti», un’affermazione suffragata dalla circostanza che Salvatore Cordì alcuni giorni prima di rimanere ucciso a Siderno era andato a colloquio con il teste: «Era tranquillo e non temeva per la propria vita – ha sottolineato Vincenzo Cordì – ed è assurdo quanto Oppedisano e prima di lui Domenico Novella hanno detto in merito al fatto che Salvatore fosse stato avvisato, perché mio fratello non era così pazzo da andare a farsi uccidere».
Rispondendo alle domande del collegio di difesa, avvocati Luca Maio e Giuseppe Mammoliti, nonché a quelle del pm Antonio De Bernardo, Cordì ha rilevato che, a suo avviso, il fratello sarebbe stato ucciso per un errore di persona: «Noi non abbiamo nemici ma solo amici – ha detto il teste assistito dall’avv. Giovanni Taddei – tanto più Salvatore che, tra l’altro, non è mai stato coinvolto in alcun procedimento penale o litigi con alcuno».
Vincenzo Cordì, quindi, ha ribadito che non c’è mai stata una faida a Locri con la famiglia Cataldo, tanto che i rapporti con questi ultimi sono stati sempre di assoluto rispetto.
Ritornando sui rapporti tra Salvatore Cordì e Oppedisano il teste ha ricordato che nel 1995 questo ultimo avrebbe ingannato il proprio fratello che, avendo firmato in qualità di garante presso un istituto bancario, sarebbe stato costretto a saldare il debito a causa del mancato pagamento.
Quanto alle dichiarazioni di Vincenzo Marino, altro collaboratore di giustizia, il teste ha affermato di averlo conosciuto nel carcere di Palmi nel 2005, escludendo qualsivoglia frequentazione con lui, definito «un personaggio che faceva soltanto ridere».
Nel corso dell’udienza sono stati escussi, in qualità di testimoni, Cosimo Cavaleri e Fortunato Spadaro, che hanno smentito ogni coinvolgimento, diretto o indiretto, in dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia.
Per il resto, il dibattimento ha visto l’ennesimo scontro tra i consulenti di parte, Stefano Delfino per l’accusa e Antonio Federico e Sergio Lupis per le difese, sia per le analisi della copertura delle celle del telefono di Antonio Martino, sia in merito al contenuto dell’intercettazione telefonica captata sull’udienza di Domenico Zucco, già assolto dall’accusa di essere stato il segnalatore del commando omicida.
Il processo riprende domani con l’esame di altri tre testimoni citati dalle difese sulle dichiarazioni del collaboratore Marino, mentre la Corte (presidente Amelia Monteleone, a latere Angelo Ambrosio) ha anticipato che l’udienza del 5 ottobre sarà riservata all’esame degli imputati.
di Rocco Muscari
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