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L’Eni e quel pozzo per l’estrazione di metano tra il parco archeologio e la riserva marina di Crotone

CROTONE – È ormai polemica al vetriolo fra il Comune di Crotone e il Ministero dell’Ambiente. Oggetto del contendere, le autorizzazioni che hanno permesso alla multinazionale dell’energia Eni di avviare le procedure per la realizzazione di un nuovo pozzo di estrazione metanifera a ridosso del parco archeologico e della riserva marina. Con tutti i nulla osta nazionali e locali del caso.
Stando ai piani dell’azienda, un trivellatore “direzionato”, posizionato sulla sponda, presto inizierà a perforare il sottosuolo marino alla ricerca di metano, fino all’esaurimento del giacimento.

Ai piedi di quello che fu il tempio di Hera, di fronte all’unica colonna dorica rimasta di quello che migliaia di anni fa era il santuario della dea, la Ionica Gas, una controllata del cane a sei zampe, scaverà – ancora – alla ricerca di metano.

Risorsa di cui i fondali crotonesi sono ricchi – nella zona l’Eni estrae un quantitativo di gas sufficiente a coprire il 16% del consumo nazionale sia per uso civile che industriale, per un totale di 17 miliardi di metri cubi l’anno – e che l’azienda vuole sfruttare fino in fondo. Anche a dispetto dei vincoli imposti dall’area marina protetta “Capo Rizzuto” e dalle tutele che l’Ue ha voluto estendere sui fondali di Crotone e Capo Colonna.

Ma che il colosso italiano dell’energia già sa come aggirare. “La scelta”, si legge nel progetto che i tecnici hanno diligentemente consegnato al Ministero per la necessaria valutazione di impatto ambientale, puntualmente e celermente arrivata “è caduta su un pozzo direzionale che dopo una perforazione di 350 metri in verticale, devierà in direzione nord-est, fino a quando non raggiungerà il gas metano ad una profondità di 1810 metri, per estrarne 200mila metri cubi standard al giorno”.

Dunque, non potendo attraversare l’area marina protetta, gli uomini dell’Eni l’aggireranno. Scavandoci sotto.

Un’operazione che secondo la controllata del cane a sei zampe durerà almeno 220 giorni. Con il beneplacito di istituzioni locali e nazionali. Ma che ha fatto insorgere popolazione e ambientalisti.

In centinaia domenica scorsa hanno occupato simbolicamente Capo Colonna, il sito scelto dall’azienda per il nuovo pozzo, per protestare contro “il colosso energetico sfrutta le risorse del sottosuolo del territorio crotonese da oltre 30 anni senza che si abbiano riflessi positivi sul territorio. Anzi, allo sfruttamento quasi gratuito si sommano i danni per la mancata bonifica dell’area industriale e dei siti inquinati, per un totale di circa 3 miliardi di euro”, spiegano in una nota i comitati promotori della manifestazione.

Di fronte alla bufera sollevata, nessuno fra Ministero, Regione, Provincia e Comune ha voglia di rimanere con il cerino in mano.

Dopo la convocazione di un tavolo di confronto a livello regionale, “necessario” perché nessuno dei componenti della Giunta regionale – ha fatto sapere la “rammaricata” vicepresidente Gabriella Stasi – era a conoscenze delle trivellazioni targate Eni, la palla è passata al Comune di Crotone. Che adesso punta il dito contro il Ministero.

“Bisogna volgere l’attenzione sull’operato del Ministero, visto che ha fatto praticamente tutto da solo e sui pareri rilasciati poi, ci sono molti dubbi”, ha affermato il presidente del Consiglio Comunale, Arturo Crugliano Pantisano, secondo il quale nel parere ambientale rilasciato a Roma “non c’è traccia né della valutazione antropica né degli impatti socio-economici sul territorio, che a mio parere sono enormi e tali da pregiudicare la vita dell’intera popolazione”.

Argomentazioni un po’ più solide di quelle avanzate in precedenza dal sindaco Giuseppe Vallone, il quale si era limitato a giustificarsi dicendo “le autorizzazioni sono state rilasciate dal dirigente dell’ufficio tecnico senza che ne fossi informato”. Anche lui non sapeva.

di Alessia Candito

da liberazione.it

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