REGGIO CALABRIA – Quando sugli stessi fatti due pentiti di ‘ndrangheta raccontano “verità” diverse non c’è da meravigliarsi più di tanto. È capitato in passato e in qualche circostanza, in sede processuale, si è assistito anche al balletto delle smentite reciproche. Situazioni giustificate dalla circostanza che il collaboratore di giustizia lega le sue conoscenze all’esperienza maturata al servizio della propria cosca. Ma se i pentiti che forniscono versioni contrapposte appartengono alla stessa cosca e svolgendo l’attività criminale hanno sempre operato fianco a fianco, allora cambia tutto.
Sorge legittimo il dubbio, quando le verità sono “biforcute”, che qualcuno non stia raccontando il vero.
È quanto capitato nel processo “Agathos” che si sta celebrando in Tribunale. Alla sbarra ci sono Carmelo Murina, accusato di associazione mafiosa quale presunto referente della cosca Tegano nel rione di Santa Caterina, e Francesco Trimboli, a sua volta ritenuto la “longa manus” della stessa cosca con riferimento al controllo dei lavori di pulizia dei treni appaltati alla ditta New Labor (la stesse costretta a pagare la maxi tangente di 25 mila euro al mese).
Nel corso dell’ultima udienza, dopo l’escussione di un altro pentito, Roberto Moio, nipote del boss Giovanni Tegano, è stato sentito Consolato Villani, già condannato a 30 anni per gli omicidi degli appuntati dei carabinieri Antonio Fava e Vincenzo Garofalo.
Villani si è autoaccusato di aver fatto parte della Lo Giudice, al cui vertice vi era suo cugino, Antonino Lo Giudice, detto “il nano”, altro collaboratore di giustizia che, a sua volta, si è autoincolpato di essere responsabile delle bombe contro i magistrati reggini.
Villani in aula ha ricordato di essere stato autista del cugino e, dunque, fido conoscitore dei suoi segreti. Rispondendo alle domande di giudici e avvocati in relazione alla vita dell’associazione, il pentito ha descritto uno spaccato veramente inquietante che pone anche un problema di verifica dell’attendibilità di Lo Giudice.
Dalle dichiarazioni di quest’ultimo si era ricavato un ruolo della cosca da lui diretta assolutamente marginale e defilato. Lo Giudice, infatti, ha dichiarato che la propria famiglia non aveva preso parte alla guerra di mafia e che dopo la pace non aveva voluto sapere nulla di spartizione di territori, rinunciando a un abito delle propria competenza.
Antonino Lo Giudice ha anche riferito che durante la guerra di mafia la propria famiglia era stata coinvolta nella cosiddetta “tragedia” (consistita nel fare credere ai componenti che vi fosse una contrapposizione tra le famiglie Lo Giudice e Rosmini facendole scontrare tra loro) ma non aveva avuto alcun ruolo nelle vicende dello scontro armato tra cosche anche se aveva dovuto subire gravi perdite con gli omicidi del fratello, Salvatore, e del padre Giuseppe.
Villani, invece, riferisce particolari del tutto diversi. Innanzitutto afferma che, se è pur vero che dietro lo scontro tra le famiglie Rosmini e Lo Giudice vi fossero stati interessi di altre famiglie (in particolare Libri e Tegano), in realtà i Lo Giudice erano consapevoli del fatto che fosse stata “attenzionata” la famiglia Rosmini.
In particolare, il collaboratore sostiene che lo zio, Giuseppe Lo Giudice, all’epoca capo della famiglia di ‘ndrangheta attiva nel quartiere Santa Caterina, fosse stato tra i mandanti dell’omicidio di Antonino Rosmini, fatto che aveva acceso lo scontro tra le due famiglie.
Lo zio, secondo Villani, aveva agito perché consapevole dal fatto che attraverso l’eliminazione della famiglia Rosmini. i Lo Giudice avrebbero potuto controllare da soli il quartiere Santa Caterina.
E anche rispetto alle vicende successive alla pax mafiosa il pentito riferisce particolari diversi: «La famiglia Lo Giudice – sostiene Villani – non rifiutò di avere una parte del territorio reggino ma semplicemente ne venne esclusa perché, essendo Antonino Lo Giudice detenuto, non vi era alcun soggetto che la potesse rappresentare».
Il collaboratore riferisce che a partire dal 1994, non appena i propri familiari uscirono dal carcere, rivendicarono la propria fetta di territorio controllata fino al 2004.
Solo in quell’anno, secondo il pentito, c’era stata l’autoesclusione dei Lo Giudice ma non certo per ragioni di ravvedimento: «A quel tempo Nino Lo Giudice – racconta il cugino – aveva già intessuto contatti e rapporti consolidati con apparati dello Stato e, dunque, aveva deciso di fare a meno della ‘ndrangheta. Per questa ragione rifiutò al proposta fattagli da Pasquale Condello di rappresentarlo. Evidentemente sentiva di poter fare a meno di lui e, anzi, aveva deciso di soppiantarlo del tutto».
Villani aggiunge che Lo Giudice aveva in animo di arrivare a controllare l’intero territorio reggino avvalendosi dell’ausilio degli apparati dello Stato che ignoravano il progetto del boss che puntava deciso allo scontra tra le altre famiglie mafiose. In quest’ottica si sarebbe inserita l’idea di fare arrestare Pasquale Condello.
Lo Giudice ne avrebbe parlato con Villani che, a suo dire, avrebbe opposto un netto rifiuto dicendosi, però, pronto a uccidere il boss piuttosto che farlo arrestare.
Il pentito ha anche fatto riferimento al progetto di rapire e uccidere la figlia di un altro boss, Giacomo Latella, con l’obiettivo di provocare una nuova guerra di ‘ndrangheta, progettando di fare uscire indenne solo la famiglia Lo Giudice. Villani racconta di essersi rifiutato di mettere in atto il piano ritenendolo una “vigliaccata”: «Lo Giudice replicò – racconta Villani – che Giacomo Latella non ebbe alcuna pietà quando fece uccidere suo fratello Salvatore durante al guerra di mafia».
Consolato Villani fornisce un ritratto pessimo del cugino, descrivendo il suo odio viscerale per tutti gli uomini di ‘ndrangheta, pronto a tramare per eliminarli e arrivare al dominio da parte della famiglia Lo Giudice. Proprio per questa ragione il cugino, secondo Villani, aveva creato quella fitta rete di connivenze con lo stato e pose in essere le strategie della tensione che condussero agli attentati alla Procura generale.
A quest’ultimo proposito Villani racconta che il cugino non gli disse esplicitamente quali fossero le proprie ragioni ma si limitò a preannunciargli di allontanarsi per qualche tempo da Reggio perché da lì a poco l’aria sarebbe diventata pesante e questo perché il proprio fratello, Luciano, era stato tradito rispetto agli impegni che precedentemente erano stati assunti. E poco dopo erano arrivate le bombe.
di Paolo Toscano
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