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Giuseppina Pesce costretta a ritrattare – I magistrati della Dda ritengono che la pentita sia stata indotta dalle forti pressioni dei familiari a interrompere per qualche mese il percorso – Indagati il suocero e due cognati. Abitazioni, autovetture e sedi di società perquisite dai carabinieri

REGGIO CALABRIA – Le pressioni della famiglia del marito dietro la ritrattazione di Giuseppina Pesce. I magistrati della Dda non hanno dubbi: la collaboratrice di giustizia che con le sue rivelazioni aveva inchiodato alle loro responsabilità vertici e gregari della potente organizzazione di ‘ndrangheta attiva nella Piana di Gioia Tauro e con articolazioni anche in altre regioni, era stata indotta a interrompere nella scorsa primavera il percorso intrapreso il 14 ottobre 2010 e ad abbandonare la località protetta per rientrare a Rosarno. Una interruzione durata qualche mese. Dal mese scorso, infatti, Giuseppina Pesce a ripreso la collaborazione.

Per quanto riguarda i responsabili della ritrattazione, i principali sospettati sono Gaetano Palaia, 65 anni, Gianluca e Angela Palaia, 36 e 24 anni, rispettivamente suocero e cognati della pentita.

Tutti e tre sono finiti nel registro degli indagati per violazione dell’articolo 377 bis del codice penale che prevede il reato di induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria. Il reato è punito con la reclusione da due a sei anni. La pena, ovviamente, aumenta se viene contestata anche l’aggravante dell’articolo 7, ovvero di aver agito per favorire un’associazione mafiosa.

Sarebbero stati, dunque, il padre e i fratelli di Rocco Palaia, a sua volta autore di una lettera contenente minacce indirizzata alla moglie dal carcere di Sulmona dove si trova detenuto, a determinare il cambiamento di rotta da parte di Giuseppina Pesce che con le sue accuse non aveva risparmiato neanche il padre, Salvatore, collocato dagli investigatori, insieme con il fratello Antonino, al vertice del potente sodalizio di ‘ndrangheta che fa capo alla famiglia Pesce.

Ieri mattina personale del Comando provinciale, diretto dal colonnello Pasquale Angelosanto, e del Ros è stato impegnato nel dare esecuzione a un decreto di perquisizione locale e personale nei confronti Gaetano Palaia e dei suoi due figli.

Il decreto è stato emesso dal procuratore aggiunto Michele Prestipino e dal sostituto procuratore della Dda Alessandra Cerreti. Gli uomini dell’Arma hanno perquisito le abitazioni degli indagati, le sedi delle società “Filda di Palaia Giovanni e C,” e “Agro succhi di Palaia & C.”, i luoghi chiusi adiacenti o di pertinenza agli immobili interessati, oltre ai veicoli di proprietà o nella disponibilità del suocero e dei cognati della pentita.

La figlia del boss Salvatore Pesce era finita in carcere nell’ambito dell’operazione “All inside, condotta nell’ottobre dello scorso anno. Pochi giorni dopo essere finita in cella aveva chiesto di incontrare i magistrati della Dda e aveva cominciato a parlare delle attività della cosca di appartenenza. La prima fase della sua collaborazione era durata sei mesi.

Le accuse di Giuseppina Pesce avevano raggiunto la sorella Marina e la madre, Angela Ferraro, determinando il ritorno in carcere delle due donne, fermate durante l’operazione e poi rimesse in libertà dal TdL di Milano, dove vivevano entrambe. Gli strali accusatori della pentita, madre di tre figli (due femmine di 16 e 5 anni e un maschio di 9) avevano raggiunto il cugino, Francesco Pesce, detto “Testuni”, lo zio, Vincenzo Pesce (entrambi condannati a 20 anni nel processo “All inside” celebrato in abbreviato e concluso nelle scorse settimane), Domenico Arena, cognato dello zio (a sua volta condannato a 10 anni).

Per sei mesi la collaboratrice aveva riempito con le sue dichiarazioni pagine e pagine di verbali. Il 2 aprile scorso il colpo di scena. Con una lettera inviata al gip distrettuale Giuseppina Pesce aveva ritrattato tutto per poi rinunciare al programma di protezione. Il 10 giugno l’arresto al Aprilia (Latina) per evasione dagli arresti domiciliari.

Trascorrono poche settimane e la figlia del boss spedisce una lettera di scuse ai magistrati della Dda comunicando la volontà di riprendere la collaborazione. Spiega di essere stata costretta a fare quello che ha fatto. Parlando dei maltrattamenti subìti dei figli da parte dei parenti del marito innesca il procedimento che poi porta alla decisione del Tribunale dei minori.

I figli della pentita vengono presi in consegna dagli agenti del Nop dall’abitazione dei nonni paterni a Rosarno e trasferiti in una località protetta dove, a loro volta, saranno raggiunti dalla madre quando uscirà dal carcere.

di Paolo Toscano

da gazzettadelsud.it

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