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Trent’anni per aver sparato al “padrino” – Condannato col rito abbreviato il 42enne Mario Gatto, ritenuto dal gup distrettuale, Patrizia Maiore, uno dei presunti killer di Antonio Sena – Inflitti 22 anni a Giuseppe Perri: secondo la Procura antimafia avrebbe recuperato gli assassini dopo l’esecuzione

COSENZA – Da queste parti la ‘ndrangheta si risvegliò dopo un decennio di silenzi. Tornarono all’improvviso gli agguati sulle Statali e le stragi nelle piazze. Nella trincea cosentina cominciò a combattersi un sanguinoso scontro di potere. Vecchi e nuovi boss si fecero a pezzi per i quattrini. Tanti quattrini che dovevano arrivare dall’ammodernamento dell’A3 e dagli altri grandi appalti. La mafia delle ‘ndrine si divise sulla spartizione della torta. Lupare e kalashnikov servirono ad aggiornare gli equilibri all’interno delle cosche tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila.

La fisionomia di quei delitti è stata rischiarata dalle inchieste della Dda di Catanzaro.

Il procuratore capo Vincenzo Antonio Lombardo, l’aggiunto Giuseppe Borrelli e i pm Vinceno Luberto e Pierpaolo Bruni, in particolare, scavando tra le macerie di quegli anni, hanno rischiarato le storie di sangue che erano rimaste a lungo confinate nelle pieghe di ipotesi investigative.

Come l’agguato che segnò lo spartiacque definitivo tra la vecchia mafia e quella nuova.

La mattina del 12 maggio del 2000, a Castrolibero, alle porte di Cosenza, un commando assassinò Antonio Sena, una delle icone della storica malavita cittadina. Un uomo di rispetto con amicizie importanti nel Reggino.

Sarebbe stato ucciso perchè le “coppole” emergenti temevano un suo rientro in grande stile nella gestione degli affari illeciti, al fianco d’un altro temuto boss, Francesco Bruni, alias “Bella-bella”, anche lui vittima d’un agguato, freddato dieci mesi prima davanti al carcere di via Popilia. Ieri, il gup Patrizia Maiore, ha condannato, col rito abbreviato, uno dei presunti assassini di Sena, Mario Gatto, 42enne cosentino, a trenta anni di reclusione.

Venti anni di carcere sono stati inflitti, invece, a Giuseppe Perri, 56 anni, di Acri, che si sarebbe occupato del recupero di Gatto e dell’altro presunto killer subito dopo l’agguato. Il procuratore aggiunto Borrelli aveva chiesto l’ergastolo per entrambi. Nonostante il consistente “sconto” di pena incassato, i legali dei due imputati, gli avvocati Paolo Pisani, Cesare Badolato, Sergio Rotundo, Luca Acciardi e Marcello Manna, hanno preannunciato un articolato ricorso in appello.

Secondo l’avvocato Pisani, «la sentenza non risponde alle emergenze investigative: i pentiti sono stati preferiti ai testimoni». L’avvocato Acciardi, invece, si ritiene «ancora più convinto dell’innocenza di Perri dopo questa sentenza». Il giudice ha pure condannato i due imputati al risarcimento del danno in favore delle costituite parti civili: la Presidenza del Consiglio dei ministri, la Regione (assistita dall’avvocato Daniela Carbone) e la Provincia (avvocato Gisberto Spadafora).

Con lo steso dispositivo, il gup ha inflitto tre anni di reclusione a Walter Gianluca Marsico (difeso dagli avvocati Cesare Badolato e Filippo Cinnante), 44 anni Cosenza, e 2 anni e mezzo al collaboratore di giustizia Angelo Colosso (difeso dall’avvocato Emanuela Capparelli), inteso come “Poldino”, 38 anni. I due erano accusati del fallito agguato ai danni di Umile Esposito, un crimine che non c’entra con la mafia e che il gup di Catanzaro ha rubricato in lesioni.

Gl’inquirenti lo addebitano al latitante Franco Presta (che è imputato davanti alla Corte d’assise di Cosenza, ndr) perchè la vittima dell’agguato aveva avviato un giro di prostituzione proprio dalle parti dell’abitazione del presunto boss.

Due episodi ricostruiti nell’inchiesta “Terminator 3″ che accende i riflettori anche su altri due delitti: l’agguato al boss Francesco Bruni e l’omicidio di Primiano Chiarello. Fatti contestati in Corte d’assise. Dall’abbreviato emerge, invece, la presunta verità sull’esecuzione di Antonio Sena.

Il vecchio boss venne sorpreso a bordo della sua Rover, in contrada “Motta” di Castrolibero. Al volante c’era un amico, Giovanni Poeta, e sul sedile posteriore, invece, il figlio del padrino, Pietro. I tre stavano lasciando il parcheggio d’una concessionaria dove erano appena stati per valutare l’acquisto d’una motocicletta.

All’improvviso sbucò dal nulla una Lancia Thema che tamponò la vettura in manovra. Dalla berlina uscirono i killer armati di pistola e col volto coperto da passamontagna. Quei due demoni scatenarono l’inferno. Sena fu travolto da una tempesta di piombo e non ebbe scampo. Il figlio e l’austista riuscirono a scappare.

di Giovanni Pastore

da gazzettadelsud.it

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