COSENZA – Dalle pieghe sadiche dell’inchiesta “Isola di Dino” affiorano i volti degli uomini amici dei boss della camorra. Volti importanti come quello di Giovanni Maida, napoletano di 46 anni, che gl’inquirenti della Dda considerano come uomo di fiducia del clan Mazzarella. Era stato arrestato nel settembre del 2009 dopo essersi dato alla macchia. Fuggiva da gennaio. Scappava dalla galera dopo aver lasciato la comunità di recupero “Centro Calabrese Solidarietà” di Gagliano di Catanzaro.
Nel centro terapeutico era stato assegnato in regime di detenzione domiciliare dal gip distrettuale, Antonio Battaglia, su istanza del suo difensore, l’avvocato Roberto Loscerbo. Fu arrestato di sera, a Tortora.
Con lui, i carabinieri di Scalea ammanettarono, pure, Mario Oliva, inteso come “Mario a camorra”, imprenditore cinquantatreenne del centro dell’Alto Tirreno cosentino, con l’accusa di favoreggiamento personale, avendo agevolato gli spostamenti e lo stato di latitanza di Maida.
In stato di libertà, invece, venne denunciato una vecchia conoscenza delle forze dell’ordine, Stefano Verzoletto, 48 anni, di Praia a Mare. I tre si sono ritrovati nell’inchiesta che ieri è detonata nel blitz ordinato dalla Procura di Paola.
Giovanni Maida era stato arrestato nel luglio del 2007 dal pm antimafia Vincenzo Luberto nell’ambito dell’inchiesta “Omnia”.
Secondo la magistratura distrettuale, il napoletano sarebbe stato l’anello di congiunzione nel traffico di droga tra il clan camorristico di Ponticelli, che controlla i principali canali del narcotraffico, e la cosca Forastefano di Cassano Ionio. Lo accusava, in particolare, il pentito Domenico Falbo, alias il “Cireneo”.
La “gola profonda” raccontò al pm Luberto che quello delle sostanze stupefacenti era un settore in grande espansione per la consorteria cassanese. I Forastefano erano entrati in affari con le gang albanesi ma, soprattutto, con un ramo dell’organizzazione camorristica legata a un nome storico della criminalità napoletana: Vincenzo Mazzarella, di Ponticelli.
Il magistrato inquirente apprese che il cugino, Francesco De Marco, detto “Zu Peppe”, aveva messo il campano Giovanni Maida in contatto con i Forastefano «procurandogli un ottimo mercato per la vendita di stupefacenti».
Maida, che veniva spesso pure a Cosenza e Castrolibero, divenne abituale fornitore di cocaina del gruppo cassanese. Gli affari venivano siglati con cene in ristoranti di lusso di Rende e grandi alberghi del capoluogo. Il pentito Domenico Falbo parlò dell’esistenza di questo legame con i napoletani rivelando d’aver compiuto personalmente un viaggio da Cassano a San Giovanni a Teduccio con i soldi necessari per comprare la droga che nascose sotto il sedile dell’auto.
La “coca” veniva acquistata a 46 euro al grammo. I viaggi dei “corrieri” venivano protetti con delle “staffette” che precedevano di qualche chilometro l’auto con il carico. Le soffiate del pentito finì per spalancare le porte del carcere per Maida.
Successivamente, però, il difensore del ricercato, l’avvocato Loscerbo, riuscì a farlo assegnare alla comunità terapeutica per seguire un programma disintossicante. E proprio Maida fu il primo, tra i 66 indagati dell’operazione “Omnia”, a lasciare la cella. Però, il giorno dopo Capodanno del 2009, il quarantasettenne abbandonò la comunità dicendo di doversi recare a Napoli e si diede alla macchia.
Il gip distrettuale dispose l’aggravamento della misura cautelare e da quel momento è cominciata la caccia all’uomo lungo l’asse Campania-Calabria. Un inseguimento che i detective del Nucleo operativo di Scalea condussero nel più assoluto seguendo amici e parenti del ricercato come “fantasmi”.
Il genero del ricercato, Luigi Neri, anche lui campano, si sarebbe mosso per conto di Maida. E i carabinieri lo bloccarono con 25 grammi alla stazione ferroviaria di Praia con 25 grammi di cocaina. Droga acquistata in Campania. Dopo l’arresto del genero, Maida sarebbe uscito allo scoperto. E così si sarebbe recato personalmente a Napoli, accompagnato da Oliva. Al ritorno da quel viaggio, cambiarono l’auto a Sala Consilina. Una precauzione che non servì perchè i carabinieri fermarono la vettura con i due a bordo, a Tortora.
di Giovanni Pastore
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