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Il settore Commercio falcidiato dalla crisi – Durante lo scorso anno sono state ben 3 mila 275 le imprese che hanno cessato di operare, scoraggiate anche dalla contrazione del credito bancario – La situazione nell’analisi di Confesercenti

COSENZA – Un’azienda che cessa e un’altra che prende il suo posto. È fatto anche di operazioni del genere il via vai di piccole e medie imprese nel tessuto socio-economico cittadino e della provincia. Basta cambiare struttura a un’impresa – dalle nostra parti quasi sempre piccola se non addirittura “micro” – per esempio trasformandola da ditta individuale a società a responsabilità limitata per determinare una registrazione che va a incidere sulla “mortalità” delle aziende e un’altra che si riflette sul fronte opposto, quello della “natalità”. Ma il panorama è affollato, giorno per giorno, da imprese che effettivamente finiscono di operare, che escono fuori dalla scena.

Tralasciando gli intrecci inevitabili e faticosi da seguire sul piano statistico, la nostra provincia – e più o meno in proporzione la città capoluogo – ha chiuso il 2010 con un saldo positivo, almeno per quanto riguarda le attività commerciali, cioè quelle che mettono in vendita, all’ingrosso o al dettaglio, beni destinati alla persona e alla casa, soprattutto prodotti alimentari e per l’abbigliamento della persona.

Lo scorso anno sono state purtroppo tante le imprese che hanno smesso la loro attività, anche se decisamente superiore risulta il numero di quelle sorte nello stesso periodo, in questo raggruppamento che ha chiuso l’anno evidenziando una consistenza di 19 mila 238 ditte.

Per non ondeggiare sul vago e dare un senso tangibile al discorso, diciamo che fra il 1. gennaio e il 31 dicembre sono state cancellate dal registro delle imprese – per quanto riguarda, ripetiamo, il commercio al dettaglio e al’ingrosso di beni per la persona e per la casa – 3 mila 275 aziende, contro 4 mila 108 iscrittevisi. La differenza, fra “morìa” e “natalità”, è a favore di quest’ultima voce per 833 unità.

La prevalenza delle iscrizioni sulle cancellazioni è un fatto positivo, ma l’entità delle seconde – tralasciando le letture “giustificative” e le spiegazioni buoniste di alcune di esse, che ci porterebbero lontano, trascinandoci fuori pista – non è da prendere sottogamba.

Perché ci saranno cambi di ragione sociale, trasformazioni aziendali, subentri nell’ambito familiare, passaggi di proprietà ininfluenti sul piano pratico, ma almeno metà delle aziende che dichiarano la cessazione della loro attività – fa osservare Massimo Esaltato, vicepresidente provinciale della Confesercenti – spariscono sul serio. E intorno a duemila aziende commerciali su meno di ventimila che lasciano perdere, che chiudono, non sono una bazzecola, rappresentando il 10 per cento.

Cos’è che determina questa morìa di piccole o micro aziende commerciali o affini? Esaltato non ha dubbi. «La maggior parte mollano, perché fortemente provate dalla crisi economica in atto che ha fatto contrarre le possibilità di spesa della gente, determinando il crollo di alcuni generi di consumo (soprattutto quelli grazie ai quali si tengono in piedi i cosiddetti “negozi di vicinato”, esercizi con massimo 250 metri quadrati di superficie a disposizione), e il largo prevalere delle uscite sugli incassi.

E chi magari vorrebbe resistere ad oltranza, viene costretto a ripensarci dall’atteggiamento delle banche che hanno assunto una diffusa posizione di assoluta contrarietà all’apertura di credito alle aziende messe a dura prova dalla non facile contingenza».

di Antonio Garro

da gazzettadelsud.it

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