COSENZA – L’Appennino paolano è un groviglio di rocce informi che si alternano a macchie di vegetazione. Boschi di castagno e di faggio che sembrano aggrappati agli strapiombi in quella zona inaccessibile che nel tempo ha ingoiato sospiri e misteri di morte. Tra quei monti è nascosto il movente del delitto di Roberta Lanzino, la studentessa barbaramente assassinata il 28 luglio del 1988. La sua morte è un giallo che resiste a due decenni di aggrovigliate investigazioni, tra tentativi di depistaggi e false testimonianze.
Una trama inquietante che s’intreccia con un altro omicidio rimasti irrisolti: quello dell’allevatore Luigi Carbone. Delitti inquietanti che, per il pm Roberta Carotenuto, s’annoderebbero attorno allo stesso nome: Franco Sansone. L’imprenditore di Cerisano (che è difeso dall’avvocato Enzo Belvedere) s’è sempre detto estraneo all’omicidio della ragazza e a quello di Carbone che, tra l’altro, era suo amico.
Su quella montagna, ieri, sono tornati due testimoni che, davanti alla Corte d’assise (presidente: Antonia Gallo; a latere: Vincenzo Lo Feudo), hanno rivissuto le scansioni temporali di quel giorno di luglio di ventitrè anni fa.
Il primo a tentare di mettere in fila i ricordi di quella confusissima giornata è stato un imprenditore del posto, Nicoletti. Ai giudici ha raccontato d’aver visto ad esempio transitare su quella strada un furgone (quello dei Tonnera, ndr) e poco dopo passare quella ragazza su un motorino. «Subito dietro c’era una Fiat 131 di colore avano», ha spiegato il teste. «Anch’io partecipai alle ricerche della ragazza. Tra i volontari c’era, pure, Franco Sansone».
Lo stesso testimone, durante il controesame, ha pure detto di conoscere bene Sansone e di non averlo mai visto su una Fiat 131. Ad analoghe conclusioni è giunto anche un altro di quelli che quel giorno era lì, su quelle montagne. Michelangelo Riggio, che oggi fa l’imprenditore, ricorda «quella ragazza in motorino che era seguita da vicino da una Fiat 131. Un tipo di vettura su cui non ho mai visto circolare Sansone». Anche Riggio partecipò alle ricerche di quella ragazza che, poi, venne ritrovata morta a non più di 600-700 metri dalla sua abitazione.
Ricordi sfocati dal tempo, come quelli che si porta dentro Luigi Cesario, cugino di Rosaria Genovese, una casalinga strangolata e poi gettata in un pozzo nell’aprile del 1990. Vicende che gli provocano ancora tanta sofferenza da farlo stare male, come ieri, quando a un certo punto della deposizione ha accusato un malore in aula. Cesario ha parlato di due episodi in particolare.
Il primo riferito alla visita che ricevette nel suo bar, qualche tempo dopo la morte di suo padre: «Alfredo Sansone venne a farmi visita e mi disse di salutargli mio padre». Una “cortesia” che lui avrebbe interpretato come minaccia.
L’altro fatto sul quale il pm Carotenuto e i patroni di parte civile (gli avvocati: Francesco Cribari, Ornella Nucci, Marina Pasqua, Elena Coccia e Adele Bedini) sono andati a esplorare è la storia d’un furto di bestiame subìto dal padre. «Mio papà si rivolse ai Sansone per avere notizie. Un giorno, Alfredo lo convocò in montagna a mezzanotte perchè gli avrebbe fornito elementi utili sui ladri. Ma mio padre non andò, per paura».
Il 17 novembre si tornerà in aula per sentire, tra gli altri, i congiunti di Luigi Carbone, a cominciare dalla vedova. L’ultima persona a vedere in vita l’allevatore di Marano Marchesato fu proprio la moglie.
La donna accompagnò suo marito vicino ad un ovile nel territorio di Falconara Albanese. Un posto che l’ingoiò per sempre. Era il 27 novembre del 1989. Quand’era già sottoterra qualcuno disse d’averlo visto in mezzo alle campagne di Falconara Albanese.
Qualcun altro, invece, riferì d’aver ricevuto sue telefonate che gli diceva d’essersi trasferito negli Stati Uniti. Depistaggi. La vedova di Carbone, nei primi anni Novanta, rese un’articolata deposizione in Corte d’assise spiegando che quel giorno suo marito le era apparso preoccupato, senza tuttavia, conoscere il motivo di quel turbamento.
In sintesi
Il delitto: Roberta Lanzino venne violentata e assassinata il 26 luglio del 1988 lungo la strada che da San Fili conduce a Torremezzo di Falconara. I responsabili del crimine non sono mai stati individuati.
La macchina: Una testimone oculare ha riferito che la vittima era seguita a breve distanza da una Fiat 131 di colore marrone chiaro. L’autovettura e il proprietario non sonio mai stati individuati.
Il pentito: Sull’omicidio di Roberta Lanzino ha reso articolate confessioni l’ex capobastone cosentino Franco Pino. Il boss ha indicato i nomi dei presunti assassini della studentessa assumendo di averli appresi mentre era recluso nel carcere di Palmi.
Gl’imputati: Franco Sansone (difeso dall’avvocato Enzo Belvedere) è ritenuto responsabile dell’omicidio di Roberta Lanzino. L’imprenditore, insieme al padre Alfredo e al fratello Remo (difesi dagli avvocati Belvedere e Armando Veneto) risponde pure del delitto di Luigi Carbone.
di Giovanni Pastore
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