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Processo Terminator 3, «Sono stato il boia di Primiano Chiarello» – L’agghiacciante racconto di Francesco Bevilacqua l’ex boss dei nomadi: uccidemmo quel ragazzo perchè era passato con Bruni – E il superconsulente rivela: nell’auto dei killer di Sena trovati tre stuzzicandenti usati dalla stessa persona

COSENZA – Franchino prima del 2001 era una specie di califfo in quel suo regno schiacciato tra via Popilia e via degli Stadi. Servito e riverito dalla sua gente, nemmeno sembrava uno zingaro. Eppure era il capo di quel clan di nomadi che stava nascendo tra la città e Cassano. Comandava lui quel pezzo di ‘ndrangheta sanguinante, forse la più feroce a quei tempi. Ordinava e uccideva, e sapeva anche essere crudele. Si muoveva come un boss e dai boss si faceva sentire. Con loro parlava d’affari, pianificava delitti e pretendeva sempre maggiori spazi per controllare il racket e lo spaccio.

Tutto questo accadeva fino a dieci anni fa. Poi, la decisione di pentirsi, di lasciare quella ‘ndrangheta che lo aveva reso invincibile. La polizia lo scovò in una villetta di Marina di Gioiosa Ionica, dove era andato a nascondersi per scampare a una condanna definitiva a 27 anni che la Corte di assise di Lecce gli aveva rifilato.

Era gennaio del 2001 quando entrò in carcere e chiese di parlare col magistrato: «L’ho fatto per preservare le mie figlie e mia moglie». Francesco Bevilacqua, inteso come “Franchino i’ Mafarda”, incalzato dalle domande del pm antimafia Vincenzo Luberto, ha cominciato a raccontare, così, il romanzo criminale della sua vita davanti ai giudici della Corte d’assise (presidente: Antonia Gallo; a latere: Vincenzo Lo Feudo).

Il primo di quei capitoli rispolverati in aula è forse il più agghiacciante e racconta d’un picciotto, Primiano Chiarello, che venne ucciso e fatto a pezzi, nel giugno del 1999, solo perchè aveva deciso di lasciare il vecchio “datore di lavoro” e transitare sul libro paga del nascente clan Bruni. «Mi diedero l’incarico d’ammazzare quel giovane. Chiarello era latitante a Cerchiara. Lo cercavano per una rapina in gioielleria a Rossano e lui s’era rifugiato lì. Andò Nicola Acri a prenderlo e lo portò in una stalla di cavalli allo Scalo di Spezzano Albanese».

Quel ragazzo non ebbe scampo: «Entrò e Dentuzzo (Franco Abbruzzese, ndr) gli sparò con una Skorpion. Primiano stramazzò al suolo, era agonizzante. Allora, presi un’accetta e provai a finirlo decapitandolo. Però, quell’arnese era troppo piccolo e non riuscii a completare l’opera. Guardai l’orologio e mi accorsi che s’era fatto tardi. Erano le 18.55 e io, a quei tempi, ero sottoposto alla misura della sorveglianza speciale. E dovevo rientrare d’urgenza a Cosenza per non avere guai con la giustizia».

Era così che la ‘ndrangheta puniva le infamità. Facendo a pezzi i suoi nemici proprio come Primiano Chiarello, ex rapinatore che s’era spostato verso quella cosca che due vecchi padrini avevano deciso di costruire. Ma pure loro, Francesco Bruni inteso come “Bella Bella” e Antonio Sena, storico mammasantissima di Cosenza, furono uccisi dai nuovi boss.

Due agguati ricostruiti dal superconsulente della Dda, il professor Aldo Barbaro. L’esperto ha ricostruito le azioni dei killer delle cosche attraverso i segni lasciati sulle vittime. «Bruni venne colpito inizialmente a una gamba. Quel proiettile, però, non provocò grossi danni perchè venne filtrato dallo sportello. Il secondo colpo raggiunse la vittima al torace. A quel punto, la pistola s’inceppò e l’agguato venne completato da un revolver. Chi l’impugnava ha sparato tre colpi. Il primo ha centrato Bruni sul dorso, gli altri due hanno fatto scoppiare la scatola cranica».

Il professor Barbaro ha poi illustrato gli esiti dei suoi studi sull’omicidio di Antonio Sena. «La morte è sopraggiunta intorno alle 12.40. la vittima fu attinta all’aorta addominale e al rene sinistro. In tutto furono sparati non meno di 13 colpi e non più di 14. Il dubbio è legato a un foro all’avambraccio che potrebbe essere fuoriuscito colpendo quindi il torace.

Ben dieci fori sono stati repertati sul parabrezza all’interno d’una superficie di 40 x 34 centimetri». Un dato che conferma la precisione dei sicari. Proprio prima di concludere la sua deposizione il superconsulente ha evidenziato un particolare inedito: «Nella Lancia Thema utilizzata dagli assassini abbiamo rinvenuto tre stuzzicadenti utilizzati dalla medesima persona il cui profilo genetico è stato definito». Tuttavia, sul dna estratto non furono eseguite comparazioni.

Terminator 3

Il processo”Terminator 3″ ricostruisce storie di sangue che erano rimaste a lungo confinate nelle pieghe di ipotesi investigative. Come l’agguato che segnò lo spartiacque definitivo tra la vecchia mafia e quella nuova. La mattina del 12 maggio del 2000, a Castrolibero un commando assassinò Antonio Sena, una delle icone della storica malavita cittadina. Un uomo di rispetto con amicizie importanti nel Reggino. Sarebbe stato ucciso perchè le “coppole” emergenti temevano un suo rientro in grande stile nella gestione degli affari illeciti, al fianco d’un altro temuto boss, Francesco Bruni, alias “Bella-bella”, anche lui vittima d’un agguato, freddato dieci mesi prima davanti al carcere di via Popilia.

Gl’imputati che hanno optato per il rito ordinario sono: imputati Ettore Lanzino, Franco Presta, Franco Abbruzzese e Nicola Acri. Il collegio difensivo è formato dagli avvocati: Franco Locco, Giuseppe De Marco, Marcello Manna, Antonio Sanvito, Lucio Esbardo, Gianluca Garritano. Tra i patroni di parte civile ci sono: l’avvocato Gisberto Spadafora per la Provincia, e la collega Maria Tunno per il Comune di Cassano.

di Giovanni Pastore

da gazzettadelsud.it

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