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«Quel giorno ho perso un figlio e la mia vita» – Al processo sulla strage del campetto – Giovanni Gabriele testimonia in aula con sua moglie Francesca

CROTONE – Una famiglia distrutta dal dolore. Due vite che, di fatto, hanno cessato di vivere il 25 giugno del 2009 in quel campo di calcetto a Margherita quando un proiettile colpì alla testa il loro figlio Domenico che poi morì dopo 88 giorni d’agonia. La ricostruzione di quanto accaduto nel 2009 è stata al centro dell’udienza che si è tenuta ieri nell’aula bunker di Catanzaro per il processo scaturito dall’inchiesta “Apocalypse now” che vede alla sbarra Francesco Tornicchio, 32 anni, presunto boss di “Cantorato” (detenuto al regime di 41 bis e collegato in videoconferenza), il fratello Andrea, 21, Vincenzo Dattolo, 27, e Donatello Le Rose, 36. Ai primi tre si contesta l’omicidio di Gabriele Marrazzo e del piccolo Domenico Gabriele di 11 anni, mentre Tornicchio e Le Rose sono accusati di concorso nell’omicidio di Michele Masucci, commesso a Strongoli il 27 novembre del 2007.

Sul banco dei testimoni sono saliti ieri il papà e la mamma di Domenico, Giovanni Gabriele e Francesca Anastasio, che hanno ricostrutito quanto è accaduto in quei giorni.

«Io e mio figlio ogni giovedì andavamo a giocare a calcetto. Una settimana prima – ha raccontato Giovanni Gabriele – ai campi di calcetto Vicenzo Dattolo si è incontrato con Gabriele Marrazzo. Lo ricordo perchè fu mio figlio a sostituire Gabriele in campo. Era contento perchè ha giocato per tutta la partita quando, di solito, ci alternavamo in modo che non si stancasse a giocare per tutta la gara.

Quel giorno, invece, non dovevamo andare a giocare perchè pochi giorni dopo la famiglia avrebbe partecipato alla prima promessa di un parente. Poi Domenico ha insisto e siamo andati ai campi. Dopo 20 minuti dall’inizio della partita, mentre io ero a bordo campo e Domenico stava giocando, ho sentito degli spari, il primo subito e gli altri a poca distanza dal primo, e ho visto mio figlio cadere a terra.

Sono subito corso verso di lui, gli ho meso la mano sotto la testa e ho visto che perdeva sangue. Sono arrivati i soccorsi e mio figlio è stato prima portato in ospedale a Crotone e poi trasferito a Catanzaro. Non ha mai ripreso conoscenza anche se una volta mi ha stretto la mano. Io ho perso mio figlio e la mia vita».

Tra le lacrime la testimonianza della madre: «Appena sono stata avvisata di quello che era successo sono corsa all’ospedale. Lì c’erano tante persone ferite e piene di sangue. Fu in quel momento che mi accorsi che era successo qualcosa di grave. Non si capiva niente. Poi il trasferimento a Catanzaro. Quando ci è stato detto di scappare perchè Domenico si era aggravato mi sono messa a tremare e non riuscivo a fare più niente. Ora sono in cura da una psicologa e sono sempre nervosa. La mia vita non è più la stessa».

Alle domande del presidente della Corte Giuseppe Neri (a latere Domenico Commodaro), del pm Salvatore Curcio, degli avvocati di parte civile Francesco Verri, Giuseppe Barbuto, Pino Napoli e Bruno Iannice, e di quelli della difesa Fabrizio Salviati, Francesco Laratta, Gregorio Viscomi e Pietro Pitari ha risposto anche Antonio Zito, uno dei sopravvissuti ai colpi mortali che ha però perso l’uso della mano destra. Anche Zito ha ricostruito quello che accadde la sera del 25 giugno del 2009 ai campi di calcetto. L’udienza è stata infine rinviata al 9 novembre.

di (g.m.)

da gazzettadelsud.it

1 commento

  1. Davide 15 ottobre 2011 alle 19:34

    Se esiste una giustizia, dovrebbero morire in carcere, VOI SIGNORI GIUDICI DOVETE CONDANNARLI A … FINE PENA M A I !!!!
    Io URLOOOO: CODARDI ASSASSINI SAPETE SOLO SPARARE E SCAPPARE, DOVETE PASSARE LE PENE DELL’INFERNO, ALTRO CHE 41 BIS!

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