COSENZA – S’ammazzavano per i soldi. Si facevano a pezzi per la gestione degli appalti. Da Cosenza al Tirreno, dallo Ionio al Pollino. Le pallottole servivano per eliminare i problemi e i morti caduti nelle strade scandivano l’espansione delle nuove “coppole”. Lo sfondo torbido affiora dalla nebbia di quegli anni. Gli anni della mattanza nel Cosentino, anni che la Dda di Catanzaro ha ricostruito nel processo “Terminator 2″ che si celebra davanti alla Corte d’assise cittadina (presieduta da Antonia Gallo).
E, ieri, il processo è proseguito dopo la rinnovazione degli atti disposta dopo la partenza del giudice a latere Gianfranco Grillone, promosso in Corte d’appello. Il magistrato è stato sostituito dal collega Vincenzo Lo Feudo. Quindi è ripresa la rievocazione dello scenario descritto dal pm antimafia Vincenzo Luberto e confermato dai principali collaboratori di giustizia i cui racconti avrebbero trovato corrispondenze puntuali nelle indagini dei superdetective della Dia di Catanzaro.
Uno di loro, il luogotenente Catuscelli, è stato sentito per ore sulla minuziosa ricerca di quelli che vengono definiti riscontri oggettivi. Elementi che sono serviti per scrivere due capitoli di quella faida scatenata lungo l’asse Cosenza-Paola.
A San Lucido e a Serra Spiga caddero, nel giro di pochi mesi, Marcello Calvano e Vittorio Marchio, due pezzi da novanta della ‘ndrangheta. Secondo la Dda, Calvano stava mettendo insieme quattrini e rispetto sul Tirreno. Le coppole “emergenti” temevano che potesse tenere tutto per sè il grande affare della galleria di “Coreca”, ad Amantea. E proprio i quattrini dell’impresa Coccimiglio avrebbero spinto il direttorio provinciale a decretare la morte del padrino. Un delitto che l’accusa attribuisce in concorso alle due cosche alleate, del Tirreno e della città capoluogo.
Marcello Calvano venne assassinato la mattina del 24 agosto del 1999. Il commando lo sorprese in sella al suo scooter “Gilera” di colore giallo sulla Provinciale, intorno alle 7,20, in località “Varco”. Calvano era operaio stagionale nel settore della forestazione. In prossimità di una curva, una Fiat Regata, con due persone a bordo, affiancò e tamponò il ciclomotore.
Un uomo, a volto scoperto, aprì il fuoco con una 38 special a tamburo. Un primo proiettile s’infranse sulla mascherina dello scooter, altri quattro andarono a segno. Calvano, cadde dal motorino, dopo essere stato raggiunto dal piombo all’emitorace sinistro, all’altezza del cuore. La vittima, tentò d’aggrapparsi al muretto in cemento che delimitava la corsia stradale. Perse sangue, respirava a fatica. Si guardò intorno, cercando scampo. Ma non trovò le energie per darsi alla fuga.
Il sicario, scese dalla vettura condotta da un complice e s’avvicinò al ferito. Per finirlo. Con la canna della pistola quasi appoggiata al torace, sparò il colpo di grazia. Poi, in segno di disprezzo, spinse il cadavere nel burrone. La Fiat Regata, ripartì sgommando. Il commando l’abbandò a un chilometro di distanza.
Per salire su una vettura “pulita”, alla cui guida ci sarebbe stato un terzo uomo. Lungo il tragitto, i criminali si liberarono dell’arma utilizzata per compiere la missione di morte. Lanciandola tra i rovi d’una stradina sterrata. L’auto risultò rubata proprio a Cosenza, tra il 20 ed il 23 agosto 1999.
I primi ad accorgersi di quello scooter spiaccicato sull’asfalto pensarono ad un incidente stradale ed allertarono i carabinieri. La prima pattuglia del Radiomobile giunta sul posto, trovò effettivamente quel ciclomotore a terra. E là vicino una scia di sangue sino al parapetto. Tra la fitta vegetazione, gli’investigatori individuarono il cadavere.
Il 26 novembre di quello stesso anno, invece, cadde in un altro agguato, Vittorio Marchio, “uomo di rispetto” di Cosenza. Due killer, armati d’una semiautomatica 9×21 e d’un revolver 38 special, lo colpirono al torace ed all’addome sulla sua carrozzella. Secondo la Dda, quel delitto sarebbe stato deliberato dai bosso cosentini.
Tutti gl’imputati si protestano innocenti e sono difesi da un agguerrito e qualificato collegio difensivo formato dagli avvocati: Marcello Manna, Gianluca Garritano, Giuseppe Bruno, Roberto Le Pera, Bruno Napoli, Annalisa Pisano, Giovanni Destito, Sergio Rotundo, Francesco Scrivano, Enzo Lo Giudice, Lucio Esbardo, Cesare Badolato, Aldo Cribari, Paola Garofalo, Francesco Tucci, Simona Clebre, Claudia Conidi, Attilio Matacera, Michele Rizzo e Giancarlo Pittelli.
La genesi
Tutto comincia quando le cosche presenti sul territorio, un tempio tenacemente contrapposte, attuano un processo di confederazione. Processo che si traduce in una capillare penetrazione nel tessuto economico e sociale dell’area urbana.
La ‘ndrangheta riassume il controllo degli appalti e dei subappalti collegati alla realizzazione delle opere pubbliche, impone il “pizzo” a tappetto a piccoli e grandi esercenti, costruttori, titolari di concessionarie e, in occasione della Fiera di San Giuseppe, persino ai venditori ambulanti.
I padrini pretendono il dominio assoluto. A cadere sotto i colpi dei sicari della ‘ndrangheta nel 2000 anche il vecchio padrino Antonio Sena. Sui delitti di quegli anni la Dda catanzarese è andata a ripescare ipotetici moventi, mandanti e autori, grazie alle collaborazioni offerte da vecchi e nuovi pentiti le cui “soffiate” sono state riscontrate dai superinvestigatori della Dia. E i presunti responsabili sono finiti a giudizio nei vari processi nati dal medesimo filone investigativo denominato, appunto, “Terminator”.
di Giovanni Pastore
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