CROTONE – “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Non bisogna essere per forza soldati, come scriveva in versi ermetici il grande Ungheretti, per vivere un’esistenza di precarietà ed angoscia. No, non è troppo ricordare questi versi oggi, a Crotone, dove la guerra militare non c’è, ma ci sono persone che quotidianamente si trovano a dover combattere la loro battaglia quotidiana per la sopravvivenza e con ansia aspettano di perdere per l’ennesima volta il tetto che si sono guadagnati con l’ennesima occupazione abusiva.
Sono pronti a combattere, a difenderlo quel tetto. “Non saremo noi di certo ad aprire la porta” annunciano. Come soldati si preparano alla battaglia.
I senza tetto della città, che nell’ultimo mese hanno riempito le colonne dei giornali locali, presto saranno sgomberati anche dall’asilo di via Giacomo Manna, in cui si sono introdotti circa due settimane fa.
Hanno ricevuto un’ordinanza che li invita a liberare i locali entro cinque giorni e visto che dicono di non sapere dove andare, non hanno alternativa ad aspettare che le forze dell’ordine arrivino per sbatterli fuori, sperando che per qualche ragione non accada.
Il conto alla rovescia è già iniziato e non si discute d’altro, mentre diventano sempre di meno: all’inizio le famiglie erano in tutto 30, poi, quando hanno occupato l’asilo si sono ritrovate in sette, sono calate ancora a cinque ed ora sono solo quattro.
Tutti avevano il problema della casa, ma evidentemente ora è rimasto solo chi proprio non sa dove andare, chi non ha nemmeno un parente che possa ospitarlo… Perché stare lì dentro non è certo facile, senza un letto su cui dormire, condividendo gli spazi con degli estranei e, poi, con i bambini al seguito, che insieme a quelli di tutti gli altri creano un caos insostenibile.
Questa resta una storia di protesta per la casa al femminile, gli uomini, mariti o compagni, continuano a rimanere nell’ombra, passano di tanto in tanto, soprattutto la sera, ma sono sempre state le donne, probabilmente per proteggerli, a presidiare continuamente quella struttura, vivendoci da recluse senza spostarsi un attimo.
Quelle quattro donne lunedì 24 ottobre, quando mancavano solo due giorni alla scadenza dei termini indicati nell’ordinanza di sgombero, in quel vecchio asilo, sedute a cerchio con i loro bambini sulle ginocchia, in un’aula che hanno adibito a camera da pranzo condividevano le loro ansie nell’attesa dello sgombero.
“Verranno veramente?”, “a che ora arriveranno?”, “sfonderanno le porte?”. Questi sono gli interrogativi che si ripetono continuamente al ritmo di un’ossessione. E poi si continua con le proposte su cosa fare dopo, su dove andare.
“Siamo preoccupate – dice la più giovane di loro – pensiamo che arriveranno mercoledì mattina molto presto, ma chissà se sarà davvero così? Se verranno di notte? Dove andremo poi di notte?”.
“Se arriveranno mercoledì – commenta un’altra ironica – mi faranno gli auguri di compleanno, compio 27 anni. Quando ci hanno tolti dalla palazzina popolare che avevo occupato era il compleanno della bambina. Ultimamente – aggiunge rattristandosi – ad ogni ricorrenza mi succede qualcosa di brutto”.
Sono giovanissime, ma tutte già mamme. L’attesa estenuante dello sgombero è l’occasione per riflettere su se stesse, sul percorso che le ha portate fino a lì, in quella scuola abbandonata da cui presto saranno cacciate.
Eleonora Pelaggi ha 27 anni, è mamma di due bambine. È una parrucchiera, un mestiere che ha esercitato a Modena per otto anni. Erano emigrati lì, lei e il marito.
“Lavoravamo entrambi, lui è imbianchino, è stato sempre un bravo lavoratore. Stiamo insieme da 11 anni, quando abbiamo deciso di sposarci avevamo sogni normali: una casa, dei figli… Però, dopo il matrimonio sono rimasta incinta ed abbiamo deciso di tornare. Me ne sono pentita amaramente! Abbiamo preso una casa in affitto per 500 euro al mese.
All’inizio riuscivamo a pagare, mio marito ha fatto il pizzaiolo a Crotone e prendeva mille euro al mese. Poi non potevano più pagarlo, la pizzeria è entrata in crisi ed è rimasto a casa. La nostra vita è andata a rotoli ed intanto sono rimasta incinta per la seconda volta. Ora abbiamo lo sfratto esecutivo, non so proprio dove mettere i miei mobili, nemmeno mia madre ha una casa, lei vive da mia nonna con mio fratello in una casa piccolissima”.
Laura Sarago è la più giovane, “fra qualche mese – dice – compirò finalmente 18 anni”. È rimasta incinta prima del dovuto ed ora ha una figlia di due anni e mezzo. “Ho vissuto con i miei suoceri – racconta – ma le cose sono andate male anche a loro, hanno dovuto lasciare la casa che avevano in affitto”.
Il marito che lavorava in un’azienda per lo smaltimento dei rifiuti ha perso il lavoro. Ha girovagato per diversi comuni della provincia fino a tornare dalla madre. Ora vivono in 6 in 60 metri quadrati di casa. “Non ho nessuno che può aiutarmi – racconta – mio padre al momento è in carcere, mio marito non lavora. Non so dove andare”.
di Angela De Lorenzo
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