CROTONE – Entrano nel processo ‘Tramontana’ contro le cosche del crotonese le dichiarazioni dell’imprenditore Pasquale Lamberti, quelle rese nell’ormai lontano novembre 2002 agli inquirenti per denunciare le estorsioni subite dagli uomini dei clan di Papanice e Cutro. Ma anche le intimidazioni e i danneggiamenti nei confronti di altri soci della sua azienda, la ‘Nuova Chimipharma’, che lo hanno letteralmente terrorizzato.
Tanto che quando alcuni anni dopo, nel gennaio 2007, venne invitato a testimoniare in aula, Lamberti si è avvalso della facoltà di non rispondere ricorrendo alla qualità di imputato di reato connesso.
A chiedere che i verbali dell’interrogatorio di Lamberti fossero acquisiti agli atti è stato il pubblico ministero Pierpaolo Bruni, rappresentante dell’accusa nel processo che si sta celebrando davanti ai giudici del Tribunale di Crotone presieduto da Maria Luisa Mingrone.
Processo scaturito dalla maxi operazione denominata appunto ‘Tramontana’ che vede alla sbarra 66 persone accusate di associazione mafiosa, estorsione, traffico di stupefacenti. Solo una parte, comunque, di quelle originariamente coinvolte nell’indagine che nel dicembre del 2003 portò ad un centinaio di arresti e che nel frattempo hanno già definito la loro posizione con il rito abbreviato, il giudizio d’appello e il sigillo della Cassazione.
Da quando è iniziato, nel maggio del 2005, il processo davanti al Tribunale di Crotone ha infatti subito mille intoppi che ne hanno rallentato lo svolgimento, tanto che nel frattempo diversi imputati sono stati scarcerati per decorrenza dei termini.
L’indagine condotta dal sostituto Bruni ha delineato una suddivisione del territorio provinciale tra le diverse consorterie: secondo quella ipotesi il predominio a Crotone sarebbe stato appannaggio delle famiglie Vrenna, Bonaventura e Corigliano; a Papanice dei Megna; a Cutro dei Grande Aracri; a Cirò dei Farao-Marincola. Soprattutto emerge, da quella indagine, un interesse delle cosche per le nuove iniziative imprenditoriali che sono nate nel distretto industriale di Crotone e che hanno beneficiato di una consistente fetta di finanziamenti pubblici.
In alcuni casi sarebbero riuscite addirittura a infiltrare le compagini sociali. Gli inquirenti, infatti, hanno constatato che la partecipazione societaria di alcuni soggetti che avrebbero fatto capo alle cosche mafiose si traduceva, a distanza di circa un anno, nella fuoriuscita dalla società con una liquidazione che era sempre maggiore all’importo corrisposto all’inizio, ‘surplus’ che configurava una vera e propria estorsione. Beninteso, ciò non metteva le imprese al riparo da ulteriori richieste di denaro che si sarebbero realizzate con puntualità anche dopo.
E’ il caso, appunto, della ‘Nuova Chimipharma’ della quale ad un certo punto era diventato socio Rosario Colacino, ritenuto affiliato al clan Grande Aracri di Cutro; l’uomo avrebbe percepito indebitamente 76 milioni di vecchie lire per recedere dalla società dopo soli 105 giorni di permanenza, oltre a 38 milioni come differenza tra la somma conferita per entrare nella compagine societaria e quella che gli era stata liquidata al momento del recesso.
La cosca, comunque, avrebbe preteso molto più denaro dalla Chimipharma, almeno 350 milioni di lire, e per questo sarebbero stati compiuti attentati intimidatori contro l’auto di Antonio Modesto, socio di Lamberti, e la stessa azienda. Per dirimere la vicenda, due uomini di Papanice, Vincenzo Frandina e Rocco Laratta, avevano accompagnato Lamberti a Cutro per farlo incontrare con Nicolino Grande Aracri; il boss, in quel frangente, avrebbe rimproverato l’imprenditore di non aver risposto al suo invito di cedere gratuitamente il 6 per cento delle quote sociali della Chimipharma a Colacino, intimandogli, in alternativa, di versare una somma di 350 milioni.
Lamberti aveva fatto presente di aver già pagato 76 milioni a Rosario Colacino e a quel punto Nicolino Grande Aracri gli avrebbe concesso di versare solo 100 milioni e anche di rateizzare i pagamenti. Alcuni giorni dopo l’imprenditore avrebbe corrisposto la prima tranche di 50 milioni a Rocco Laratta e, successivamente, altri 15 milioni allo stesso Laratta e a Leo Russelli.
Quando nel 2002 gli inquirenti gli hanno chiesto conto delle mazzette che avrebbe pagato, l’imprenditore ha affermato: “non posso rispondere a questa domanda in quanto temo di essere ammazzato unitamente alla mia famiglia in quanto ho anche due figli. Sono disposto a pagare qualsiasi prezzo pur di non esporre a pericolo di vita me e la mia famiglia”.
A quel punto gli hanno fatto ascoltare le intercettazioni e Lamberti ha capitolato: “ribadisco il mio grande timore di avere ripercussioni gravissime sulla incolumità fisica mia e dei miei familiari. In effetti non posso negare le circostanze sopra rappresentate anche perché sono racchiuse nelle registrazioni che mi avete fatto ascoltare”. L’imprenditore ha quindi parlato dell’incontro con Rocco Laratta, al quale chiese lumi sull’attentato a Modesto, invitandolo a metterlo in contatto con il capo mafia della zona.
“Ci siamo dati appuntamento alle sei a Papanice e da lì unitamente a Frandina Vincenzo e Laratta Rocco ci recammo presso un’abitazione nella periferia di Cutro… Una volta arrivati in Cutro lasciammo questa prima macchina e lì ci attendeva un’altra macchina con a bordo un uomo da me sconosciuto ma che poi ho individuato sul giornale tra quelli arrestati nell’operazione “scacco matto”: saliti a bordo di quest’ultimo veicolo ci recammo a casa del Grande Aracri Nicolino dove c’erano oltre a quest’ultimo ad attenderci anche Pino Colacino…
di (d.p.)
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