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Il Tar: esami falsificati e nessuna buona fede – Bocciato l’ennesimo ricorso di una studentessa alla quale è stata revocata la laurea. «È stata ripristinata la legalità violata», scrivono i giudici – Nuovo importante passaggio in sede amministrativa mentre l’inchiesta penale è da tempo al rush conclusivo

CATANZARO – «Il disconoscimento della firma da parte del docente costituisce una prova adeguatamente conducente sul fatto che l’esame non è stato sostenuto». Nè, tantomeno, «risultano necessarie indagini suppletive su circostanze assolutamente ipotetiche e irrealistiche come l’eventuale alterazione del registro o l’invio al macero dei verbali degli esami». D’altra parte, l’accusa di aver falsificato veline e verbali d’esame escluderebbe «anche la buona fede», così come «suffragato da ulteriori elementi indiziari».

Il Tar mette un nuovo tassello nel puzzle dei falsi esami alla facoltà di Giurisprudenza. E lo fa con una sentenza di merito depositata nei giorni scorsi dai giudici della seconda sezione (presidente Calveri, a latere Burzichelli e Iannini) che hanno respinto, con tanto di condanna alla rifusione delle spese di lite pari a 2mila 900 euro in favore dell’Ateneo, il ricorso di un’ex studentessa alla quale sono stati annullati esami e successivo titolo di laurea.

Una storia simile, quella della ricorrente, a tutte le altre finite nel mirino della Magistratura: indagato per anni, i sostituti procuratori della Repubblica Salvatore Curcio e Paolo Petrolo si apprestano ormai a chiedere il processo per 97 tra funzionari dell’Università Magna Græcia (quattro le posizioni più delicate cristallizzate nell’accusa di associazione per delinquere) ed ex studenti.

In sede amministrativa, mentre procedeva l’indagine penale, sono fioccati i contenziosi dopo che l’Università ha annullato in autotutela centinaia di esami e decine di lauree sospette.

Quello su cui si pronunciati adesso i giudici del Tar Calabria è uno dei primi ricorsi definiti in sede di merito. E così come avvenuto già in passato, vengono sanciti princìpi chiari a partire dal fatto che «occorre tenere distinta l’indagine penale dal procedimento amministrativo» e che alla commissione d’inchiesta insediata dal rettore «interessava solo accertare se gli studenti avessero o non avessero sostenuto gli esami al di là di ogni considerazione in merito ad eventuali responsabilità penali».

Il sistema ricostruito dall’accusa di sarebbe avvalso dell’apposizione di false firme su verbali d’esami e veline in modo da fare risultare come superate prove mai effettivamente sostenute sostenute. E non a caso, nel respingere sia il ricorso principale che i “motivi aggiunti”, il Tar rileva pure che i provvedimenti di revoca di esami e lauree in Giurisprudenza «intendevano ripristinare la legalità violata, essendo fra l’altro di particolare importanza che i titoli di studio, i quali hanno nel nostro ordinamento uno specifico valore legale, siano utilizzati da soggetti effettivamente in possesso delle caratteristiche normativamente previste per il loro rilascio».

Ecco, dunque, un altro tasto dolente: molti dei laureati grazie ai presunti falsi esami hanno poi partecipato a concorsi pubblici o si sono abilitati all’esercizio della professione di avvocato sulla base di presupposti fittizi.

Da qui la decisione d’inserire anche il presidente dell’Ordine degli avvocati, Giuseppe Iannello, nella commissione d’inchiesta: il suo ruolo, secondo il Tribunale amministrativo regionale, «oltre ad assolvere una funzione di garanzia» avrebbe consentire «che il Consiglio nazionale e il Consiglio dell’Ordine potessero acquisire gli elementi di conoscenza necessari per assumere le eventuali iniziative di loro competenza».

di Giuseppe Lo Re

da gazzettadelsud.it

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