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Il “Crimine” esisteva già negli anni ’40 – La struttura unitaria di comando e i tre “mandamenti” riemersi nelle ultime indagini operavano anche prima della guerra – Le rivelazioni letterarie di Saverio Montalto, il summit presieduto da Zappia e l’inchiesta su “Cosa nuova”

COSENZA – La rivelazione letteraria d’un intellettuale colpevolemente dimenticato. Che riscrive la storia del ” Crimine” e dei tre “mandamenti” della ‘ndrangheta: ionico, tirrenico e reggino. Tre aree geografiche riconducibili ad altrettanti penitenziari: Locri, Reggio e Palmi. Una strutturazione territorial-governativa che le cosche si sarebbero date solo in epoca recente per mettere ordine tra le tante ‘ndrine e i troppi “locali” che affollano i litorali e l’Aspromonte, il centro e il nord del Paese, la Germania e la Francia, il Canada e l’Australia.

Tre mandamenti da cui nasce una direzione strategica – per usare una definizione risalente agli anni del terrorismo – che diventa l’unico organismo – il “Crimine” – in grado di dettare linee d’azione, indicare obiettivi e “benedire” omicidi. Il solo organismo in condizione d’interferire pure negli scontri tra famiglie, durante le feroci faide, per “accomodare” le cose.

L’unico “comando unificato” demandato ad autorizzare la nascita o la chiusura di “locali” ‘ndranghetistici in Italia e nel resto del mondo. Un vertice su cui siederebbe assiso, con la qualifica di “capocrimine”, Domenico Oppedisano da Rosarno, un ottantenne “saggio compagno” della Piana di Gioia Tauro nominato custode e sacerdote dell’ortodossia mafiosa.

Niente a che fare con il “capo dei capi” siciliano, con quel Totò “U curtu” di corleonese memoria, famoso nel mondo per cinismo e spietatezza. Il “capocrimine” calabrese non è sovrapponibile al “presidente” della “commissione” di Cosa nostra. E il “crimine” reggino non è assimilabile alla “cupola” isolana. Ruoli, funzioni e peso appaiono oggettivamente diversi. Da sempre.

Già, perchè l’esistenza del “Crimine” sembrerebbe la scoperta investigativa del nuovo secolo e, invece, non è così. V’è infatti prova letteraria e non investigativa dell’esistenza dei tre mandamenti e del “Crimine” già negli anni ’40. Prova letteraria perchè non sono le carte giudiziarie a dimostrarlo ma le pagine d’un romanzo che anticipò di quattro lustri Leonardo Sciascia e il suo “Il giorno della civetta” nel descrivere la totalizzante presenza della mafia e della sua subcultura nei centri meridionali.

Il romanzo è di Saverio Montalto e risale al 29 luglio del 1945. S’intitola “La Famiglia Montalbano” e venne cominciato nel 1940 e concluso cinque anni dopo. Tra quelle pagine scritte in tempi davvero lontani, l’autore nativo di San Nicola di Ardore, racconta della riunione convocata dai maggiorenti delle cosche per decidere l’eliminazione d’un giovane possidente – “Cola Napoli” – che aveva sfidato e oltraggiato il boss del suo paese – “Gianni Della Zoppa” – e insidiato la mantenuta d’un altro capobastone.

Saverio Montalto, veterinario di professione, ma carcerato mentre redige il testo perchè fu autore di un omicidio e di un tentato omicidio, nell’illustrare nel libro la riunione tra capi spiega: «Dopo il Crimine di prima istanza veniva il “Crimine provinciale” o “vertice” che era a sua volta una specie di corte suprema composta dai tre capi trini che detenevano il comando dei tre circondari della provincia».

Dunque, Montalto (che in effetti si chiamava Francesco Barillaro) descrive con largo anticipo l’esistenza dei tre mandamenti di ‘ndrangheta (ionico, reggino e tirrenico) e della “commissione” provinciale che definisce “Crimine” esattamente come faranno 65 anni dopo i magistrati antimafia di Reggio Calabria.

E siccome Montalto-Barillaro non era certo un chiaroveggente ma, per via della sua controversa storia personale un obbligato frequentatore carcerario di certi personaggi, è chiaro che il “Crimine” ed i tre “mandamenti” sono un patrimonio antico della criminalità organizzata calabrese.

In tempi certamente più recenti, siamo negli anni ’90, sempre la Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria ipotizzò l’esistenza di un organismo unitario delle cosche del Reggino. E lo ipotizzò contestandovene l’appartenenza a pezzi da novanta delle “famiglie” mafiose più importanti.

I magistrati sostennero che la struttura verticistica si chiamasse “Cosa nuova” e che ne facessero parte rappresentanti dei Bellocco, Barbaro, Romeo, Iamonte, Araniti, Cataldo, Alvaro, Piromalli, De Stefano, Papalia, Pelle, Morabito, Serraino, Nirta, Mammoliti, Imerti e Condello.

La tesi non trovò tuttavia riscontro processuale non riuscendo a superare lo scoglio delle indagini preliminari. Della struttura di vertice avevano parlato i pentiti Luigi Sparacio e Gaetano Costa di Messina, Filippo Barreca e Giacomo Lauro di Reggio Calabria. La tesi della magistratura inquirente si riferiva però a una struttura provinciale creata dopo la fine della guerra di Reggio Calabria (1991) costata 600 morti, per dirimere le future controversie ed evitare altri spargimenti di sangue.

In effetti, però, il “Crimine” della ‘ndrangheta esisteva già nella prima metà del Novecento, fungeva da camera di controllo e compensazione tra i “locali” e da “tribunale” in grado di emettere condanne alla pena capitale. Quello descritto nel 1945 da Francesco Barillaro, alias Saverio Montalto, non può infatti essere liquidato come un puro esercizio di fantasia letteraria.

D’altronde, nel 1969, durante il famoso summit di Montalto, il patriarca Giuseppe Zappia di San Martino di Taurianova, venne sorpreso dai poliziotti del questore Emilio Santillo proprio mentre spiegava ai tanti boss riuniti tra i boschi aspromontani come la ‘ndrangheta non dovesse perdere la sua unitarietà.

Una unitarietà che mostrò poi d’avere in occasione della costruzione dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e del porto di Gioia Tauro o, quando, a Razzà, i capi si riunirono per decidere la spartizione di mazzette e subappalti legati alla realizzazione della strada che avrebbe dovuto collegare l’area tirrenica a quella ionica.

Furono successivamente le guerre scoppiate in riva allo Stretto, nella Locride e nella Piana di Gioia a levare importanza al “Crimine” e ai “mandamenti”. Tornata la pace, invece, la vecchia struttura ha, evidentemente, ripreso faticosamente a funzionare.

di Arcangelo Badolati

da Gazzetta del Sud

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