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Dopo Rizziconi non abbandonate il campo, si spengono i riflettori per la nazionale azzurra – Burocrazie e ’timori’ non permettono un pieno sfruttamento dei terreni confiscati alla mafia

Privare i mafiosi dei loro beni significa indebolire il loro potere, che è soprattutto economico, facendo diventare lo steso bene simbolo della legalità. L’iter che va dal sequestro alla confisca del bene e poi all’assegnazione o gestione è molto più complesso di quello che si possa pensare. Per parlare di un caso concreto, da una città che solo una settimana fa si è guadagnata le prime pagine di tutti i giornali proprio per il segnale lanciato nella guerra alla mafia, siamo ritornati a Rizziconi.

Spenti ormai i riflettori sul campetto confiscato dove si è allenata la Nazionale di calcio italiana, su spinta di Libera, si torna a fare i conti con una realtà tanto amara quanto dura nella Piana di Gioia Tauro.

Nel centro di ottomila anime, che solo qualche giorno addietro, ospitava le attenzioni dei giornalisti, si scopre che la situazione non è così rosea, né così diversa dalle altre città. A Rizziconi, secondo l’elenco rintracciabile sul sito dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati, dal 2010 risulta infatti in gestione un solo bene.

Non a caso, spostandoci in contrada Collina, troviamo un altro terreno confiscato e completamente abbandonato. La storia di questo bene è singolare. Si tratta di una parte di terreno agricolo “pro-indiviso” di 55.520 mq, con annesso un fabbricato rurale. Questo bene è stato confiscato con sentenza definitiva della corte di cassazione il 22 ottobre 2002 a “Francesco Albanese e altri”. Dopo la confisca, il 4 marzo del 2005, l’Agenzia del demanio (così come era previsto prima dell’istituzione dell’Agenzia dei beni confiscati) ha affidato il bene al comune di Rizziconi per “finalità sociali”.

All’Ente è stata assegnata una parte del terreno pro-indiviso di proprietà di Concetta Albanese, mentre l’altra parte è rimasta alla proprietaria, Esterina Albanese. Il Comune ha quindi provveduto ad avviare tutto l’iter necessario per l’assegnazione ad associazioni, disponibili a gestire il bene. Senza successo e, pensando al fatto che a tutt’oggi è in corso un procedimento giudiziario per la divisione del terreno, è ipotizzabile che proprio questa ’indivisione’ sia alla base dell’abbandono del bene.

Dal 2006, infatti, il terreno risulta completamente trascurato, vi regnano solo degrado e incuria, e un fabbricato rurale. Fabbricato che ha fatto la sua ’comparsa’ per la prima volta, durante gli scontri che hanno coinvolto i migranti a Rosarno nel 2010. In quella occasione si scoprì che quella struttura fatiscente ospitava diversi migranti che trovavano rifugio nella baracca poco distante dal centro abitato di Rizziconi.

Con la presenza della Nazionale di calcio, il messaggio partito dal piccolo paese della Piana di Gioia Tauro è stato chiaro, soprattutto nelle parole di don Luigi Ciotti e del ct Cesare Prandelli, che hanno simbolicamente dato ’un calcio al pizzo’, ’un calcio alla ‘ndrangheta’. Durante la manifestazione, ultrasorvegliata da carabinieri e polizia, tutto è andato come previsto, e per la Piana è diventata una giornata memorabile.

L’Antimafia ha messo le mani in maniera decisa e determinata su un terreno in cui la famiglia di Teodoro Crea, voleva realizzare una discarica, grande fonte di lucro. Al posto della discarica, che avrebbe fatto bene solo alle tasche dei boss, un campetto in cui i giovani possono passare il loro tempo libero.

Ma in una regione dalle mille contraddizioni, se da una parte i boss hanno lasciato libero il terreno all’Antimafia, dall’altra, quanto più si alzano gli interessi, tanto meno saranno coloro interessati ad avvicinarsi ad alcuni ’campi minati’.

Quello di Rizziconi, ovviamente, è solo un esempio per provare a riflettere sulla gestione dei beni confiscati in tutto il Paese. Casi del genere se ne trovano tantissimi. Solo qualche giorno fa è stato sequestrato a Palmi, città poco distante da Rizziconi, un campo di calcetto gestito dai Gallico, segno che ancora c’è davvero tanto da lavorare.

Ecco che tornano in mente le parole dei cittadini di Rizziconi, che non hanno partecipato alla manifestazione e che, anzi, l’hanno criticata, proprio per il suo effetto mediatico, quando loro conoscono fuori dai riflettori la dura realtà quotidiana del profondo sud.

Al 1 ottobre 2011, risultano confiscati 11.699 beni tra immobili e aziende. In Calabria, seconda soltanto alla Sicilia per numero di beni confiscati, figurano 1518 immobili e 128 aziende. Un elenco lunghissimo quello che si trova nelle stanze dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati, che ha la sua sede proprio a Reggio Calabria.

L’Agenzia, è stata istituita con il decreto n.4 del 4 febbraio 2010, convertito in legge 50 del 31 marzo 2010 ed è posta sotto l’alta vigilanza del Ministero dell’Interno. Compito deputato dell’organismo è dimostrare che lo Stato vince sulla mafia, perché priva i boss dei loro poteri. Ma i beni confiscati continuano a non rendere ai ’cittadini onesti’, in una regione che vive momenti drammatici dal punto di vista economico.

Tutti i beni sopra elencati, una volta confiscati e assegnati alle amministrazioni locali, sono destinati alle associazioni per ’finalità sociali’, ma queste associazioni gestiscono solo la metà dei beni disponibili. Inoltre, così come dimostrato anche da una recente inchiesta di Repubblica, i sequestri sono difficili, la burocrazia è complicata e i tempi che vanno dal sequestro alla confisca sono così lunghi da poter portare i boss, con una serie di escamotage, ad impossessarsi del bene precedentemente sottratto.

L’obbiettivo è fare in modo che tutto il patrimonio confiscato possa essere riutilizzato. E’ una risorsa che può portare benefici al nostro Paese che, soprattutto in questo momento, ne ha seriamente bisogno.

di Angela Corica

da www.lindro.it

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