mer, 23 maggio 2012 | Fai il Login o Registrati!

torna alla home di Calabria Notizie

Utenti online: 28 ospiti, 5 bot

Tornano i sigilli alla Marlane di Praia – Un operaio, colpito dal cancro, denuncia: “Sotto terra ci sono scorie tossiche”. 50 le morti sospette

Prima il sogno industriale, il posto fisso, il lavoro al Sud dei poveri. Poi la malattia, il cancro, la morte. La storia della Marlane di Praia a Mare, azienda del gruppo Marzotto, è un giallo al contrario: qui è il finale ad essere tragico. La fabbrica tessile sorta sul finire degli anni ’50 e chiusa nel 2004, è oggi al centro di un’inchiesta infinita che spazia dalle aule dei tribunali alle pagine dei giornali locali. Da venerdì scorso l’aria antistante gli edifici che si affacciano sul Tirreno, innestati fra Calabria e Basilicata, è di nuovo sigillata.

La Procura di Paola (Cosenza) ha ordinato un altro sequestro, perché vuole che si rifacciano scavi e analisi del sottosuolo. Quel terriccio può fornire altre tracce in questa storia di disastri ambientali e di morti. Tante morti. Cinquanta, forse di più, fra operai che lavoravano al polo tessile e gente che abitava nella zona.

LE ACCUSE – L’inchiesta della magistratura è partita nel 1999, il processo di primo grado è ancora in corso. Gli scarti della lavorazione, secondo l’accusa, finivano in mare. Oppure sotto terra, seppelliti ogni sabato mentre la fabbrica era chiusa.

Cadmio, cromo esavalente, piombo, arsenico, nichel, amianto. Metalli pesanti. Idrosolubili, come il caffè americano: a contatto con l’acqua si sciolgono. Sono coinvolti 13 tra manager, soci e dirigenti d’azienda, tra i quali anche l’attuale sindaco di Praia a Mare Carlo Lomonaco, sui quali pendono accuse pesanti: omicidio colposo plurimo aggravato dall’omissione di cautele sul lavoro, lesioni gravissime e disastro ambientale.

IL PALAZZO DELLE VEDOVE – Praia a Mare vive d’estate. Ad agosto conta anche cinquantamila presenze. D’inverno, invece, non si va oltre seimila anime. Lo stabilimento della ormai ex Marlane Spa non è distante dalla stazione ferroviaria, che come spesso accade lungo la linea tirrenica, è affacciata sul mare.

Da queste parti c’è una palazzina anonima, con le ringhiere mangiate dalla salsedine. L’hanno ribattezzato il palazzo delle vedove: sei famiglie, cinque morti per cancro. Le donne che lo abitano spolverano ogni giorno le foto dei mariti uccisi dal cancro. Le tengono sulle credenze, simulando altari di preghiera.

«Quando mio marito si soffiava il naso il fazzoletto diventava nero» racconta una di loro. I primi sintomi, gli accertamenti, le ecografie che lasciano senza speranze: ad alcuni gli acidi hanno consumato lentamente l’intero apparato digerente. Poi chemioterapie, letti di ospedale al Nord, il ritorno a casa senza speranza. Per morire nel proprio letto, davanti al proprio mare.

LE TESTIMONIANZE – Sul caso «Marlane» sono numerose le testimonianze drammatiche registrate negli ultimi anni, sin dal 1999 quando i primi tre dipendenti decisero di denunciare il tutto. Racconti di operai che lavoravano a mani nude e senza protezioni, in tintoria: «Ci dicevano: puzza, ma non fa male». Storie di uomini piegati in due, col ventre contratto, a vomitare l’anima.

Ma c’è un racconto unico, mai uscito prima, sul caso Marlane. Ed è quello raccolto dal programma tv Crash. A parlare è Franco De Palma, ex dipendente morto qualche mese fa (manco a dirlo) di cancro.

«Ero un operaio specializzato, del reparto tintoria. Noi avevamo l’ordine, io e un altro di Praia, di buttare i rimanenti coloranti. Si facevano delle buche grandissime fuori, nella parte dietro al capannone, e si versavano tutti là, nell’area che dà sul mare. Poi le ricoprivamo».

Nelle parole di De Palma anche l’impossibilità di sottrarsi a certe pratiche per la paura di perdere il lavoro: «Non potevi dire che non lo volevi fare. Loro ti dicevano: se non lo fai tu lo fa qualcun altro. E lo facevamo sempre il sabato mattina, o il sabato sera, quando lo stabilimento non funzionava. Protezioni? Nessuna: né mascherine, né guanti. Io ero come sono adesso: con questa faccia e questo naso. Ci davano mezzo litro di latte da bere, ma forse faceva più male che bene. Queste cose le ho fatto fino a 15 giorni prima di lasciare il lavoro».

Un lavoro che De Palma faceva di sabato, perché da lunedì al venerdì si occupava di tessuti, stava alla macchina lisciatrice. Con lui, fianco a fianco, Tonino, Vincenzo, Ignazio e Giuseppe. Tutti morti. Tutti di cancro.

GLI UMORI – A Praia gli umori sono contrastanti. Da una parte le numerose famiglie che si portano ancora dentro il dolore delle morti premature, dall’altra chi non crede all’ipotesi «Marlane-assassina». E non importano le parole del Procuratore della Repubblica di Paola, Bruno Giordano, che parla di «condizioni di lavoro da terzo mondo».

Oppure l’agghiacciante riflessione di Natalia Branda, avvocato di parte civile: «È un’ecatombe. Oltre 100 persone decedute per neoplasie varie». Subire passivamente è attitudine diffusa, al Sud. Dal caso Marlane agli avvelenamenti di Crotone: stesse storie di morte e rassegnazione.

Ora sul lungo mare di Praia soffia il primo vento freddo di questo autunno, e i pescherecci ormeggiati nello specchio d’acqua di fronte si agitano seguendo le correnti. Alle loro spalle l’isola di Dino pare osservare pigra lo scorrere del tempo.

Il treno diretto a Paola è lì che aspetta, mentre il buio già avvolge i capannoni in disuso della «Marlane». Le finestre spente, una sedia sghemba. Sembra un posto di fantasmi, questo. E forse lo è davvero.

di Biagio Simonetta

da cadoinpiedi.it

Nessun commento

Commenta su Calabria Notizie

Devi fare il log in per commentare.