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‘Ndrangheta e affari, diciassette condanne – Il gup Adriana Trapani ha convalidato il castello accusatorio costruito dalla Procura antimafia nell’operazione Meta e ha inflitto 138 anni di carcere – Assolto solo Rocco Creazzo. I colpevoli dovranno anche risarcire le Istituzioni e l’Associazione Libera

REGGIO CALABRIA – Centotrentotto anni e quattro mesi. A tanto ammontano le 17 condanne, a pene variabili da 15 a 2 anni di reclusione, inflitte dal gup Adriana Trapani a conclusione del troncone degli abbreviati del processo “Meta”. Un solo imputato, Rocco Creazzo, è stato assolto. Il processo nasceva dall’inchiesta della Dda sulle attività delle cosche della ‘ndrangheta attive in città. La scelta del rito abbreviato ha assicurato lo sconto di un terzo della pena.

Il gup Adriana Trapani ha letto il dispositivo in serata, rientrando nell’aula bunker di viale Calabria dopo la rituale camera di consiglio durata otto ore.

Il giudice dell’udienza preliminare ha condannato Pasquale Buda a 15 anni di reclusione; Santo Fortunato Le Pera a 13 anni e 8 mesi; Rocco Zito a 13 anni e 4 mesi; Domenico Barbieri a 10 anni e 4 mesi; Vitaliano Grillo Brancati a 9 anni e 8 mesi; Antonio Cianci, Domenico Corsaro, Francesco Priore, Giandomenico Condello, Domenico Cambareri e Francesco Rodà a 9 anni ciascuno; Demetrio Condello a 8 anni; Giuseppe Greco (cl. 1960), a 5 anni; Salvatore Mazzitelli a 3 anni; Francesco Condello e Domenico Francesco Condello a 2 anni e 4 mesi; Giovanni Canale a 2 anni.

Il giudice ha anche condannato gli imputati al pagamento del risarcimento del danno in favore della Regione Calabria (2 milioni), della Provincia di Reggio (2 milioni), di Libera (500 mila euro), del Comune di Reggio (2 milioni), del comune di San Roberto (500 mila euro), del comune di Fiumara di Muro (500 mila euro), del comune di Villa San Giovanni (un milione).

L’operazione “Meta” era stata condotta il 22 giugno del 2010 con l’arresto di 43 dei 73 indagati. Le accuse andavano dall’associazione mafiosa alla turbata libertà degli incanti, dal trasferimento fraudolento di valori all’estorsione.

Era stata un’inchiesta dei carabinieri del Ros e del comando provinciale di Reggio, con il coordinamento del sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia, Giuseppe Lombardo, a ricostruire i nuovi assetti delle cosche attive in città e nell’hinterland e a fare luce sugli intrecci tra ‘ndrangheta, politica e affari.

Gli investigatori dell’Arma avevano ricostruito la rete di rapporti tra boss e gregari, ma anche gli intrecci con il mondo dell’imprenditoria, e la politica.

Dall’indagine era emerso che in riva allo Stretto la stagione dello scontro feroce per assicurarsi il predominio era definitivamente tramontata con la pacificazione del 1992.

Così, la contrapposizione tra il cartello De Stefano-Tegano-Libri da una parte e lo schieramento Condello-Imerti-Serraino-Rosmini dall’altra, alla base dello scontro feroce che aveva insanguinato la città e l’hinterland era diventata solo un ricordo.

Da quel momento le organizzazioni criminali che si erano diviso il territorio cittadino avevano cominciato a operare in perfetta sintonia con un solo obiettivo: assicurarsi il massimo di profitti controllando tutte le attività lecite e illecite.

Le principali famiglie di ‘ndrangheta si muovevano in perfetta sintonia mettendo in campo sinergie criminali per controllare le attività illecite. Una gestione che assicurava a tutte le cosche la partecipazione ai guadagni soprattutto legati alle estorsioni e al controllo degli appalti nel settore privato.

In sede di udienza preliminare il processo era stato diviso in due tronconi. I personaggi dalla caratura criminale più importante avevano imboccato la via del rito ordinario.

Praticamente il gotha della ‘ndrangheta reggina era stato rinviato a giudizio. E nel processo che si sta celebrando davanti al Tribunale sono imputati i boss Giuseppe De Stefano, Pasquale Condello, Pasquale Libri e Giovanni Tegano, tutti collocati ai vertici delle rispettive famiglie mafiose.

di Paolo Toscano

da Gazzetta del Sud

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