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La mafia di Ariola, nei boschi delle Serre affari e feroci faide – Negli anni consumate vere e proprie guerre fra i gruppi contrapposti: sanguinari gli scontri dei Loielo con i Maiolo e poi con gli Emanuele – Nel 1989 l’agguato a Vincenzo Loielo (’47) segna l’inizio delle ostilità caratterizzate da omicidi e stragi

VIBO VALENTIA – Un locale di ‘ndrangheta caldo quello dell’Ariola dove, negli anni, allo scontro dei gruppi Loielo e Maiolo è seguito quello che ha visto contrapposti – dopo un periodo di calma apparente – ancora i Loielo e gli Emanuele, che hanno preso il sopravvento. Nella sua ultra trentennale storia il locale di ‘ndrangheta dell’Ariola – la cui esistenza si fa risalire al 1970 – retto dal 1986 da Antonio Altamura, 65 anni, ha dovuto fare i conti con una serie impressionante di omicidi, compiuti in modo brutale, quasi primitivo.

Sangue tanto, ma anche traffici ed estorsioni hanno orientato negli anni la strategia dei gruppi che si sono contesi con piombo e morti la supremazia sui territori che da Gerocarne si spingono sino a Vazzano e Pizzoni, passando per Soriano, Sorianello, Arena, Acquaro e Dasà.

Un diabolico “risiko” giocato dai gruppi in guerra, le cui mosse vengono descritte – soprattutto attraverso il racconto di Francesco Loielo ed Enzo Taverniti, oggi collaboratori di giustizia – nei capitoli che caratterizzano l’inchiesta “Light in the woods” (Luce nei boschi), condotta da Dda e Mobile di Catanzaro, diretta da Rodolfo Ruperti.

Dal 1989 al 1991 a tirare le fila dei traffici nelle Serre sarebbero stati i fratelli Vincenzo (del ’47) e Giovanni (del ’54) Loielo. Dal ’94 la guida della consorteria, vede reggenti i fratelli Vincenzo e Giuseppe Loielo (assassinati nel 2002), mentre oggi a dettare legge è la cosca capeggiata da Bruno Emanuele.

Fino al 1988 fra i Loielo e i Maiolo non vi sarebbero state incrinature, al contrario avrebbero scalato in sinergia i gradini del “mercato” dell’illecito. Ma la primavera del 1989 segna l’inizio della faida con l’agguato teso a Vincenzo Loielo (’47), mentre rientrava nel carcere di Vibo. Ferito, non va in ospedale ma si fa curare privatamente e con il fratello Giovanni, di 57 anni, si dà alla latitanza. Entrambi vengono catturati a Torino circa due anni dopo.

Il 29 marzo dell’89, cioè qualche settimana dopo l’agguato a Vincenzo Loielo, viene ucciso Antonio Donato, ritenuto inizialmente autore del gesto. I sospetti dei Loielo, poi, si spostano però sui Maiolo. Nel frattempo Donato viene attirato in un tranello, “catturato”, portato in una valle, “interrogato” con le buone e poi picchiato.

Visto che non parla lo si fa sdraiare in una fossa, precedentemente scavata in una pianura vicina a un fiume, e – secondo quanto dichiarato da Francesco Loielo – Vincenzo Loielo lo accoltella alla pancia fino a fargli dire che a compiere l’agguato era stato un certo Raffaele. A questo punto, in preda all’ira, Loielo gli spara un colpo alla testa, senza neanche dargli il tempo di specificare di quale Raffaele si trattava. Il corpo di Donato viene poi sepolto e ricoperto di pietre.

Sedici giorni dopo – il 18 aprile ’89 – viene teso un primo agguato a Rocco Maiolo che riesce a sfuggire anche a una seconda imboscata. Tra gli agguati e l’omicidio Donato si inserisce l’eliminazione di Gaetano Inzillo (altro uomo dei Maiolo), ammazzato il 3 agosto ’89 a Torino mentre era a bordo di un camioncino. Secondo il collaboratore Francesco Loielo a sparargli è il fratello Vincenzo «gli sparò contro con una pistola 7,65 scaricando l’intero caricatore».

Sul finire del mese di aprile del 1990 scompaiono Rocco Maiolo e Raffaele Fatiga. Cadono in un agguato teso loro dai Loielo con la complicità di Salvatore Maiolo che – secondo il collaboratore – avrebbe fatto da infiltrato per loro nel gruppo dei Maiolo.

Fatto sta che Rocco Maiolo e Raffaele Fatiga dall’imboscata escono cadaveri, uccisi a raffiche di mitra Norinco e di pistola. Fatiga si becca un colpo alla testa, Maiolo il piombo del mitra e colpi di pistola 357. Infatti sebbene ferito tenta di prendere la sua arma, ma i killer gli bloccano la mano con un piede e lo finiscono. Nei boschi delle Serre vengono sotterrati i loro corpi.

Qualche anno di tregua, poi ancora esecuzioni: il 28 settembre del ’93 quella di Placido Scaramozzino, infilato in una fossa, colpito con una vanga e sepolto mentre ancora respirava; il 23 luglio del ’98 quella del boss Antonio Maiolo, fratello di Rocco, i cui resti sono stati fatti rinvenire il 12 settembre del 2009 dal collaboratore Enzo Taverniti, nipote della vittima che era scampata ad altri agguati.

Con i Maiolo quasi sterminati la faida si conclude, ma per i Loielo si apre un altro capitolo insanguinato: quello dello scontro con gli Emanuele. Un gruppo quest’ultimo in cui – secondo le risultanze dell’inchiesta “Light in the woods” – si schierano Francesco (classe 79) e Angelo Maiolo (classe 84) figli di Rocco, Francesco Maiolo (classe 83) figlio di Antonio e Francesco Capomolla, tutti cugini di primo grado del collaboratore Enzo Taverniti. «Questi hanno consentito che, nell’attualità – scrive nell’ordinanza il gip distrettuale Tiziana Macrì – si verificasse la prosecuzione di quello scontro armato che aveva determinato numerose morti».

Dopo un periodo di militanza nella struttura in quel momento capeggiata dai fratelli Vincenzo e Giuseppe Loielo (cugini di Vincenzo, Giovanni – in carcere per il rapimento di Cataldo Albanese, figlio di un imprenditore di Massafra – e Francesco finito poi anche lui in carcere), nella quale erano stati reclutati grazie al fatto che Vincenzo Loielo (ucciso poi con il fratello Giuseppe) aveva spostato la sorella di Enzo Taverniti, i giovani Maiolo passano poi con il gruppo dissidente capeggiato da Bruno Emanuele.

E quest’ultimo sarebbe responsabile dell’imboscata tesa ai due fratelli Loielo, trucidati nell’aprile del 2002 alla periferia di Gerocarne. Ma il sangue torna a scorrere nei boschi di Ariola il 25 ottobre del 2003. Tre le vittime: Stefano Barilaro, Giovanni Gallace e Francesco Gallace. Sul fuoristrada finito sotto il tiro incrociato dei kalashnikov si trovava anche Antonio Chiera il quale, gettandosi in un canalone, riuscì a salvare la pelle.

Obiettivo dei killer – in base a quanto emerge dall’inchiesta – sarebbe stato Francesco Gallace (alias Franco o Testina o Testiceja) , il quale ne locale di ‘ndrangheta dell’Ariola rivestiva il ruolo di “mastro di giornata”. Dagli inquirenti veniva indicato come la persona che sosteneva economicamente in carcere i fratelli Loielo.

di Marialucia Conistabile

da gazzettadelsud.it

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