COSENZA – Antonia Rosaria Tenuta aveva sessant’anni. Nell’agosto dello scorso anno entrò in una clinica privata per sottoporsi ad accertamenti diagnostici e ne uscì, dopo qualche ora, in una bara di legno. Doveva essere un intervento di routine, uno dei tanti eseguito dal qualificato staff sanitario della casa di cura “Sacro Cuore”. E, invece, Antonia non c’è più e la sua morte non ha mai convinto il marito e i figli. Il dolore per la perdita della persona cara ha spinto i familiari ad agire legalmente contro la struttura privata.
Attraverso l’avvocato Massimiliano Coppa, esperto in colpa medica, i congiunti della sessantenne hanno già avanzato una richiesta di risarcimento danni davanti al giudice civile. E non solo. È lo stesso difensore a preannunciare la prossima mossa: «Nei prossimi giorni investiremo anche la Procura cittadina affinchè vengano accertate eventuali responsabilità penali che dovessero essere, eventualmente, individuate a carico di sanitari che ebbero in cura la paziente».
La rabbia del marito e dei figli di Antonia Rosaria Tenuta reclama verità. Chiedono che sia fatta chiarezza sulle condizioni cliniche che hanno determinato l’improvviso decesso. Vogliono sapere se i sanitari abbiano fatto davvero tutto il possibile per salvarle la vita.
La storia di Antonia comincia proprio da quella richiesta d’esame, un accertamento diagnostico in videochirurgia all’addome. Intervento che venne effettivamente eseguito ma non correttamente, secondo un apparato di consulenti tecnici, formato da docenti universitari, nominati dalla famiglia della sfortunata donna.
L’avvocato Coppa ricostruisce il dramma di quei giorni segnati da un inatteso lutto in casa Tenuta. «Antonia Rosaria è deceduta in seguito alla perforazione intestinale. Un danno provocato, secondo il nostro qualificato pool di esperti, dalla sonda introdotta proprio per l’esame laparatomico eseguito dal personale medico della casa di cura cosentina. Successivamente, la signora fu sottoposta ad un intervento chirurgico per riparare a un errore, ormai, non più riparabile perchè sarebbe stato accertato in ritardo, come attestano le nostre consulenze. Secondo i nostri esperti, infatti, il personale sanitario della struttura con una condotta attendista avrebbe sottovalutato la sintomatologia riferita dalla paziente. In questo modo sarebbe stato favorito il passaggio lento ed inesorabile di liquido intestinale nel cavo peritoneale cui conseguiva una reazione infiammatoria a ad impronta settica del liquido contenuto nel peritoneo. Una circostanza che non sarebbe stata considerata dai sanitari che ebbero in cura la sfortunata sessantenne».
Dunque, dal voluminoso studio medico-legale, redatto dai superconsulenti del legale della famiglia Tenuta, emergerebbero ipotetiche responsabilità mediche. Conclusioni che, adesso, attendono il vaglio del giudice civile e, forse, della magistratura inquirente.
di Giovanni Pastore
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