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Bancarotta milionaria, arrestati imprenditori – San Marco Argentano, in manette Pino Termine responsabile delle attività di un reticolo di società con appendici pure a San Marino e in Romania – Assegnati ai domiciliari l’ottantenne piacentino Giulio Sartori e il roggianese Oscar Imbrogno

CATANZARO – Capannoni in Calabria e Lombardia, depositi, uffici e terreni, attrezzature ed impianti, autoveicoli tra cui macchine di grossa cilindrata e conti correnti bancari aziendali. Vale circa 18 milioni di euro il “tesoretto” sequestrato ieri mattina dalla Guardia di Finanza a tre società riconducibili a Giovanni Puccio, 63 anni, di Botricello, indicato dagli inquirenti come elemento legato al clan della ‘ndrangheta guidato dalla famiglia Maesano di Isola Capo Rizzuto (Crotone). Il provvedimento eseguito dai militari del Nucleo di Polizia tributaria del capoluogo regionale, guidato dal colonnello Fabio Canziani, è stato autorizzato dal gip del Tribunale di Catanzaro che ha accolto la richiesta del sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia, Salvatore Curcio.

Le aziende oggetto degli accertamenti sono la Iie srl, la Cesit srl e la Serit srl, con sedi fra Catanzaro Lido e Botricello (Cz), una delle quali con unità locale decentrata in provincia di Mantova; tutte e tre operano nel settore dell’impiantistica elettrica nell’ambito degli appalti pubblici.

Nel dettaglio, nel provvedimento di sequestro finiti capannoni industriali, depositi, uffici, terreni, attrezzature, impianti, numerose autoveicoli tra cui anche autovetture di grossa cilindrata e conti correnti bancari aziendali.

L’attività, spiega la Guardia di Finanza, trae origine da una serie di verifiche fiscali eseguite ai sensi della normativa antimafia, in particolare dell’art. 25 della legge 646/82 (cosiddetta “Rognoni-La Torre”), nei confronti di persone fisiche gravate da specifici precedenti penali e delle società alle stesse riconducibili.

Gli accertamenti delle Fiamme Gialle avrebbero quindi fatto luce, secondo l’accusa, su presunto sistema che sarebbe stato orchestrato per aggirare la normativa, cioè la sospetta intestazione fittizia a terze persone delle società gestite e l’asserito reinvestimento nelle stesse compagini d’ingenti somme di denaro considerate frutto dell’attività criminosa.

Il presunto artificio – secondo la ricostruzione della GdF di Catanzaro – avrebbe fra l’altro consentito alle tre società di ottenere la certificazione antimafia e, conseguentemente, la possibilità di concorrere a gare d’appalto indette dalla pubblica amministrazione.

Già lo scorso 3 novembre la stessa Guardia di Finanza ed i Carabinieri avevano sottoposto Giovanni Puccio ad un sequestro di beni per equivalente, nell’ambito di un’inchiesta su presunte operazioni fraudolente.

Lo scorso dicembre lo stesso Puccio, coinvolto nell’inchiesta antimafia denominata “Puma”, è stato condannato in primo grado alla pena di 3 anni e 2 mesi di reclusione dal Tribunale di Crotone; la condanna è stata comminata per un solo capo d’imputazione, quello relativo all’associazione mafiosa. La sentenza del Tribunale di Crotone, complessivamente, ha materializzato 3 condanne e ben 23 assoluzioni.

di Giuseppe Lo Re

da Gazzetta del Sud

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