VIBO VALENTIA – È dedicato alle infiltrazioni della ‘ndrangheta vibonese in Toscana un intero capitolo dell’ultimo rapporto sulle mafie presentato nei giorni scorsi a Firenze dalla “Fondazione Antonino Caponnetto”, nata nel giugno del 2003 per onorare la memoria dello storico capo dell’Ufficio istruzione di Palermo che istruì il primo maxi-processo contro Cosa Nostra. Secondo questo rapporto, a farla da padrone in Toscana nel traffico di droga e nel reinvestimento dei capitali illeciti sarebbero elementi di primo piano del clan Mancuso di Limbadi.
Per la Fondazione Caponnetto, un ruolo attivo nel traffico di stupefacenti in Toscana avrebbe infatti avuto, in un recente passato, «Roberto Cuturello nei confronti del quale la Dia di Catanzaro ha eseguito una confisca di beni per due milioni di euro l’8 marzo 2010. Cuturello – evidenzia il rapporto della Fondazione – proprio per questo è stato condannato dalla Corte d’Appello di Firenze. Il presunto affiliato alla cosca Mancuso è stato anche sottoposto nel maggio del 2005 al regime della sorveglianza speciale, provvedimento poi revocatogli nel dicembre successivo».
La Fondazione Caponnetto, richiamando quindi l’ultimo rapporto della Direzione nazionale antimafia dedicato alla Toscana sottolinea «la presenza di ramificazioni dei sodalizi calabresi, provenienti dalla provincia di Vibo Valentia, che agiscono attraverso l’acquisizione di immobili ed attività commerciali che consentirebbero una progressiva e silente penetrazione nel tessuto economico toscano».
Del resto, gli “affari” dei vibonesi in Toscana non rappresentano di certo una novità degli ultimi anni, essendo già emerso in inchieste avviate negli anni ’90 e nel 2004 – operazioni “Batteria”, “Martiri d’Ungheria” e “Decollo” su tutte – il controllo del clan Mancuso sul giro delle truffe e sul traffico di droga.
Il rapporto della Fondazione Caponnetto non tralascia neppure due recenti inchieste che hanno messo in rilievo il ruolo dei vibonesi. La prima, conosciuta con il nome di operazione “Meta 2010″ – scattata nel novembre scorso con 30 arresti fra le fila dell’organizzazione che sarebbe stata diretta da Vincenzo Barbieri (ucciso a San Calogero il 12 marzo dello scorso anno ) – ha fatto emergere che i narcotrafficanti, oltre al porto di Gioia Tauro, avevano scelto lo scalo di Livorno per lo sbarco di centinaia di chili di cocaina proveniente dalla Colombia occultata in scatolette di palmito. La seconda operazione, denominata invece “Rubamazzo”, il 2 dicembre scorso ha portato in carcere il vibonese Gaetano Comito – compare di Francesco Mancuso, alias “Tabacco” – e Danilo Fiumara di Francavilla Angitola, con l’accusa di aver retto le fila di un vasto traffico di capi d’abbigliamento contraffatti.
In questo caso l’inchiesta della Dda di Firenze – sottolinea il rapporto della Fondazione Caponnetto – è partita indagando sulla penetrazione mafiosa di alcuni elementi del vibonese in provincia di Arezzo, territorio che sarebbe stato scelto quale stabile base da dove dirigere diversi traffici illeciti.
Lo studio della Fondazione non dimentica inoltre che altre recenti inchieste hanno accertato l’interesse della ndrangheta vibonese pure nella gestione dei locali notturni nell’intera Toscana. Una delle cause scatenanti la penetrazione della ‘ndrangheta in tale regione viene fatta risalire alla legge sui “soggiorni obbligati” che avrebbe determinato la presenza di numerosi mafiosi sul territorio.
In conclusione, pur non presentando ancora livelli di infiltrazioni mafiose forti e radicate come in Lombardia e Piemonte, per gli anni 2011 e 2012 «la Fondazione Caponnetto, mettendo assieme tutte le operazioni condotte in Toscana, ritiene che il quadro finale in tale regione sia ugualmente preoccupante», con la ‘ndrangheta vibonese e quella reggina a farla da padroni in “affari” milionari.
di Giuseppe Baglivo
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