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“Bisogna garantire il diritto alla vita e alla salute”. Intervista a una volontaria del centro di accoglienza di Lamezia

in politica e cronaca

LAMEZIA TERME – Incontriamo la volontaria Sara Beltrame all’interno del centro di accoglienza di Lamezia Terme gestito dalla cooperativa “Malgrado Tutto” e rimaniamo fin da subito colpiti nello scoprire la sua scelta di vivere all’interno del campo, in una stanza semplice e simile a quelle in cui, a pochi passi di distanza sono ospitati i migranti. Dopo la missione umanitaria Arcobaleno, gestita a Comiso in seguito alla crisi nei balcani sul finire degli anni Novanta, e una lunga esperienza all’interno dell’Ossevatorio Nazionale Violenza Domestica in Trentino Alto Adige ed in Veneto, da qualche mese la volontaria socio-sanitaria opera presso il centro di accoglienza di Lamezia Terme.

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Sara Beltrame

“Mi occupo degli aspetti socio-sanitari, dell’organizzazione visite specialistiche ai ragazzi e di mediazione culturale – ci dice con espressione coinvolta e sorridente – Credo che il diritto alla vita ed il diritto alla salute siano i primi a dover essere garantiti”.

Lei è originaria del Trentino Alto Adige. Quali senzazioni ha avuto arrivando qui in Calabria?
“La prima cosa che mi ha colpito di questa terra è la luce, i colori, la campagna con gli ulivi, il mare. Poi l’accoglienza. Sono stata accolta con calore dopo una iniziale diffidenza.
Secondo me i calabresi sono un po come i trentini: c’è una fase iniziale di studio reciproco per poi aprirsi. Sono qui da sei mesi ma mi sembra un giorno. E’ una terra che mi piace molto anche se, devo ammettere, una terra con delle difficoltà. Non essendo abituata mi rendo conto che esiste un sistema diverso che per molti versi evidenzia una certa fatica. Lo vedo in maniera emblematica negli ospedali”.

Può essere più precisa?
“Vedo che i calabresi fanno un po’ fatica a ottenere quello che deve essere dovuto. Ogni volta vedo questa difficoltà a ottenere visite mediche, difficoltà con i tempi. Ho notato una certa rassegnazione. Ciò mi fa un po’ male, ritendendo che l’Italia dovrebbe iniziare dal Brennero e finire a Lampedusa e dovrebbe essere un paese che si muove ad una velocità unica e non a due velocità. Visto da fuori, dal nord, forse la gente ha una sorta di preguidizio, ritendendo che al sud non si abbia voglia di cambiare le cose. Poi, vivendo qui, si nota in maniera evidente che non è la volontà che manca. Il problema è piuttosto l’enorme montagna da scalare che i calabresi si trovano davanti. Noto l’esistenza di uno stato di fatto stratificato e sedimentato ed è difficile prendere la situazione in mano e cercare di cambiare le cose solo dal basso”.

IMG_6082Parliamo della gestione del Centro: quali servizi sono offerti dalla vostra struttura ai migranti?
“In primis i servizi di assistenza sanitaria. Poi c’è la scuola di italiano che si svolge però all’esterno del centro e riconosco che ciò rende la cosa in qualche modo pesante e dispersiva. Il nostro progetto è quello di portare la scuola all’interno del campo rendendo più facile la partecipazione di tutti. Ma un servizio molto importante che viene garantito è quello di assistenza legale gratuita. Non parlo del gratuito patrocinio che viene ovviamente sostenuto dallo Stato, ma mi riferisco alle varie spese di istruttoria che invece sono a carico del centro”.

Considerato l’enorme potenziale di cui la struttura dispone dal punto di vista logistico, dalle strutture sportive alla piscina, ritiene adeguati i servizi offerti?
“Sì, abbastanza. Soprattutto dal punto di vista legale, mentre invece andrebbe potenziato il servizio sanitario. In generale vorremmo far partire progetti di formazione scuola e lavoro. Alcuni di loro hanno già maturato competenze professionali nel loro paese di orgine. I ragazzi hanno l’opportunità di lavorare sia all’interno del campo (cucica e pulizia degli spazi comuni) sia all’esterno del campo, nella manutenzione degli spazi pubblici della città di Lamezia Terme. Tutto ciò rappresenta una opportunità di riconoscimento da parte della cittadinanza, di inserimento nella collettività che li circonda. L’obiettivo è quello di far sentire i migranti protagonisti del centro che li ospita, in una sorta di autogestione. Non vogliamo che siano passivi”.

Da qualche mese esistono delle attività ricreative all’interno del centro: si tratta solo di iniziative sporadiche?
“Abbiamo iniziato una collaborazione spontanea con i ragazzi dell’associazione MigrAzione (organizzatrice del Calafrika Music Festival n.d.r.) e abbiamo già fatto due feste. In queste serate, la presenza della musica e di persone esterne al campo, trasforma i visi e gli stati d’animo dei nostri ragazzi. Riesco a vederli felici, riesco a notare che, anche se per qualche ora, riescono a dimenticare i loro guai, le loro vicessitudini di vita. Per questo il mio obiettivo è quello di far diventare questo appuntamento un evento quindicinale, che riesca a portare persone esterne, cittadini di Lamezia Terme all’interno del campo, già a partire dal prossimo 28 marzo. Ci tengo a ricordare che il campo è sempre aperto alla visita di persone esterne che per curiosità o per altre motivazioni e senza pregiudizi vogliano scoprire questa realtà”.

IMG_6075Considerata la diversità etnico culturale che esiste tra gli ospiti del campo, come si riesce a gestire questa convivenza obbligata?
“Faccio un esempio. Nella struttura ci sono tre cucine: in una ci sono degli operatori italiani affiancati da africani, che si occupano dei pasti africani. Poi esiste una cucina bengalese ed infine una piccola cucina dedicata ai curdi. Abbiamo visto che esistevano dei malcontenti essendo le tradizioni gastronomiche di questi paesi molto diverse tra loro. Si tratta dunque di una piccola accortezza: non imporre le pietanze ma fornire gli ingredienti (spesso anche molto simili tra loro) che vengono però preparati in maniera molto diversa”.

Le diversità culturali per questi ragazzi si trasformano in destino comune al momento della richiesta di asilo. Quali le conseguenze per coloro a cui non viene concesso il permesso?
“La percezione del pericolo, del grave pericolo di morte o persecuzione da cui queste persone cercano di fuggire è certamente un aspetto molto intimo, difficile da valutare dall’Italia, a migliaia di chilometri di distanza. Tutt’altra cosa è vivere in quel Paese, nell’imminenza del pericolo. Il clima del terrore è una percezione generale e personale al contempo ma a volte difficile da dimostrare davanti ad una commissione. Nel momento in cui non viene accordato il permesso, viene emesso un decreto di rimpatrio ma non esiste una vera e propria maniera di provvedere al rientro nel paese di origine. In sostanza non si fa altro che produrre clandestini. E ciò non è per nulla positivo. Non dico che bisogna dare documenti a tutti ma ogni essere umano deve avere il diritto di cambiare la propria vita, le proprie condizioni, come noi italiani abbiamo sempre fatto e tuttora facciamo. Nessuno accetta di vivere senza diritti. Si tratta di fenomeni inarrestabili di cui anche l’Europa dovrebbe occuparsi concretamente”.

di Danilo Ciliberto

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