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Arrestato l’ex pentito Antonino Lo Giudice, si nascondeva nella sua Reggio

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REGGIO CALABRIA – La fuga di Antonino Lo Giudice, il boss di ‘ndrangheta due volte pentito, collaboratore di giustizia prima e poi alla macchia ritrattando tutto, è terminata questa mattina. Si trovava nella zona nord di Reggio, quartiere Vito, in un appartamento condiviso con moglie e dei figli.

L'ex pentito Nino Lo Giudice

L’ex pentito Nino Lo Giudice

Che la sua fuga l’avesse riportato a Reggio gli inquirenti lo sospettavano da tempo. «Circa due mesi fa abbiamo avuto sentore che il latitante si nascondesse a Reggio e abbiamo concentrato le indagini qui», racconta il dirigente della squadra mobile di Reggio Calabria, Gennaro Semeraro.

Nella serata di ieri è arrivata poi la certezza, l’appartamento che ospitava Lo Giudice era stato individuato e gli investigatori della Mobile erano sicuri riguardo la presenza del latitante. «Alle prime luci di oggi, è stata fatta irruzione in un appartamento ubicato nel quartiere Vito di Reggio Calabria, nei pressi dell’area universitaria, dove abbiamo sorpreso Antonino Lo Giudice con la moglie e con i figli – ha spiegato il questore Longo – Non ha fatto alcuna resistenza e lo abbiamo accompagnato subito in Questura per ulteriori accertamenti».

La storia di questo boss ha fatto molto discutere nei mesi scorsi. Le sue confessioni avevano permesso di ricostruire molti avvenimenti criminosi degli ultimi anni, a partire da quella strategia della tensione verso la magistratura reggina di cui si era addossato gran parte delle responsabilità. Poi la precipitosa fuga, corredata di memoriali inviati lungo il percorso e fatti consegnare agli investigatori con cui aveva cercato di smontare quelle stesse ricostruzioni.

La sua collaborazione con la giustizia inizia sul finire del 2010 e da quel momento Lo Giudice diventa teste in tutti i processi in corso a Reggio e talvolta in Lombardia. Il boss è a capo di una ‘ndrina priva di territorio di riferimento ma che controlla alcuni importanti traffici commerciali, in particolare frutta e ortomercato.

Arrestato decide di collaborare e si autoaccusa come mandante della bomba presso il portone della Procura Generale di Reggio, di un altro ordigno collocato presso il palazzo del Procuratore generale, Salvatore Di Landro, del bazooka fatto ritrovare a poca distanza dalla Procura della Repubblica. Nelle sue confidenze accusa anche Alberto Cisterna, ex numero due della Dna, e da queste accuse scaturirà un procedimento che finirà però archiviato in quanto risultato privo di riscontri. Verrà condannato infine a 5 anni e 6 mesi.

A questo punto inizia un nuovo capitolo nella storia di Antonino Lo Giudice, lo scorso Giugno si dilegua dalla località segreta in cui era tenuto nascosto. Seguiranno due memoriali e un video in cui ritratta tutte le sue confessioni in quanto, a suo dire, estorte dagli inquirenti con costrizione. Getta anche ombre oscure sulla Procura di Reggio Calabria parlando di trame di corridoio e lotte intestine fra i magistrati. Le sue ritrattazioni però non vengono ritenute attendibili mentre si continua a prestare fiducia, anche perché confermate da solidi riscontri oggettivi, alle sue deposizioni precedenti la fuga.

Quest’oggi si apre un nuovo capitolo in questa contorta storia, l’ex pentito torna in carcere e si dovrà fare chiarezza su quanto successo e sul perché di questi continui cambi di registro. «Finora possiamo solo tenere conto di quello che Antonino Lo Giudice ha già detto, e cioè che si è allontanato dal luogo in cui era sotto protezione dopo l’avvio della sua collaborazione con la giustizia perché aveva paura per la sua incolumità fisica – spiega il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho – Antonino Lo Giudice non è un mitomane, né io ho mai fatto affermazioni in tal senso. Quello che posso dire è che i memoriali prodotti da Lo Giudice dopo il suo allontanamento, per quel che riguarda la verifica fatta dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria nelle parti di propria competenza, sono risultati totalmente infondati. Da parte mia, in ogni caso, non ho mai espresso giudizi negativi sull’attendibilità del collaboratore».

di Gaspare Mazzei

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