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Calabria grecanica, terra di turismo sostenibile

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Viaggi a piedi, ospitalità diffusa, collaborazione con le comunità locali: un modello di sviluppo slow e leggero che funziona.

Nella fiumara Amendolea ai piedi di Roghudi Vecchio, il paesaggio è fatto di silenzio. D’estate, il grande letto destinato a ingrossarsi d’inverno è quasi secco, e dunque muto: solo un rivolo di acqua chiara e gelata scorre tra “i sassi che sembrano pani”, come scrisse Corrado Alvaro, fine raccontatore dell’Aspromonte.

“Queste montagne sembrano deserte, ma da qualche parte, in questo momento, c’è un pastore con il suo gregge che ci sta guardando”, dice Peppe Battaglia, guida ambientale della cooperativa per il turismo sostenibile Naturaliter, mentre cammina nella fiumara, percorrendo con lo sguardo i versanti scoscesi.

L’Amendolea è la spina dorsale della Calabria grecanica, una striscia di terra nell’estrema punta della regione, dove tra bergamotteti, olivi scolpiti dal tempo e sentieri che inerpicano sulle montagne ancora sopravvivono la lingua e la cultura bizantine. Roghudi, abbandonato all’inizio degli anni Settanta dai suoi abitanti a causa di un’alluvione, è depositario di quel fascino particolare che percorre tutta l’area.

Leggi l’articolo completo di Veronica Ulivieri su La Stampa

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