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Città intelligenti? Sì, per favore, e subito

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Il paradigma delle “smart city” – dopo essere stato un hype per un paio d’anni ed aver avuto l’onore di essere oggetto di un importante articolo di una legge chiave per la nostra ripresa – rischia di evaporare senza mai essere stato messo davvero in pratica. Proprio ora che ci sarebbero, con la programmazione europea e con i bandi di Horizon 2020, anche un po’ di soldi. E nel frattempo le nostre città non sono diventate intelligenti “a loro insaputa”.

Strano Paese il nostro che brucia le idee, i paradigmi e le innovazioni senza viverle e metterle in pratica. Così le parole, se usate senza cura, rischiano solo di coprire un vuoto di idee imbarazzante e una carenza di azione politica che ci inchioda ancora alle ultime posizioni nelle classifiche dell’economia digitale.

Questa sorte potrebbe subire il paradigma delle “smart city” che dopo essere stato un hype per un paio d’anni, dopo aver avuto l’onore di essere oggetto di un importante articolo di una legge chiave per la nostra ripresa, proprio ora che ci sarebbero, con la programmazione europea e con i bandi di Horizon 2020, anche un po’ di soldi non riesce a trovare più la necessaria attenzione della politica, ma spesso neanche dei sindaci e, di conseguenza, delle grandi aziende tecnologiche.

Sono passate quindi senza risultati tutte le scadenze imposte dall’art. 20 del D.L. 179/12 “Crescita 2.0” e nessuno dei compiti che l’AgID aveva a norma di legge è stato espletato, nonostante gli sforzi di molti soggetti, ANCI in primis. Così ad oggi:

  • non abbiamo il Piano Nazionale delle Comunità Intelligenti e quindi non abbiamo neanche un rapporto annuale sulla sua attuazione;
  • non possiamo disporre delle “linee guida recanti definizione di standard tecnici, compresa la determinazione delle ontologie dei servizi e dei dati delle comunità intelligenti, e procedurali nonché di strumenti finanziari innovativi per lo sviluppo delle comunità intelligenti”;
  • nonostante non siano passati i 90 giorni concessi dalla legge, ma quasi tre anni, non abbiamo “la piattaforma nazionale delle comunità intelligenti e le relative componenti, che includono: a) il catalogo del riuso dei sistemi e delle applicazioni; b) il catalogo dei dati e dei servizi informativi; c) il sistema di monitoraggio”;
  • né tantomeno abbiamo il famoso “statuto” delle comunità intelligenti con uno straccio di definizione di cosa deve garantire una città ai propri cittadini per essere considerata smart.

Continua a leggere l’articolo di Carlo Mochi Sismondi su ForumPA

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