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“Codice di San Luca”: maxi operazione a Roma contro la ‘ndrangheta

in politica e cronaca

ROMA – Che l’organizzazione criminale ribattezzata “Mafia Capitale” e facente capo a Massimo Carminati, sgominata dalla Procura di Roma con l’operazione “Mondo di Mezzo”, avesse dei legami anche con la ‘ndrangheta calabrese era immaginabile. Quando si opera nell’illegalità a certi livelli è inevitabile che le diverse consorterie cerchino di collaborare tra loro. Perché l’alternativa al sodalizio è lo scontro e quest’ultimo non conviene a nessuno. Oggi, attraverso le parole di un pentito è arrivata la conferma di come le diverse organizzazioni collaborassero.

L’operazione
Tutto parte all’alba di oggi, quando Guardia di Finanza e Polizia di Stato, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma procedono all’arresto di 31 persone collegate a vario titolo alle temutissime cosche calabresi “PelleNirtaGiorgi, alias Cicero” di San Luca (Rc). Le indagini della Procura di Roma hanno infatti confermato l’operatività nella Capitale di un agguerrito gruppo criminale, connotato da modalità mafiose, specializzato nel narcotraffico internazionale e resosi responsabile, inoltre, di gravi fatti di sangue avvenuti a Roma. In particolare, le Fiamme Gialle del G.I.C.O. sono riuscite a ricostruire con precisione le rotte delle ingenti partite di droga che arrivavano a Roma, pervenendo così anche al sequestro di circa 600 chilogrammi di droga tra cocaina e hashish.

prestipino

Il capo della Dda, Michele Prestipino

Gli esponenti di spicco dell’organizzazione sono tutti originari di San Luca e risultano da diversi anni radicati nella Capitale, in particolare nei quartieri Appio-San Giovanni, Centocelle, Primavalle e Aurelio. Un radicamento attestato anche dalla fitta rete di connivenze, in grado di garantire completo anonimato e fornire, all’occorrenza, supporto logistico ai latitanti calabresi. Alcuni di questi sono stati catturati nel corso dell’ultimo anno e mezzo a opera della Guardia di Finanza proprio a Roma. Si tratta di Luigi Martelli, classe ’72, latitante internazionale contiguo alla cosca Pelle e catturato il 9 gennaio dello scorso anno in via Lucciano e ricercato dal maggio 2012, di Edmundo José Salazar Cermeno meglio noto come “Mundo” o “Il Chimico”, classe ’70, affiliato alle potenti cosche “Aquino” e “Coluccio”, trovato il 2 ottobre 2013 in zona Prima Porta e ricercato dal luglio 2011, di Francesco Nirta, classe ’87, ricercato dal dicembre 2012 e contiguo a esponenti delle note ‘ndrine Nirta e Mammoliti, intercettato presso la Stazione Termini quando stava per partire per Reggio Calabria. E la cellula della mafia calabrese non operava soltanto nel romano, ma vantava forti ramificazioni anche a Genova, Milano e Torino, città strategiche che venivano utilizzate come basi logistiche, necessarie al momentaneo stoccaggio delle partite di droga importate dal Sudamerica.

Le ramificazioni internazionali
Le odierne indagini, in sintesi, hanno documentato come la cellula criminale ‘ndranghetista, forte di propri emissari, stanziati in Colombia e Marocco, fosse in grado di trattare, alla pari, con i più agguerriti cartelli di narcos colombiani e risultasse determinata a monopolizzare il mercato della droga capitolino, ponendosi come referente affidabile e competitivo per le altre organizzazioni criminali operanti sul territorio, sia collegate a diverse ‘ndrine calabresi sia per soggetti contigui a clan camorristici del napoletano. Il tutto per un giro d’affari di decine di milioni di euro che, inevitabilmente, sarebbero stati immessi nel circuito legale dell’economia, alterando così anche il regime di concorrenza dei mercati. Ampliando le indagini con l’apporto della Direzione Centrale Servizi Antidroga, ulteriori basi logistiche del sodalizio criminale sono state scoperte in Sud America e in Spagna.

Il rito di affiliazione
Durante le operazioni di perquisizione all’interno del locale di uno degli arrestati è stato rinvenuto un vero e proprio arsenale composto di armi da fuoco ad alto potenziale: sei pistole, un fucile da caccia, un giubbotto antiproiettile e munizionamento di vario calibro. Inoltre, è stato ritrovato un quaderno di appunti scritti con un linguaggio criptato che, dopo essere stato decifrato dalla Polizia, ha svelato le fasi dell’affiliazione e dell’acquisizione delle successive “doti” o “gradi” all’interno della cosca. Il “Codice San Luca”, come è stato etichettato dagli inquirenti, descrive gli arcaici meccanismi procedurali che regolano il “rito di affiliazione” alla ‘ndrangheta. Molti di questi erano ancora considerati solo una leggenda.

OMICIDIO VINCENZO FEMIA foto proto

Il boss Vincenzo Femia

L’omicidio Femia
Alla cosca viene attribuito anche l’omicidio di Vincenzo Femia, ritenuto il referente sul territorio romano della cosca Nirta, alias Scalzone, di San Luca, assassinato a Roma il 24 gennaio del 2013 da un commando di fuoco formato da Massimiliano Sestito, Francesco Pizzata, Antonio Pizzata e Gianni Cretarola, arrestati dalla Squadra mobile di Roma per il reato di omicidio volontario aggravato dall’art. 7 l. 203/91 per aver agevolato l’operatività della ‘ndrangheta, con articolazioni territoriali operanti in Calabria e nella provincia di Roma. Secondo gli inquirenti, Femia fu ucciso perché si era opposto alla nascita di una cellula della ‘ndrangheta nella Capitale. La collaborazione di uno degli arrestati, che aveva ammesso di far parte della ‘ndrangheta calabrese, ha consentito di individuare il nucleo direzionale rappresentato da soggetti di elevatissimo spessore criminale, stabilmente dediti al traffico internazionale di stupefacenti e con grande disponibilità di armi. In questo contesto è emerso che il movente dell’omicidio era da ricollegare a contrasti sorti nella spartizione del mercato della droga nella Capitale, gestito da due potenti cosche di ‘ndrangheta di San Luca che avevano trasferito i propri interessi economici a Roma, in particolare quella dei Nirta, rappresentata dai fratelli Crisafi, e quella dei Pizzata. In città operavano figure di grande rilievo e prestigio criminale, tra le quali Massimiliano Sestito, Giovanni Pizzata e Bruno Crisafi. Lo stesso Pizzata aveva costituito un gruppo di fuoco che seminava terrore e dettava legge nei quartieri romani interessati. Tra gli episodi loro ascrivibili, le Forze dell’ordine menzionano il ferimento di un marocchino ad Ardea, responsabile di aver occupato illegalmente una abitazione già occupata da un amico di Pizzata, nonché il ferimento di Teodoro Battaglia, carrozziere gambizzato nell’ottobre 2012 per aver mancato di rispetto ad alcuni esponenti del sodalizio. Gli sono stati contestati, con l’aggravante del metodo mafioso, i reati di lesioni, ricettazione, estorsione, danneggiamento, favoreggiamento personale, simulazione di reato, possesso e fabbricazione di documenti falsi e porto e detenzione abusiva di armi.

La coop legata a Buzzi
Tra le numerose perquisizioni, anche quella alla Cooperativa Edera, legata al braccio destro di Carminati, Salvatore Buzzi. Stando alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, infatti, la cooperativa coinvolta anche nell’operazione di Mafia Capitale, forniva formale assunzione agli ‘ndranghetisti. “La cooperativa – ha spiegato il capo della Dda, Michele Prestipino – assicurava lavoro ai detenuti, presupposto per misure alternative alla detenzione. Grazie alla cooperativa alcuni indagati sono appunto riusciti a ottenere questi benefici. Tra loro anche l’attuale collaboratore di giustizia Gianni Cretarola e l’indagato Antonio Pizzata».

Tutti gli arrestati
Oltre alle 35 perquisizioni eseguite tra Lazio, Calabria, Liguria e Piemonte, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma il Tribunale, le Forze dell’ordine hanno dato esecuzione agli arresti per i reati di associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico internazionale (con l’aggravante mafiosa e del reato transnazionale), lesioni, ricettazione, estorsione, danneggiamento, favoreggiamento personale, simulazione di reato, possesso e fabbricazione di documenti falsi e porto e detenzione abusiva di armi, per i seguenti indagati:

1. Crisafi Bruno, cl. 1975 – carcere
2. Crisafi Vincenzo, cl. 1980 – carcere
3. Pizzata Giovanni, cl. 1962 – carcere
4. Pizzata Francesco, cl. 1991 – carcere
5. Fontolan Stefano Massimo, cl. 1975 – carcere
6. Marino Renato, cl. 1972 – carcere
7. Castelli Adamo, cl. 1967 – carcere
8. Cuccioli Massimiliano, cl. 1967 – carcere
9. Martelli Luigi, cl. 1972 – carcere
10. Rollero Marco Torello, cl. 1955 – carcere
11. Rollero Andrea, cl. 1982 – carcere
12. Rollero Luca, cl. 1987 – carcere
13. D’Alessandri Giuseppe, cl. 1956 – carcere
14. Espil Gondalez Juan Ignacio, cl. 1979 – carcere
15. Langella Giuseppe, cl. 1955 – carcere
16. D’Annibale Roberta, cl. 1972 – carcere
17. Gallo Salvatore, cl. 1979 – domiciliari
18. Scognamiglio Giovanni, cl. 1979 – domiciliari
19. Virgilio Francesco, cl. 1966 – domiciliari
20. Sestito Massimiliano, cl. 1972 – carcere
21. Pizzata Antonio, cl. 1978 – carcere
22. Gallo Raffaele, cl. 1964 – carcere
23. Sestito Antonio, cl. 1943 – domiciliari
24. Gusino Andrea, cl. 1956 – carcere
25. Longo Mario, cl. 1981 – carcere
26. Cossu Sebastiano, cl. 1961 – domiciliari
27. Curci Alessandro, cl. 1974 – domiciliari
28. Manca Salvatore, cl. 1977 – carcere
29. Sestito Davide, cl. 1978 – carcere
30. Sestito Francesco, cl. 1949 – domiciliari
31. Pelle Antonio Angelo, cl. 1967 – carcere

di Enrico De Grazia

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