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Presentato in Senato a Roma il libro del lametino Scaramuzzino e Rossella Di Beo sull’Europa sociale

in cultura e società

ROMA – Ha senso parlare ancora di Europa Sociale in tempi di austerità? Come riportare le politiche sociali al centro del dibattito europeo? Queste sono alcune delle domande sorte durante la presentazione del volume “L’Europa Sociale nel XX Secolo”, un saggio scritto a due mani dal lametino Carlo Scaramuzzino, già docente presso la facolta di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, e dalla moglie Rossella Di Beo, assistente sociale e mediatrice famigliare a Pisa.

Il libro è stato presentato ieri pomeriggio a Roma, presso la sala convegni del Senato “Santa Maria in Aquiro” in un incontro organizzato dal gruppo misto – Sinistra, Ecologia Libertà (SEL) del Senato in vista del parere del Parlamento Italiano sul “Programma di lavoro della Commissione Europea per il 2015. Un nuovo inizio”, meglio noto come “Piano Juncker”.

IMG-20150313-WA0002Per discutere dell’evoluzione del modello sociale europeo e della necessità di dare una definizione chiara e concreta a questo concetto, hanno partecipato alcune personalità non estranee al tema. Oltre agli autori Carlo Scaramuzzino e Rossella Di Beo, sono intervenuti la senatrice Alessia Petraglia, che ha introdotto l’evento. Franco Giordano, ex Segretario di Rifondazione Comunista e oggi membro dell’Assemblea Nazionale di Sel, Piervirgilio Dastoli, già direttore della rappresentanza UE a Roma e già assistente parlamentare di Altiero Spinelli. Infine, Franco Papitto, giornalista originario di Maida e già corrispondente da Bruxelles del quotidiano “La Repubblica”.

Difficile rispondere, o anche solo affrontare gli interrogativi nati dal confronto tra gli autori del libro e gli altri ospiti. Ma vi è stato un unico filo conduttore in tutti gli interventi, quello secondo cui nell’ultimo decennio la tendenza è stata quella di relegare i diritti sociali e civili ad una mera appendice della governance economica, un optional a cui non si riescono più a dedicare abbastanza tempo ed energie.

Il Welfare State così come è stato concepito e come l’abbiamo conosciuto durante il XX secolo, dal secondo dopoguerra in poi, è stato pian piano smantellato a favore delle politiche di rigore finanziario e di austerità, nonché di severi parametri di bilancio da rispettare. Lo stato sociale che si prende cura dei suoi cittadini “dalla culla alla bara” non è più una garanzia in molti dei paesi dell’Europa unita.

Il libro, già presentato presso la Libreria Tavella di Lamezia lo scorso mese di gennaio, ripercorre le tappe dello sviluppo delle politiche sociali europee nel corso del XX secolo, a partire dai trattati istitutivi della CEE, fino all’approvazione della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE a Nizza, nel 2000.

L’idea del libro, ha spiegato Rossella Di Beo, nasce da un’affermazione di Jacques Delors, presidente della Commissione Europea dal 1985 al 1995, durante un’intervista al quotidiano “L’avvenire” rilasciata nel novembre 2010. Secondo Delors “chi propone cambiamenti profondi allo stato sociale in realtà intende distruggerlo. Privatizzando tutto, con il rischio che poi i lavoratori si ritrovino senza pensione e senza le altre tutele. Siamo di fronte a un attacco ideologico e politico allo stato sociale. Va mantenuto e rafforzato lo spirito di solidarietà che ne è il presupposto”.

Partendo da questa tesi, il volume è stato diviso in tre parti. Un’anteprima in cui viene ricordato il concetto di stato sociale; un’analisi su come l’UE abbia affrontato e stia affrontando la crisi; un viaggio attraverso le politiche sociali europee e la loro evoluzione nei Trattati comunitari nel XX secolo.

Secondo gli autori, nonostante il modello sociale sia il fattore costitutivo dell’UE, le politiche di austerità non stanno facendo altro che distruggere lo stato sociale, a scapito di un aumento del debito pubblico e di un’esplosione diffusa delle disuguaglianze.

Dello stesso parere è Franco Giordano, secondo cui l’austerità sta di fatto determinando la fine del modello sociale europeo. Le politiche di rigore finanziario continuano a essere riproposte senza mai essere messe in discussione, come se non fossero possibili alternative. In questo scenario – ha continuato Giordano – s’inserisce il declino della sinistra e forse della politica tutta, che nell’attuale modello sociale diventa sempre più irrilevante. Giordano ha continuato affermando la necessità di ridefinire l’idea di stato sociale in Europa attorno a due capi saldi: il reddito di cittadinanza ed il salario minimo intercategoriale. La conclusione del suo intervento è stata dedicata alla situazione della Grecia, che non potrà uscire da sola dalla crisi, pena lo smantellamento definitivo della natura stessa dell’Europa e della sua geopolitica.

Piervirgilio Dastoli ha invece voluto sottolineare come siano state le scelte prese a livello politico ad aver determinato la crisi europea. Oggi continuiamo a pagare le conseguenze del Trattato di Maastricht del 1992, che introdusse l’unione monetaria anche senza una costruzione politica comunitaria. Le proposte di Altiero Spinelli di un’Europa che doveva essere prima politica e sociale, poi economica e solo infine monetaria, sono state accantonate con l’introduzione della moneta unica del Trattato di Maastricht.

Rifacendosi al pensiero federalista di Spinelli, anche secondo Dastoli è impensabile ritenere che la Grecia possa uscire dalla crisi da sola perché c’è bisogno di tutta l’Europa. Non dovrà più vincere la logica del paese più forte, ma si dovrà andare verso la costruzione di un governo federale europeo che garantisca benessere in maniera trasversale a tutti i 28 Paesi membri. Oggi più che mai deve prevalere la logica sovranazionale ed essere messa da parte la governance intergovernativa secondo cui ognuno rappresenta sé stesso.

Anche Franco Papitto, già presente alla presentazione di Lamezia, ha voluto citare Spinelli, oltre al libro bianco di Jacques Delors su crescita, competitività ed occupazione e si è interrogato su come rilanciare il modello sociale all’interno del meccanismo, evidentemente inceppatosi, dell’unione monetaria.

Ha concluso il confronto Carlo Scaramuzzino che, riprendendo il filo conduttore del libro, nonché quello del dibattito creatosi, ha voluto sottolineare come il linguaggio europeo, dal 1957 in poi, sia rimasto essenzialmente lo stesso in termini di buoni propositi. In uno scenario completamente cambiato rispetto ai tempi della CEE non si può però né pensare che le politiche sociali possano rimanere solo una dichiarazione di principi giusti che non vengono applicati, né pensare solo in termini nazionali.

Tutti gli interventi hanno ribadito che una volontà politica comune e trasversale è necessaria per uscire dalla crisi. C’è senz’altro bisogno di un’Europa unita, ma ancor più di un’Europa sociale che prevarichi una volta per tutte su quella dell’austerità, a giustificazione della quale le stesse politiche sociali sono state sottomesse.

di Maria Chiara De Sando

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