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Come ti uccido il giornalismo in Calabria, complici gli stessi giornalisti.

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Fare giornalismo in Calabria può anche significare che ti svegli al mattino, bevi un caffè al volo e ti precipiti in redazione per non fare tardi. Poi arrivi lì, accaldato perché è il primo di agosto, sali le scale, apri la porta, e la redazione non c’è più. Guardi meglio, forse hai sbagliato piano. No no, è il piano giusto, è proprio che la redazione non c’è più, è scomparsa. Niente computer, niente server, niente cuffie, niente telefoni, niente di niente, neanche le penne. I tuoi appunti, i tuoi documenti, i numeri telefonici, tutto sparito.

Una vicenda kafkiana, la sceneggiatura di un film scritto male, un romanzo dalla trama inverosimile. Eppure è una storia capitata realmente. Ed è capitata a me e ai colleghi giornalisti Francesco Viola, Ilaria Nocito, Bruno Greco e Fabio Russo, lo scorso sabato, a Cosenza, presso il quotidiano La Provincia (se volete approfondire la vicenda in dettaglio potete leggerla qui). La domanda che più di ogni altra mi è stata rivolta da quel momento in poi, in particolare da amici e colleghi non calabresi, è stata: “Com’è possibile che una cosa del genere accada?”.

Leggi l’articolo completo di Enrico Miceli su minima&moralia

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