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Confiscato l’impero da oltre 150 milioni di euro del defunto Boss dell’Aspromonte Rocco Musolino

in politica e cronaca

REGGIO CALABRIA – Non si muove foglia che Don Rocco non voglia. Nell’appennino reggino funzionava così. Rocco Musolino, deceduto all’età di 88 anni, era considerato il “Boss dell’Aspromonte” perché nessuna attività imprenditoriale nel settore boschivo poteva nascere nelle montagne della provincia di Reggio Calabria senza il suo placet. Una posizione di sostanziale monopolio dell’industria boschiva che Musolino si era creato nel tempo grazie ai fittissimi rapporti con la criminalità organizzata, in particolare con il clan dei Serraino, e grazie alle “modalità mafiose” che hanno determinato la sua fortuna imprenditoriale e consentito alla ‘ndrangheta di esercitare il controllo sulle attività economiche della zona e di lucrare con esse.

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Rocco Musolino

Il suo impero economico, già sequestrato due anni fa e oggi definitivamente confiscato, è stato quantificato in 153 milioni di euro. Un tesoro composto da 101 fabbricati, tra cui appartamenti, villette, autorimesse, magazzini e locali commerciali, situati in diverse città e località nella provincia di Reggio Calabria, tra cui un palazzo storico nel centro della Città dello Stretto sede di un istituto di credito e di agenzie assicurative, e nella città di Roma (un appartamento in Piazza dei Re).

E poi ancora un’impresa individuale Musolino Rocco di Francesco, con sede legale in Santo Stefano in Aspromonte, quote sociali e patrimonio aziendale della Maius Immobiliare Srl, 218 appezzamenti di terreno agricolo per un’estensione complessiva di oltre 800 ettari, situati nella provincia di Reggio Calabria e, principalmente, nei comuni di Santo Stefano di Aspromonte e di Molochio, e numerosi strumenti finanziari, tra conti correnti, polizze assicurative e depositi titoli, per un valore stimato, di questi ultimi, in oltre 7 milioni di euro.

Una fortuna sterminata, quella di “Don Rocco”, che godeva dei rapporti con la ‘ndrangheta. Legami che – come scrivono i magistrati – gli hanno consentito di espandersi e agire indisturbato, avvalendosi di modalità di sopraffazione e intimidazione tipiche dell’impresa mafiosa, nonché sfruttando le cointeressenze in tutti gli altri settori del mondo politico, economico e istituzionale”. Una storia imprenditoriale frutto, dunque, dei rapporti, reciprocamente vantaggiosi, intessuti e abilmente coltivati da Musolino con la criminalità organizzata. Una forma di contiguità “stabile, pregnante ed altamente allarmante”, la definisce la Sezione penale del Tribunale di Reggio Calabria. L’autorità mafiosa di Don Rocco era così radicata nel territorio reggino che bastava pronunciare il suo nome perché gli altri mafiosi si facessero da parte, segno del rispetto per il ruolo di rilievo ricoperto.

L’elevata importanza rivestita da Musolino nella consorteria mafiosa calabrese è stato confermato negli anni anche dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia. Per esempio, il pentito Filippo Barreca descrisse il suo ruolo di vertice: “Il suo grado all’interno della ‘ndrangheta è elevatissimo, più di ‘vangelo’, e questo grado di mafia cumula con quello di massone”. Oppure Antonino Rodà che confermò la sua appartenenza alla cosca dei Serraino, confermando le già note dichiarazioni di Margherita Di Giovine, ma specificando il suo particolare ruolo autonomo di Capo Società di Gambarie. Infine, parla di lui anche il collaboratore di giustizia Antonino Zavettieri secondo il quale esisteva a Santo Stefano d’Aspromonte un autonomo locale di ‘ndrangheta capeggiato da Rocco Musolino, in un contesto di solida alleanza con la famiglia mafiosa dei Serraino.

Inoltre, grazie alle diverse operazioni e inchieste portate avanti negli anni dalla magistratura reggina, è stato possibile ricostruire la grande trama di relazioni che Don Rocco aveva con le tante e potenti cosche del territorio. Era infatti in rapporti con i Nirta, i Condello, gli Alvaro, gli Italiano, i Libri, i De Stefano, i Tegano, gli Araniti e gli Imerti. Oltre che, cosa ancor più grave, con esponenti della pubblica amministrazione e delle istituzioni.

Ma la ricostruzione dell’impero Musolino non sarebbe stata possibile se il 23 luglio del 2008 Don Rocco non avesse subito un agguato, dal quale, peraltro, ne uscì vivo. Si trovava in viaggio con il suo autista verso una della sue aziende nel Comune di Santo Stefano d’Aspromonte, quando in località Salto della Vecchia, qualcuno provò a ucciderlo a colpi di fucilate. Da quell’episodio le indagini delle forze dell’ordine, durate mesi, riuscirono a scoprire che Rocco Musolino, nonostante l’età, se ne andava in giro con una pistola (regolarmente detenuta) con il colpo sempre in canna e con un caricatore di riserva. E dalla conseguente perquisizione venne alla luce anche una lettera di minacce indirizzata un anno prima alla figlia. Una lettera mai denunciata alle forze dell’ordine. Tanto bastò alla Dia e ai carabinieri per aprire una rigorosa indagine sul suo conto, corredata da parecchie intercettazioni, che riuscì a scoperchiare l’immenso patrimonio del “Re d’Aspromonte”.

Secondo gli inquirenti la parabola ascendente dei redditi di Musolino raggiunge l’apice nel triennio 1986/1988, quando “vi sono gli introiti derivanti dalle forniture alla Regione Calabria, anch’essi pilotati dalle aderenze mafiose dei direttori dei lavori e capi operai, che avevano in mano il sistema Calabria del settore forestale”. Fonti di ricchezza provenienti dall’impresa mafiosa che hanno inevitabilmente contaminato anche i suoi successivi acquisti e investimenti.

Elenco dei beni confiscati per un ammontare di 153 milioni e 150mila euro:
– Impresa individuale Musolino Rocco di Francesco, con sede legale in Santo Stefano in Aspromonte (RC), operante nel settore dell’industria boschiva;

– Quote sociali e patrimonio aziendale della Maius Immobiliare Srl, con sede in Reggio Calabria, avente per oggetto “la compravendita e locazione di beni immobili propri con esclusione di ogni attività di agenzia immobiliare”, e con un patrimonio sociale ricomprendente 19 immobili, tra appartamenti, depositi e cantine, ubicati a Reggio Calabria, Condofuri e Santo Stefano d’Aspromonte;

– 101 fabbricati, tra appartamenti, villette, autorimesse, magazzini e locali commerciali, siti nella provincia di Reggio Calabria e nella città di Roma; tra questi spicca un pregiatissimo immobile sito in via Castello di Reggio Calabria, adibito a sede di istituto di credito e di agenzie assicurative, 4 villette di notevole valore residenziale nel comune di Santo Stefano di Aspromonte ed un appartamento di notevolissimo pregio in Piazza dei Re di Roma nella capitale;

– 218 appezzamenti di terreno agricoli, per un’estensione complessiva di oltre 800 ettari, siti nella provincia di Reggio Calabria e, principalmente, nei comuni di Santo Stefano di Aspromonte e di Molochio;

– numerosi rapporti finanziari, tra conti correnti, polizze assicurative e depositi titoli, per un valore stimato in oltre 7 milioni di euro.

di Enrico De Grazia

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