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	<title>Calabria Notizie &#187; cronaca</title>
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	<description>Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</description>
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		<title>‘Ndrangheta, il pentito Bonaventura denuncia: “Cosche infiltrate nel servizio di protezione” &#8211; Tramite il suo avvocato, il 42enne calabrese getta strane ombre sul sistema di sicurezza intorno ai collaboratori di giustizia: &#8220;La mala sapeva in quale località protetta viveva il mio assistito e si stava organizzando per farlo fuori&#8221;</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2012/02/06/ndrangheta-pentito-bonaventura-denuncia-cosche-infiltrate-nel-servizio-protezione-tramite-suo-avvocato-42enne-calabrese-getta-strane-ombre-sul-sistema/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:01:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>E’ esasperato Luigi Bonaventura, 42enne pentito di ‘ndrangheta originario del crotonese. Ha rifiutato il trasferimento nelle Marche, perché in quella regione, come nella vicina Romagna, sono molte, troppe, le famiglie di ‘ndrangheta di sua conoscenza e che lui ha denunciato, in ore e ore di dichiarazioni rilasciate alla magristratura. Andare lì sarebbe stato come andare [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ esasperato Luigi Bonaventura, 42enne pentito di ‘ndrangheta originario del crotonese. Ha rifiutato il trasferimento nelle Marche, perché in quella regione, come nella vicina Romagna, sono molte, troppe, le famiglie di ‘ndrangheta di sua conoscenza e che lui ha denunciato, in ore e ore di dichiarazioni rilasciate alla magristratura. Andare lì sarebbe stato come andare al macello, ecco perché Bonaventura considera foriero solo di cattive sorprese il programma di protezione testimoni a cui è sottoposto. Proprio per questo motivo ne vuole uscire. E ha avanzato allo Stato una richiesta di risarcimento danni per 2 milioni e mezzo di euro.<span id="more-22328"></span></p>
<p>La domanda è dall’avvocato Giulio Calabretta, che affianca il collaboratore di giustizia oramai da diversi anni. Ma a parte lo sconforto di Bonaventura c’è di più. E’ probabile, infatti, che la sua vicenda scopra uno scenario molto inquietante. “Quello delle connivenze di cui la criminalità organizzata può godere all’interno del Servizio centrale di protezione” sostiene l’avvocato Calabretta, che presto potrebbe essere sentito come testimone dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.</p>
<p>Sul caso Bonaventura è aperta un’indagine presso la Procura della Repubblica di Campobasso. Gli atti sono naturalmente secretati, ma tra loro ci sono sicuramente i verbali degli interrogatori rilasciati da Bonaventura al pm della distrettuale antimafia di Catanzato, Pierpaolo Bruni. Qui il collaboratore narra tutta una serie di dettagli che serviranno per rispondere a tante domande. Una su tutte: quelli che volevano la sua morte come hanno fatto a sapere in quale località protetta si trovava il collaboratore di giustizia?</p>
<p>Luigi Bonaventura, infatti, vive a Termoli, in Molise, con la moglie e due figli piccoli in un alloggio non più segreto. “Bruciato” dallo stesso collaboratore, che ha rilasciato un’intervista a un giornale calabrese dicendo chiaramente dove si trovava. Ma prima ancora scoperto dalla ‘ndrangheta, che nel luglio del 2011 era pronta ad agire tramite i suoi killer per mettere il bavaglio a Bonaventura. Per sempre.</p>
<p>Il collaboratore, prima del suo ‘pentimento’, era uno dei boss del clan Vrenna-Bonaventura-Corigliano, attivo nella provincia di Crotone. Ai magistrati ha raccontato trent’anni di affari criminali, messi in piedi dalle cosche anche lontano dalla loro terra d’origine, soprattutto in Emilia Romagna. Oggi, però, quel che maggiormente preoccupa chi vive a stretto contatto con Bonaventura sono le falle di cui soffre il sistema di protezione. </p>
<p>L’avvocato Calabretta, oltre a Bonaventura, rappresenta anche Kabab Kalid, un marocchino che in Sardegna ha denunciato un grosso giro di droga tra l’isola e Milano, sempre condotto da una potente organizzazione criminale. Anche quel collaboratore, pur essendo stato trasferito in una località protetta, di recente ha subito minacce da persone che evidentemente sapevano troppo su dove si trovava l’uomo.</p>
<p>Nel caso di Bonaventura, però, i fatti sono più gravi. “Personale che doveva essere preposto alla sicurezza del mio assistito – denuncia l’avvocato Calabretta – faceva sicuramente il doppio gioco. Questo è stato da noi denunciato e presto verrà reso noto dalla magistratura”. A riprova di questo, il legale ricorda un fatto: la scoperta, nel luglio scorso, di un arsenale a disposizione dei killer della ‘ndrangheta, individuato a Termoli, a pochi passi dalla casa di Bonaventura. “Il garage in cui era parcheggiata l’auto carica di armi – riferisce Calabretta – era di proprietà della moglie di un appartenente alle forze dell’ordine. Quelle armi – prosegue Calbretta – dovevano servire ad uccidere il mio assisitito”. </p>
<p>La magistratura ha scoperto poi che quell’arsenale era a disposizione del clan guidato da Felice Ferrazzo, originario di Mesoraca, sempre nel crotonese. Ferrazzo aveva diversi affari in corso in Molise – dove Bonaventura ha riferito che la ‘ndrangheta opera da tempo – ma è stato arrestato il 22 luglio scorso a Milano.</p>
<p>C’è un nome e un fatto terribile, inoltre, che in un qualche modo collegano la vicenda Bonaventura al nord e al capoluogo lombardo: la storia di Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia ed ex moglie di boss, uccisa e sciolta nell’acido. Bonaventura, durante l’udienza di un processo per associazione mafiosa in corso a Catanzaro, ha detto di essere molto turbato e ha aggiunto: “La ‘ndrangheta mi farà fare la stessa fine di Lea Garofalo”. </p>
<p>La donna, madre di Denise – la giovane e suo malgrado famosa testimone al processo di Milano contro i presunti assassini di Lea – nel 2009 si trovava in soggiorno protetto proprio in Molise. Qui fu raggiunta da tre persone, pronte – secondo la Dda di Milano – a sequestrarla e ad ucciderla. Anche loro, sfruttando probabilmente gli stessi canali oggi denunciati da Bonaventura, erano riusciti a scoprire quella località, che protetta in fondo in fondo non lo era per niente.</p>
<p>di Fabio Abati</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/05/ndrangheta-pentito-bonaventura-denunciacosche-infiltrate-servizio-protezione/189099/">ilfattoquotidiano.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Le talpe della ‘ndrangheta arrivano fin dentro la guardia di finanza</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 09:02:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Nell’inchiesta coordinata da Ilda Boccassini sulla ‘ndrangheta era emerso un quadro inquietante riguardanti una serie di “talpe” all’interno delle istituzioni che avrebbero rivelato informazioni su indagini in corso agli esponenti della criminalità organizzata. Ieri nuovi arresti, fra cui tre uomini della Guardia di Finanza che avrebbero incassato 40mila euro dal clan per chiudere un occhio [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’inchiesta coordinata da Ilda Boccassini sulla ‘ndrangheta era emerso un quadro inquietante riguardanti una serie di “talpe” all’interno delle istituzioni che avrebbero rivelato informazioni su indagini in corso agli esponenti della criminalità organizzata. Ieri nuovi arresti, fra cui tre uomini della Guardia di Finanza che avrebbero incassato 40mila euro dal clan per chiudere un occhio sui controlli delle macchinette videopoker. Una presenza, quelle delle talpe, che è costante nelle carte della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano.<span id="more-22311"></span></p>
<p>«Quasi 200 mila euro per il solo Mongelli sono decisamente troppi. Inoltre Mongelli è in grado di intervenire in favore dei Lampada solo condizionando a sua volta altri colleghi direttamente operativi. Insomma, la netta impressione è che Mongelli sia non solo il corrotto, ma anche il collettore attraverso il quale vengono convogliate somme di denaro ad altri pubblici ufficiali». Così scriveva il Giudice per le indagine preliminari del Tribunale di Milano Giuseppe Gennari, firmando l’ordinanza di custodia cautelare che il 30 novembre scorso coinvolse il clan della ‘ndrangheta Valle-Lampada (operativo in Lombardia da oltre vent’anni), due giudici calabresi e un appartenetente alla Guardia di Finanza.</p>
<p>È proprio Mongelli che «interviene in favore dei Lampada» per ammorbidire i controlli delle Fiamme Gialle sull’attività di videopoker del sodalizio. L’intuizione investigativa secondo cui Mongelli a sua volta avrebbe condizionato altri colleghi troverebbe riscontro nell’operazione che ieri mattina ha portato al fermo di altre cinque persone nella seconda tranche dell’operazione del novembre scorso, tra cui, appunto altri tre finanzieri.</p>
<p>Nell’inchiesta coordinata da Ilda Boccassini era emerso un quadro inquietante riguardanti una serie di “talpe” all’interno delle istituzioni che avrebbero rivelato informazioni su indagini in corso agli esponenti della criminalità organizzata. Nella conferenza stampa indetta il giorno successivo agli arresti di novembre e come riportato anche da Linkiesta, Boccassini dichiarò «ci sono lavori in corso, non solo a Catanzaro ma anche a Milano. Di talpe probabilmente ce n’è stata più di una».</p>
<p>Una presenza, quelle delle talpe, costante nelle carte della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano. Soffiate di informazioni sulle indagini direttamente agli indagati e chiusure di occhi sui controlli. In questa occasione gli occhi di alcuni “infedeli” della Guardia di Finanza si sarebbero chiusi, secondo le accuse, proprio nei controlli sui videopoker, attività che fruttava al clan Valle-Lampada profitti per circa 30mila euro al giorno.</p>
<p>Come detto, oltre al finanziere Luigi Mongelli, nell’ordinanza di novembre venivano citati i nomi di altri tre colleghi dello stesso, Michele Di Dio, Michele Noto e Luciano Russo, che sono stati tratti in arresto insieme al direttore dell’hotel Brun di Milano (dove il clan Valle-Lampada avrebbe pagato soggiorni al giudice del tribunal di Palmi Giancarlo Giusti) e a Domenico Gattuso, che, secondo l’accusa, avrebbe aperto numerose società per conto dei Lampada e avrebbe gestito contatti istituzionali con un ruolo nella fuga di notizie riguardo a un’indagine della magistratura calabrese.</p>
<p>I tre militari arrestati ieri mattina avrebbero portato a casa una cifra attorno ai 40mila euro a testa incassati dal clan per il tramite di Mongelli per chiudere un occhio sui controlli delle macchinette videopoker del sodalizio installate a Milano e nell’hinterland, staccate dal sistema dei Monopoli di Stato per eludere i controlli del fisco.</p>
<p>Lo scorso novembre erano stati arrestati Giulio Lampada, ritenuto «il regista di tutte le operazioni» e il fratello Francesco, gestori di bar e locali, e veri e propri imprenditori nel settore dei giochi di azzardo, la moglie di quest’ultimo, Maria Valle (ai domiciliari), suo fratello Leonardo, il presidente delle misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, Vincenzo Giuseppe Giglio, il cugino medico Vincenzo, il consigliere regionale della Calabria Francesco Morelli (Pdl), l’avvocato Vincenzo Minasi, il maresciallo della Guardia di Finanza Luigi Mongelli e un “fedelissimo”, Raffaele Fermino. </p>
<p>Nell’ordinanza si facevano poi i nomi di due funzionari che «hanno mostrato di intrattenere relazioni di speciale privilegio e compiacenza con i Lampada»: il direttore di un’agenzia Unicredit di Milano e quello di un’agenzia di Paullo del Credito Bergamasco.</p>
<p>Negli interrogatori dell’avvocato Minasi emergerebbe anche il nome dell’ex capo del Sismi Niccolò Pollari come uno dei contatti all’interno dei servizi segreti, ma, visto il tenore delle dichiarazioni dello stesso Minasi, rimane una pista tutta da verificare.</p>
<p>di Luca Rinaldi</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.malitalia.it/2012/01/le-talpe-della-%E2%80%98ndrangheta-arrivano-fin-dentro-la-guardia-di-finanza/">www.malitalia.it</a></p>
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		<title>La mafia di Ariola, Antonio Altamura indicato &#8220;capo società&#8221; &#8211; La cosca teneva sotto controllo gli appalti pubblici e boschivi, praticava estorsioni e all&#8217;occorrenza agiva in maniera spietata &#8211; Nell&#8217;inchiesta tratteggiato il potere degli Emanuele e la brutale esecuzione dei fratelli Loielo</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 09:59:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>VIBO VALENTIA &#8211; Rappresenta uno spaccato delle dinamiche criminali sviluppatesi nel &#8220;locale di Ariola&#8221;, dal 1980 ad oggi, l&#8217;inchiesta &#8220;Luce nel bosco&#8221;. La frazione di Gerocarne sarebbe stata infatti sede della &#8216;ndrina dei Loielo, con accanto gli Altamura. &#8220;Capo società&#8221; viene indicato Antonio Altamura, 66 anni, di Ariola, già coinvolto nell&#8217;inchiesta &#8220;Crimine&#8221; e nell&#8217;omicidio del [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>VIBO VALENTIA &#8211; Rappresenta uno spaccato delle dinamiche criminali sviluppatesi nel &#8220;locale di Ariola&#8221;, dal 1980 ad oggi, l&#8217;inchiesta &#8220;Luce nel bosco&#8221;. La frazione di Gerocarne sarebbe stata infatti sede della &#8216;ndrina dei Loielo, con accanto gli Altamura. &#8220;Capo società&#8221; viene indicato Antonio Altamura, 66 anni, di Ariola, già coinvolto nell&#8217;inchiesta &#8220;Crimine&#8221; e nell&#8217;omicidio del parrucchiere di Acquaro, Placido Scaramozzino. Accanto a lui avrebbe operato Nazzareno Altamura, 47 anni, mentre il 42enne Michele Altamura, già assessore e poi sindaco di Gerocarne, avvalendosi del ruolo istituzionale avrebbe offerto – secondo il gip – il proprio supporto al gruppo mafioso. <span id="more-22306"></span></p>
<p>Ad accaparrarsi in maniera, giudicata illecita, gli appalti comunali nel 2004 e 2005 – lavori della rete fognaria, rimozione dei tetti in amianto nella scuola elementare di Ariola, ampliamento dei cimiteri a Sant&#8217;Angelo ed Ariola – sarebbero stati con le loro imprese, Francesco Taverniti, 38 anni, e Leonardo Bertucci, 42 anni, rispettivamente di Gerocarne e Soriano, indicati come strettamente legati ad Antonio Altamura. </p>
<p>Ad occuparsi degli appalti boschivi – appaltati dal Comune – per conto della cosca ci avrebbe invece pensato Ilario Chiera, 72 anni, di Ariola, mentre vicino al clan viene indicato pure l&#8217;imprenditore di Soriano, Giuseppe Prestanicola, 60 anni.</p>
<p>A capo dell&#8217;ala militare del &#8220;locale di Ariola&#8221;, ci sarebbero invece stati i fratelli Giovanni, Vincenzo e Francesco Loielo, quest&#8217;ultimo collaboratore di giustizia. Condannati nel 1991 per il sequestro di Cataldo Albanese, figlio di un imprenditore di Massafra (Ta), rapito il 9 ottobre 1989 e liberato dopo 6 mesi dietro un riscatto di un miliardo di lire, il potere passò ai loro cugini Giuseppe e Vincenzo Loielo, quest&#8217;ultimo omonimo del congiunto in carcere. </p>
<p>Il 22 aprile 2002, quindi, la barbara eliminazione di Giuseppe e Vincenzo Loielo ordita, secondo la Dda, dal 39enne Bruno Emanuele, anche lui di Gerocarne e portato nella &#8220;ndrina di Ariola&#8221; da Giuseppe Loielo. Nei periodi di detenzione, Bruno Emanuele sarebbe stato sostituito dal fratello Gaetano, 37 anni, a cui viene contestato di aver preso di mira anche la società &#8220;Proserpina&#8221;, mentre Salvatore Grillo, 33 anni, su delega degli Emanuele avrebbe esercitato il &#8220;controllo&#8221; su Soriano. </p>
<p>Il &#8220;potere&#8221; degli Emanuele si sarebbe però esteso anche su Sorianello, Pizzoni e Vazzano ed a loro sarebbero legati Piero Sabatino, 29 anni, principale imputato dell&#8217;operazione antidroga &#8220;Ghost&#8221; e ritenuto &#8220;l&#8217;alter ego&#8221; di Bruno Emuanele; Franco Idà, 47 anni, presunto braccio-destro di Bruno Emanuele; Vincenzo Bartone, 44 anni, di Soriano; Salvatore Zannino, 34 anni, di Sorianello; Pasquale De Masi, 31 anni di Gerocarne con compiti «esecutivi»; Giuseppe La Robina, 22 anni, e Giuseppe De Girolamo, 22 anni, entrambi di Arena, e legati a Gaetano Emanuele. </p>
<p>Su Acquaro e Dasà, invece, avrebbe storicamente operato il clan Maiolo, rivale dei Loielo e, dopo la scomparsa per lupara bianca nei primi anni &#8217;90 di Antonio e Rocco Maiolo – zii del collaboratore Enzo Taverniti, a sua volta quest&#8217;ultimo cognato dell&#8217;assassinato Vincenzo Loielo –, il &#8220;comando&#8221; sarebbe passato ai fratelli Angelo, 28 anni, e Francesco Maiolo, 33 anni, figli di Rocco, ed a Francesco Maiolo, 29 anni, figlio di Antonio. </p>
<p>Della scomparsa di Rocco Maiolo e Michele Fatiga sono ochiamati a rispondere i fratelli Giovanni e Vincenzo Loielo che avrebbero agito con Salvatore Maiolo di Fabrizia, quest&#8217;ultimo solo omonimo dei Maiolo di Acquaro ed indicato dal pentito Michele Iannello quale killer dei Loielo e dei Mancuso, vittima a sua volta della lupara bianca dopo alcuni contrasti con i Vallelunga di Serra. </p>
<p>Francesco Capomolla, 29 anni, cugino dei Maiolo, sarebbe infine l&#8217;autore dell&#8217;attentato dinamitardo all&#8217;auto – con danni ingenti anche allo stabile &#8211; dell&#8217;allora sindaco di Arena, Giosuele Schinella, avvenuto il 12 gennaio 2009. Per gli inquirenti, Capomolla avrebbe voluto costringere il sindaco a rilasciargli una licenza per una sala giochi in piazza Pagano in un box destinato ad altro uso. </p>
<p>Arena, in ogni caso, sarebbe stata sotto il diretto controllo di Nazzareno, 41 anni, e Antonio Gallace, 47 anni, &#8220;dipendenti&#8221; dal &#8220;locale di Ariola&#8221;, così come Michele Rizzuti, 50 anni, di Gerocarne, e Antonio Condina, 52 anni, originario di Mongiana e residente in provincia di Lucca.</p>
<p>di Giuseppe Baglivo</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=11562&#038;Edizione=11&#038;A=20120126">gazzettadelsud.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>La mafia di Ariola, nei boschi delle Serre affari e feroci faide &#8211; Negli anni consumate vere e proprie guerre fra i gruppi contrapposti: sanguinari gli scontri dei Loielo con i Maiolo e poi con gli Emanuele &#8211; Nel 1989 l&#8217;agguato a Vincenzo Loielo (&#8217;47) segna l&#8217;inizio delle ostilità caratterizzate da omicidi e stragi</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2012/01/26/mafia-ariola-nei-boschi-delle-serre-affari-feroci-faide-negli-anni-consumate-vere-proprie-guerre-fra-gruppi-contrapposti-sanguinari-gli-scontri-dei-loielo-con-maiolo-poi-con-gli/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 09:13:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>VIBO VALENTIA &#8211; Un locale di &#8216;ndrangheta caldo quello dell&#8217;Ariola dove, negli anni, allo scontro dei gruppi Loielo e Maiolo è seguito quello che ha visto contrapposti – dopo un periodo di calma apparente – ancora i Loielo e gli Emanuele, che hanno preso il sopravvento. Nella sua ultra trentennale storia il locale di &#8216;ndrangheta [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>VIBO VALENTIA &#8211; Un locale di &#8216;ndrangheta caldo quello dell&#8217;Ariola dove, negli anni, allo scontro dei gruppi Loielo e Maiolo è seguito quello che ha visto contrapposti – dopo un periodo di calma apparente – ancora i Loielo e gli Emanuele, che hanno preso il sopravvento. Nella sua ultra trentennale storia il locale di &#8216;ndrangheta dell&#8217;Ariola – la cui esistenza si fa risalire al 1970 – retto dal 1986 da Antonio Altamura, 65 anni, ha dovuto fare i conti con una serie impressionante di omicidi, compiuti in modo brutale, quasi primitivo.<span id="more-22303"></span></p>
<p>Sangue tanto, ma anche traffici ed estorsioni hanno orientato negli anni la strategia dei gruppi che si sono contesi con piombo e morti la supremazia sui territori che da Gerocarne si spingono sino a Vazzano e Pizzoni, passando per Soriano, Sorianello, Arena, Acquaro e Dasà. </p>
<p>Un diabolico &#8220;risiko&#8221; giocato dai gruppi in guerra, le cui mosse vengono descritte – soprattutto attraverso il racconto di Francesco Loielo ed Enzo Taverniti, oggi collaboratori di giustizia – nei capitoli che caratterizzano l&#8217;inchiesta &#8220;Light in the woods&#8221; (Luce nei boschi), condotta da Dda e Mobile di Catanzaro, diretta da Rodolfo Ruperti.</p>
<p>Dal 1989 al 1991 a tirare le fila dei traffici nelle Serre sarebbero stati i fratelli Vincenzo (del &#8217;47) e Giovanni (del &#8217;54) Loielo. Dal &#8217;94 la guida della consorteria, vede reggenti i fratelli Vincenzo e Giuseppe Loielo (assassinati nel 2002), mentre oggi a dettare legge è la cosca capeggiata da Bruno Emanuele.</p>
<p>Fino al 1988 fra i Loielo e i Maiolo non vi sarebbero state incrinature, al contrario avrebbero scalato in sinergia i gradini del &#8220;mercato&#8221; dell&#8217;illecito. Ma la primavera del 1989 segna l&#8217;inizio della faida con l&#8217;agguato teso a Vincenzo Loielo (&#8217;47), mentre rientrava nel carcere di Vibo. Ferito, non va in ospedale ma si fa curare privatamente e con il fratello Giovanni, di 57 anni, si dà alla latitanza. Entrambi vengono catturati a Torino circa due anni dopo.</p>
<p>Il 29 marzo dell&#8217;89, cioè qualche settimana dopo l&#8217;agguato a Vincenzo Loielo, viene ucciso Antonio Donato, ritenuto inizialmente autore del gesto. I sospetti dei Loielo, poi, si spostano però sui Maiolo. Nel frattempo Donato viene attirato in un tranello, &#8220;catturato&#8221;, portato in una valle, &#8220;interrogato&#8221; con le buone e poi picchiato. </p>
<p>Visto che non parla lo si fa sdraiare in una fossa, precedentemente scavata in una pianura vicina a un fiume, e – secondo quanto dichiarato da Francesco Loielo – Vincenzo Loielo lo accoltella alla pancia fino a fargli dire che a compiere l&#8217;agguato era stato un certo Raffaele. A questo punto, in preda all&#8217;ira, Loielo gli spara un colpo alla testa, senza neanche dargli il tempo di specificare di quale Raffaele si trattava. Il corpo di Donato viene poi sepolto e ricoperto di pietre.</p>
<p>Sedici giorni dopo – il 18 aprile &#8217;89 – viene teso un primo agguato a Rocco Maiolo che riesce a sfuggire anche a una seconda imboscata. Tra gli agguati e l&#8217;omicidio Donato si inserisce l&#8217;eliminazione di Gaetano Inzillo (altro uomo dei Maiolo), ammazzato il 3 agosto &#8217;89 a Torino mentre era a bordo di un camioncino. Secondo il collaboratore Francesco Loielo a sparargli è il fratello Vincenzo «gli sparò contro con una pistola 7,65 scaricando l&#8217;intero caricatore». </p>
<p>Sul finire del mese di aprile del 1990 scompaiono Rocco Maiolo e Raffaele Fatiga. Cadono in un agguato teso loro dai Loielo con la complicità di Salvatore Maiolo che – secondo il collaboratore – avrebbe fatto da infiltrato per loro nel gruppo dei Maiolo. </p>
<p>Fatto sta che Rocco Maiolo e Raffaele Fatiga dall&#8217;imboscata escono cadaveri, uccisi a raffiche di mitra Norinco e di pistola. Fatiga si becca un colpo alla testa, Maiolo il piombo del mitra e colpi di pistola 357. Infatti sebbene ferito tenta di prendere la sua arma, ma i killer gli bloccano la mano con un piede e lo finiscono. Nei boschi delle Serre vengono sotterrati i loro corpi.</p>
<p>Qualche anno di tregua, poi ancora esecuzioni: il 28 settembre del &#8217;93 quella di Placido Scaramozzino, infilato in una fossa, colpito con una vanga e sepolto mentre ancora respirava; il 23 luglio del &#8217;98 quella del boss Antonio Maiolo, fratello di Rocco, i cui resti sono stati fatti rinvenire il 12 settembre del 2009 dal collaboratore Enzo Taverniti, nipote della vittima che era scampata ad altri agguati.</p>
<p>Con i Maiolo quasi sterminati la faida si conclude, ma per i Loielo si apre un altro capitolo insanguinato: quello dello scontro con gli Emanuele. Un gruppo quest&#8217;ultimo in cui – secondo le risultanze dell&#8217;inchiesta &#8220;Light in the woods&#8221; – si schierano Francesco (classe 79) e Angelo Maiolo (classe 84) figli di Rocco, Francesco Maiolo (classe 83) figlio di Antonio e Francesco Capomolla, tutti cugini di primo grado del collaboratore Enzo Taverniti. «Questi hanno consentito che, nell&#8217;attualità – scrive nell&#8217;ordinanza il gip distrettuale Tiziana Macrì – si verificasse la prosecuzione di quello scontro armato che aveva determinato numerose morti».</p>
<p>Dopo un periodo di militanza nella struttura in quel momento capeggiata dai fratelli Vincenzo e Giuseppe Loielo (cugini di Vincenzo, Giovanni – in carcere per il rapimento di Cataldo Albanese, figlio di un imprenditore di Massafra – e Francesco finito poi anche lui in carcere), nella quale erano stati reclutati grazie al fatto che Vincenzo Loielo (ucciso poi con il fratello Giuseppe) aveva spostato la sorella di Enzo Taverniti, i giovani Maiolo passano poi con il gruppo dissidente capeggiato da Bruno Emanuele.</p>
<p>E quest&#8217;ultimo sarebbe responsabile dell&#8217;imboscata tesa ai due fratelli Loielo, trucidati nell&#8217;aprile del 2002 alla periferia di Gerocarne. Ma il sangue torna a scorrere nei boschi di Ariola il 25 ottobre del 2003. Tre le vittime: Stefano Barilaro, Giovanni Gallace e Francesco Gallace. Sul fuoristrada finito sotto il tiro incrociato dei kalashnikov si trovava anche Antonio Chiera il quale, gettandosi in un canalone, riuscì a salvare la pelle. </p>
<p>Obiettivo dei killer – in base a quanto emerge dall&#8217;inchiesta – sarebbe stato Francesco Gallace (alias Franco o Testina o Testiceja) , il quale ne locale di &#8216;ndrangheta dell&#8217;Ariola rivestiva il ruolo di &#8220;mastro di giornata&#8221;. Dagli inquirenti veniva indicato come la persona che sosteneva economicamente in carcere i fratelli Loielo.</p>
<p>di Marialucia Conistabile</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=11559&#038;Edizione=11&#038;A=20120126">gazzettadelsud.it</a></p>
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		<title>Operazione Reale-Ippocrate: falsi certificati per aiutare i boss &#8211; Sei arrestati, anche medici in manette</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 10:31:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA – Per evitare il carcere il boss Giuseppe Pelle di San Luca si è finto “pazzo” e “depresso”. Patologie diagnosticate da medici compiacenti che gli fornivano falsi certificati che attestavano la “incompatibilità” del capo cosca con il regime carcerario. La “depressione maggiore” era recitata ad arte e guarda caso si manifestava sempre quando [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA – Per evitare il carcere il boss Giuseppe Pelle di San Luca si è finto “pazzo” e “depresso”. Patologie diagnosticate da medici compiacenti che gli fornivano falsi certificati che attestavano la “incompatibilità” del capo cosca con il regime carcerario. La “depressione maggiore” era recitata ad arte e guarda caso si manifestava sempre quando di turno al 118 di Locri c’era il medico Francesco Moro, sempre pronto ad assecondare le richieste del boss. C’era però una complicità in rete che garantiva a Giuseppe Pelle la possibilità di evitare il carcere. Era composta da un altro medico<span id="more-22292"></span> Guglielmo Quartucci, responsabile della clinica Villa degli Oleandri, di Mendicino, in provincia di Cosenza, e da un avvocato Francesco Cornicello del foro di Cosenza. I tre assieme alla moglie del boss Marianna Barbaro, al figlio Antonio Pelle sono stati arrestati venerdì mattina dai carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria.</p>
<p>BOSS &#8211; Il boss Giuseppe Pelle è stato raggiunto dal provvedimento restrittivo nel carcere di Opera, dove si trova detenuto perché coinvolto in altre inchieste. Il meccanismo messo a punto da Pelle e dai suoi familiari è stato intercettato dal Ros che ha piazzato le microspie nell’abitazione del capo dell’omonima famiglia di San Luca. </p>
<p>I carabinieri hanno così potuto seguire in diretta tutta la fase della preparazione al malore sino all’arrivo dell’ambulanza. Nel dialogo intercettato dal Ros il medico del 118 Francesco Moro dava a Pelle le indicazioni su come comportarsi e su come rendere verosimile il malore, dovuto a uno stato d’ansia. Nel 2008, poi, il dottor Guglielmo Quartuccio si era prodigato per il boss favorendo un suo ricovero alla clinica degli Olendri. </p>
<p>Sono stati sufficienti pochi giorni di degenza per diagnosticare a Giuseppe Pelle una “sindrome depressiva maggiore con tratti psicotici”. Il dottor Quartuccio ha ammesso di aver attestato false patologie perché sapeva dell’appartenenza alla ‘ndrangheta di Pelle “&#8230;mi hanno mandato da Reggio Calabria, Pelle!&#8230; il secondo giorno venivo ammazzato se non avessi fatto quello che loro mi dicevano&#8230;“. </p>
<p>Un contributo all’indagine l’ha dato anche il pentito Samuele Lovato, un tempo killer dei Forastefano, il clan degli zingari che opera nell’Alto Cosentino. Il collaboratore ha spiegato i meccanismi dei ricoveri fasulli a Villa Oleandri di soggetti affiliati alla ‘ndrangheta.</p>
<p>di Carlo Macrì</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.corriere.it/cronache/12_gennaio_20/boss-pelle-falsi-certificati-medici_65d17034-433a-11e1-8047-0b06b4bf3f34.shtml">corriere.it</a></p>
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		<title>Il calciatore &#8220;suicida&#8221;, interrogato Padovano &#8211; Riparte l&#8217;inchiesta sulla morte del centrocampista Denis Bergamini avvenuta nel novembre 1989. Dai pm l&#8217;ex attaccante della Juve &#8211; Il centravanti, condannato per droga nel 2011, divideva la stanza con il compagno di squadra rossoblù</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 09:50:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>COSENZA &#8211; Il calciatore “suicidato” aveva il corpo d’atleta e gli occhi da bambino. Quella sua aria da bravo ragazzo, l’ostentata timidezza e le tante prodezze compiute in campo ne avevano fatto un idolo delle teenagers. Donato Bergamini era il più forte e amato centrocampista del Cosenza calcio. Giocava con autorevolezza, dribblava gli avversari con facilità e sfoderava una tecnica da fuoriclasse. La serie B gli stava stretta. Nessuno, fino alla sera di sabato 18 novembre 1989, avrebbe mai pensato che coltivasse il desiderio di farla finita. Di togliersi la vita. Nessuno, tra i tifosi, ha mai creduto che si fosse lanciato volontariamente sotto un camion che stava percorrendo la Statale 106 ionica.<span id="more-22289"></span></p>
<p>Neppure la Procura di Castrovillari crede più alla tesi del suicidio. Il procuratore Franco Giacomantonio – magistrato poco aduso a telecamere e taccuini – ha riaperto l’inchiesta sulla morte del calciatore ipotizzando che possa essersi trattato di un omicidio. E così ha riascoltato, nella veste di persone informate sui fatti, prima la ragazza che si trovava in compagnia di Bergamini la sera della tragedia e, ieri, l’ex attaccante Michele Padovano. </p>
<p>Denis, infatti, divideva all’epoca la stanza con il prolifico centravanti e lo considerava un suo fidato amico. A Padovano, pertanto, i magistrati inquirenti della città del Pollino, hanno chiesto di ricostruire le ultime settimane di vita del centrocampista rossoblù. Hanno voluto sapere chi frequentasse, se temesse per la propria incolumità e se, ancora, avesse problemi con personaggi equivoci. </p>
<p>I contenuti della deposizione resa dall’ex calciatore sono coperti dal rigido segreto istruttorio. L’ex attaccante fu ripetutamente sentito da polizia e carabinieri anche nelle settimane immediatamente successive alla morte di Bergamini, ma non seppe fornire, in quelle occasioni, elementi utili alle indagini. </p>
<p>Da molte parti s’è sempre sostenuto che conoscesse particolari forse inconfessabili sulla vita privata del “calciatore suicidato” ma la circostanza non ha mai trovato concreta conferma. </p>
<p>Michele Padovano, detto “il bello”, lasciato il calcio, ha fatto una brutta fine. Dopo aver fatto impazzire le difese di mezza Italia e mandato in brodo di giuggiole ammiratrici di tutte le età ha infatti chiuso la sua “carriera” da campione e sciupafemmine nel peggiore dei modi: incassando una condanna a otto anni e otto mesi di reclusione. </p>
<p>I magistrati di Torino lo hanno nei mesi scorsi ritenuto corresponsabile di un colossale traffico di sostanze stupefacenti provenienti dall’Africa, fatte passare per la Spagna e vendute nel Belpaese. Che Michele “il bello” amasse la vita spericolata l’avevano sempre saputo i suoi allenatori e pure i compagni di squadra. </p>
<p>Genio e sregolatezza, partite memorabili e giornate da dimenticare, ritiri blindati e, dopo l’incontro domenicale, sortite impensabili. Un tiro micidiale e un senso della posizione e del gol impareggiabili, Michele Padovano è stato nel Cosenza guidato da Gianni Di Marzio il protagonista di una storica promozione in serie B attesa per vent’anni. </p>
<p>Dopo i quattro anni trascorsi a Cosenza, l’attaccante fece il suo esordio in seria A con il Pisa, nel 1990, sotto i cui colori segnò undici reti. Poi passò prima al Napoli, poi al Genoa e, infine, alla Reggiana. Nella città emiliana il suo apporto (dieci gol) si rivelò determinante per ottenere la salvezza. </p>
<p>Padovano, però, raggiunse l’apice della carriera giocando nella Juventus, allenata da Marcello Lippi, dove giocò dal ‘95 al ‘97 vincendo lo Scudetto, la Champions league e la Coppa intercontinentale. Le capacità mostrate con la “Vecchia signora” gli valsero la convocazione in Nazionale. Poi il mesto declino: con la militanza nel Crystal Palace (Inghilterra) e nel Metz. </p>
<p>Uscito dal calcio, Michele “il bello” ha frequentato cattive compagnie. I giudici di Torino, infatti, hanno ritenuto che si fosse messo a trafficare in droga con il compagno d’infanzia, Luca Mosole, cui sono stati inflitti 15 anni. L’hanno incastrato le intercettazioni e il linguaggio criptico utilizzato nelle conversazioni. Per il pm Antonio Rinaudo, Padovano era il finanziatore (con 100.000 euro) delle operazioni d’importazione di stupefacente dal Marocco. Ma questa è un’altra storia&#8230;</p>
<p>di Arcangelo Badolati </p>
<p>da Gazzetta del Sud</p>
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		<title>Otto persone scomparse in vent&#8217;anni &#8211; Inghiottite dal nulla: si teme che siano rimaste vittime della cosiddetta &#8220;lupara bianca&#8221; &#8211; A Torre Melissa da più di un mese non sia hanno notizie di Salvatore Russo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 09:08:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>CIRÒ MARINA (KR) &#8211; Sembra essere stato inghiottito nel nulla Salvatore Russo, conosciuto a Torre Melissa con il nome di Antonio. Del pensionato, che compirà 66 anni domenica prossima, non si hanno più notizie ormai da oltre un mese. Settimane che sono passate veloci tra segnalazioni e &#8220;soffiate&#8221; giunte alla Caserma dei carabinieri di Torre [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>CIRÒ MARINA (KR) &#8211; Sembra essere stato inghiottito nel nulla Salvatore Russo, conosciuto a Torre Melissa con il nome di Antonio. Del pensionato, che compirà 66 anni domenica prossima, non si hanno più notizie ormai da oltre un mese. Settimane che sono passate veloci tra segnalazioni e &#8220;soffiate&#8221; giunte alla Caserma dei carabinieri di Torre Melissa e poi rivelatesi falsi allarmi. I militari dell&#8217;Arma agli ordini del comandante della stazione, Vincenzo Boris Zavarella, hanno cercato in lungo ed in largo Antonio Russo. I militari dell&#8217;Arma hanno passato al setaccio le campagne della zona controllando palmo a palmo anche tra il fango di località Fasana a Strongoli Marina. <span id="more-22280"></span></p>
<p>Poi sono andati a Rocca di Neto ed in ogni altro luogo che è stato indicato con telefonate, lettere o voci diffuse nel paese. Tutto, però è stato inutile. Russo pare sparito nel nulla.</p>
<p>Si era sperato che l&#8217;uomo ricomparisse il 2 gennaio scorso per ritirare la pensione, così come aveva fatto l&#8217;ultima volta, il mattino del 1. dicembre scorso, prima di scomparire misteriosamente. E da quel giorno che il 66enne è scomparso da Torre Melissa. Le ultime tracce di Russo rimandano a Crotone. Le immagini dell&#8217;uomo che camminava da solo in mezzo alla gente, sono state carpite dalle telecamere del terminal dell&#8217;autostazione dei pullman di Crotone in via Giuseppe Di Vittorio. </p>
<p>Poi, Salvatore Russo si è come volatilizzato, seguendo la sorte di altre persone scomparse nel circondario Cirotano, su alcune delle quali pesa l&#8217;ombra di sentenze di morte scritte dalla &#8216;ndrangheta imperante nella zona.</p>
<p>Come in un tragico rosario ecco gli scomparsi di CIrò Marina che si presume siano rimaste vittime della &#8220;lupara bianca&#8221;: il 26 marzo 2011 si sono perse le tracce di Antonio Morrone, 43 anni, carpentiere di Cirò Marina. Quella mattina Morrone è stato visto per l&#8217;ultima volta dal padre, imboccare, a piedi, via Manzoni da Piazza Diaz. Da allora l&#8217;uomo non ha mai fatto ritorno a casa dove ancora sperano di rivederlo la moglie ed i suoi due figli. Con Morrone sono otto le persone di Cirò Marina scomparse dal 1992 ad oggi.</p>
<p>Prima del carpentiere era sparito il 27 dicembre 2008 Claudio Aloisio che avrebbe compiuto 31 anni il Capodanno del 2009. L&#8217;automobile con la quale il carpentiere si allontanò da casa, venne ritrovata l&#8217;indomani a Torre Melissa: l&#8217;auto aveva le portiere aperte e lo stereo era acceso.</p>
<p>Nella serata del 20 ottobre 2007 venne inghiottito dal buio Sergio Sasso, 36 anni, muratore. Quella sera ormai lontana più di quattro anni, l&#8217;uomo, si chiuse alle spalle il portone di casa, in cui ha lasciato la moglie e due figli piccoli, e non vi ha più fatto ritorno. La sua vettura fu poi rinvenuta in una traversa poco frequentata di Via Togliatti, alle spalle della scuola &#8220;Don Bosco&#8221;.</p>
<p>Dal 28 dicembre 1992, non si sa nulla della sorte toccata a Giuseppe Cavarretta 22 anni che non arrivò mai all&#8217;appuntamento fissato per le 21 di quella stessa in un bar della periferia con due suoi amici.</p>
<p>I fratelli Mario e Lorenzo Doria, 22 anni il primo, 24 anni il secondo, sparirono insieme Patrizio Pirillo, 17 anni appena, nella notte di S. Silvestro del 1998. I tre furono visti l&#8217;ultima volta lungo Via Roma a bordo di un Fia Punto grigia che rispuntò due giorni dopo in località &#8220;Volvito&#8221; tra Cirò e Crucoli.</p>
<p>Da Cirò Marina, è scomparso inoltre il 1 dicembre 2009 Armando Le Rose, 36 anni, muratore di Papanice. Anche di quest&#8217;ultimo si sono perse le tracce cosi come degli altri sette scomparsi che diventano nove con Salvatore Russo.</p>
<p>di Margherita Esposito</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=8018&#038;Edizione=10&#038;A=20120119">gazzettadelsud.it</a></p>
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		<title>Il Ministro nell’inferno di Rosarno</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 08:31:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Rosarno due anni dopo la rivolta dei braccianti di colore e la caccia al nero. Una città che cerca di scrollarsi di dosso l’immagine di Soweto di Calabria. La strada è ancora lunga. Perché due anni dopo i problemi che incendiarono la rivolta sono ancora lì. Clementine e arance attirano migliaia di disperati alla ricerca del lavoro. Oggi sono 4mila uomini, africani e braccianti dell’Est che affollano la Piana di Gioia Tauro. Ma l’oro giallo di queste terre vale meno di zero sui mercati. “Per un chilo di clementine i grossisti mi danno quindici centesimi, 5 per le arance da succo. Una miseria”. Piccoli coltivatori e grandi proprietari terrieri si lamentano allo stesso modo, ma continuano a produrre. E scaricano la loro crisi sui migranti ai quali offrono paghe da fame.<span id="more-22283"></span></p>
<p>Venticinque euro a testa, oppure un euro per ogni cassetta raccolta. Soldi ai quali va sottratta la mazzetta da dare al caporale, l’organizzatore delle braccia, spesso un africano o un bracciante dell’est che ha fatto carriera. Soldi pochi, condizioni di vita disperate in baraccopoli da dove anche i topi scappano, eppure la gente continua ad arrivare. </p>
<p>“In un solo giorno – ci racconta don Pino De Masi, animatore di Libera nella Piana – nel paese di San Ferdinando sono arrivati dieci pullman con 500 tra bulgari e romeni”. Altre braccia che la mattina presto si offrono nella piazze dei paesi in attesa di un ingaggio che però non arriva per tutti. Chi non è fortunato vaga per tutto il giorno aspettando un’occasione. E’ questo l’inferno che ieri ha voluto vedere da vicino il ministro per l’Integrazione Andrea Riccardi. “Perché governo tecnico – dice al cronista – vuol dire anche avere orecchie ed occhi attenti alla realtà”.</p>
<p><a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&#038;v=EeL_b9citw8">GUARDA IL VIDEO</a></p>
<p>Il ministro entra nel campo di accoglienza organizzato dal Comune. Ci sono containers con brandine e riscaldamento, docce e bagni chimici, un barlume di vita civile per 120 migranti. Una goccia nel mare. Per gli altri ci sono i ghetti. Quello della fabbrica Pomona, dove una volta si trasformavano gli agrumi, fa paura. Fango dappertutto, per dormire improvvisate tende fatte di plastica e legno. Non ci sono bagni, i bisogni si fanno dove capita. </p>
<p>“E’ un ghetto indegno di un paese civile – dice il ministro -, si tratta di situazioni che abbiamo l’obbligo morale di rimuovere al più presto”. Ma basta spostarsi in quello ce chiamano il “centro storico” della città per capire che l’inferno non finisce in una fabbrica abbandonata. Vico Esperia, via Posta Vecchia, case pericolanti, tufi sbriciolati dalla pioggia, sottoscala e cantine di pochi metri quadrati dove vivono in dieci, venti persone. Per letto materassi impregnati di sudicio e umidità per terra. </p>
<p>Il professor Riccardi entra nei tuguri e parla con i migranti. Nessuno protesta più di tanto per le paghe basse o per le condizioni di vita, ma tutti chiedono una cosa solo: la carta, il permesso di soggiorno, il diritto di sentirsi cittadini. E’ il frutto di leggi assurde contro gli immigrati. Il ministro rifiuta la polemica: “L’integrazione va costruita, qui non si tratta di rivolgersi al passato per stracciarsi le vesti, ma di aprire una stagione diversa”.</p>
<p>Il sindaco di Rosarno si chiama Elisabetta Tripodi, è stata eletta in una coalizione di centrosinistra, ha organizzato il campo da 120 posti e chiesto altri container che la Protezione civile le ha però rifiutato. Quanti soldi ha avuto dalla regione? “Zero. Sto ancora aspettando i 25mila euro per l’emergenza di un anno fa, dei 3 milioni di euro promessi per la costruzione di alloggi popolari da destinare ai migranti neppure l’ombra”. </p>
<p>Promesse, piani mai realizzati nella Calabria degli sprechi, il ministro annota tutto, nella sala riunioni del Comune ascolta. Parla Mamma Africa, Norina Ventre, una anziana signora che da vent’anni assiste chi ha la pelle di un altro colore. “Domenica avevo 200 persone da sfamare, c’è bisogno di un centro di accoglienza”. </p>
<p>Cristiana, donna e mamma del Ghana che chiama “papà” il ministro: “Ho due figli da mantenere, vanno a scuola, sono da undici anni qui in Italia ma non ho ancora la cittadinanza”. E poi Adam, bracciante di colore, rappresentante di “Africalabra”. E il senegalese Mamadù che parla della necessità del contratto, “perché la Bossi Fini dice che se perdi il lavoro perdi anche il permesso”. </p>
<p>“La situazione – è il commento del ministro – è di vera emergenza, come soluzione provvisoria, sarà realizzata una tendopoli nel territorio del comune di San Ferdinando, accanto a Rosarno, dove saranno trasferiti molti immigrati che in questo momento stanno trovando rifugio in situazioni inaccettabili.</p>
<p>Ma c’è bisogno di “una fase due. Siamo in presenza di lavoratori fedelmente stagionali per cui è necessario lavorare alla loro integrazione, costruire un ponte tra loro ed i cittadini di Rosarno, a partire dalla lingua. In un momento di crisi, di poco lavoro anche per gli italiani, occorre spiegare bene a questi nostri amici che non rimarranno soli”.</p>
<p>di Enrico Fierro</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.malitalia.it/2012/01/rosarno/">www.malitalia.it</a></p>
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		<title>Quel ragazzo svanito nel nulla 6 anni fa, la storia di Pino Loria a &#8220;Chi l&#8217;ha visto&#8221; &#8211; Stasera nella trasmissione della Sciarelli si ripercorre la vicenda &#8211; E la mamma ricorda che venerdì ricorre il compleanno di suo figlio</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 07:34:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>SAN GIOVANNI IN FIORE (CS) &#8211; «Mio caro Pino, mio grande tesoro, buon compleanno! Venerdì 20 gennaio 2012 festeggi i tuoi 32 anni. Con la tua nascita, Dio ci ha voluto regalare la gioia più grande della vita». Così, la lettera di Immacolata Guzzo, la madre di Giuseppe (Pino) Loria, del quale non si hanno notizie dal 3 settembre 2005. Era sabato quel pomeriggio, e Pino aveva lavorato al rifacimento di una siepe a Serrisi, in Sila. Poi all&#8217;imbrunire con il camioncino della ditta aveva fatto ritorno a San Giovanni: scese dal mezzo all&#8217;incrocio del Dino&#8217;s e dalle 18:30 del giovanotto si sono perse le tracce. Anche se una prima tesi, mai confermata, racconta che l&#8217;operaio s&#8217;intrattenne con alcune persone che erano a bordo di una Fiat Punto di colore verde. <span id="more-22274"></span></p>
<p>Ieri la lirica della signora Guzzo, tutta dedicata al suo Pino. Vorrebbe che del ragazzo ne parlassimo il 20, proprio in occasione del suo compleanno. Poi una pausa, perché la chiamano su un altro telefono e dopo c&#8217;informa che erano i redattori di &#8220;Chi l&#8217;ha visto?&#8221;, cui aveva trasmesso pure la lettera. Le confermano che stasera nel corso della trasmissione, leggeranno le sue emozioni, le sue speranze, la sua tenacia di madre. </p>
<p>Non è la prima volta che Immacolata Guzzo parla del suo Pino «un figlio buono, bravo, cresciuto con affetto e senza padre». Un operaio che aveva lavorato nei market e prim&#8217;ancora a Bologna, dove avrebbe voluto tornare, ma i fitti esosi nel capoluogo emiliano l&#8217;avevano fatto ritornare a San Giovanni. </p>
<p>Una vita normale quella di Pino Loria: salvo una sola macchia risalente ad anni prima dalla sua sparizione. Aveva avuto un piccolo precedente connesso al labirinto mondo degli stupefacenti, «ma n&#8217;era uscito ed era tutto finito; s&#8217;era ripreso alla grande e amava più di prima la vita, il lavoro, la sua famiglia, la sua casa», afferma la signora Guzzo. Che dal quel maledetto sabato aspetta un segnale, una telefonata, un messaggio. «Mi accontenterei solo di ascoltarlo. Sentire la sua voce e non smetterò mai di aspettare». </p>
<p>Quel giorno Pino con sé non aveva né portafogli né cellulare e indossava ancora gli indumenti di lavoro: un pantalone bianco e una camicia nera. Poi tante voci e altrettanti ipotesi: alcune lo davano a Crotone, dove la madre e la sorella riempirono la città di locandine con il volto di Pino; altre ancora lo segnalavano a Roma. Ma di certezze assolute neanche una. </p>
<p>Sfiancata, stanca, provata, Immacolata Guzzo è certa che Pino sia vivo e attende un segnale. </p>
<p>«Ogni anno che passa – continua la lettera – rimane come mio desiderio farti gli auguri per il tuo compleanno. Oggi tutti insieme avremmo voluto festeggiare questo giorno per noi così importante. Grande e immensa è la gioia che mi hai sempre dato con la tua presenza. Qualcosa di immensamente bello, com&#8217;è bella l&#8217;anima che hai dentro di te. Qualcosa di grande valore, come la generosità che hai sempre avuto nel cuore. Qualcosa di eterno, come l&#8217;amore infinito che ci ha sempre uniti. Se mi fosse concesso di esprimere un desiderio, chiederei che in ogni giorno, in ogni luogo e in qualunque situazione, non venga mai a mancarti il coraggio e la forza per superare ogni avversità, come hai sempre fatto!».</p>
<p>di Mario Morrone</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=7493&#038;Edizione=8&#038;A=20120118">gazzettadelsud.it</a></p>
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		<title>Un blitz per espugnare la fortezza dei nomadi &#8211; Polizia, carabinieri, finanza, forestale, municipale e polizia provinciale hanno fatto irruzione in forze nel villaggio rom di via degli Stadi &#8211; Sequestrati droga e bilancini di precisione, demolite dalle ruspe costruzioni abusive e due bar senza licenza</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 09:38:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>COSENZA &#8211; Comincia presto l&#8217;assalto al colle di via degli Stadi. Di primo mattino, un esercito in divisa irrompe nel regno dei rom per restituire quel quartiere alla città. La fortezza dei nomadi viene &#8220;espugnata&#8221; da un centinaio di uomini di polizia, carabinieri, guardia di finanza, forestale, municipale e polizia provinciale. L&#8217;assedio all&#8217;enclave nel centro [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>COSENZA &#8211; Comincia presto l&#8217;assalto al colle di via degli Stadi. Di primo mattino, un esercito in divisa irrompe nel regno dei rom per restituire quel quartiere alla città. La fortezza dei nomadi viene &#8220;espugnata&#8221; da un centinaio di uomini di polizia, carabinieri, guardia di finanza, forestale, municipale e polizia provinciale. L&#8217;assedio all&#8217;enclave nel centro di Cosenza viene portato con ruspe, metaldetector e cani antiesplosivo. Con badili e picconi si va alla ricerca di droga, armi e di altri &#8220;bottini&#8221; illeciti finiti nelle viscere di quella che gl&#8217;inquirenti considerano una tana del malaffare, una terra di nessuno dove si ruba e si spaccia, si compra e si vende. <span id="more-22253"></span></p>
<p>L&#8217;obiettivo del blitz interforze è quello di ripristinare la legalità in un&#8217;area all&#8217;interno della quale storicamente viene sfoderata un&#8217;altra legge, quella imposta dalla malavita che spesso assume i connotati di &#8216;ndrangheta. </p>
<p>Dopo la sparizione del giovane &#8220;Bella bella&#8221; (al secolo Luca Bruni), dopo l&#8217;assalto all&#8217;autocompattatore di &#8220;Ecologia Oggi&#8221; e dopo la bomba al bar di via Popilia, il prefetto Raffaele Cannizzaro, sette giorni fa, aveva coordinato una riunione dell&#8217;Intelligence provinciale allargata al sindaco, Mario Occhiuto, e al presidente della Provincia, Mario Oliverio, per studiare la risposta dello Stato. </p>
<p>E, nel giro d&#8217;una settimana, il questore Alfredo Anzalone, il comandante dell&#8217;Arma, colonnello Francesco Ferace, quello della Finanza, colonnello Giosuè Colella, quello della Forestale, colonnello Francesco Curcio, quello della Municipale, colonnello Giampiero Scaramuzzo, e quello della Provinciale, colonnello Giuseppe Colaiacovo, hanno unito gli sforzi predisponendo uno schema d&#8217;interventi capaci di far lievitare il livello di sicurezza in ogni angolo della città. </p>
<p>Ieri, l&#8217;inizio della controffensiva della legge con la &#8220;bonifica&#8221; del colle di via degli Stadi. Un intero quartiere è stato rivoltato come un calzino, le abitazioni di 15 soggetti sottoposti a misure di prevenzione o cautelari sono state perquisite, due bar abusivi aperti su una strada pubblica sono stati rasi al suolo. </p>
<p>Le ruspe hanno pure cancellato i segni di alcuni manufatti realizzati senza autorizzazione. Sotto sequestro è finita, pure una autocarrozzeria (che sorge nel quartiere ma non all&#8217;interno del villaggio) perchè non autorizzata. Complessivamente sono state controllate 17 attività commerciali, tre delle quali sono risultate sconosciute completamente all&#8217;Erario. </p>
<p>Gl&#8217;investigatori hanno pure messo le mani su alcuni bilancini di precisione e un piccolo quantitativo di droga che rappresenterebbero il riscontro alla sospettata attività di spaccio che verrebbe condotta da alcuni residenti legati al clan dei nomadi che controllerebbe in regime di monopolio il mercato degli stupefacenti in città. </p>
<p>Una dettagliata informativa sui sequestri è stata inviata al capo dei pm Dario Granieri (anche lui tra i &#8220;registi&#8221; del piano Interforze, ndr) che ha già dato ordine al suo sostituto Paola Izzo d&#8217;aprire un fascicolo. Il magistrato ha chiesto pure la convalida dell&#8217;arresto d&#8217;una persona con l&#8217;accusa di evasione dai domiciliari. </p>
<p>La &#8220;vendetta&#8221; dello Stato ha prodotto inevitabilmente angoscia negli ambienti della criminalità. Il blitz di ieri è solo l&#8217;innesco d&#8217;una miccia a combustione rapida che farà detonare questo vento di tranquillità sulla pubblica sicurezza dopo l&#8217;improvvisa impennata di violenza che aveva spiazzato le forze dell&#8217;ordine.</p>
<p>di Giovanni Pastore</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=7047&#038;Edizione=8&#038;A=20120117">gazzettadelsud.it</a></p>
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		<title>Sparatoria da Far West in viale Isonzo, un ferito &#8211; Subito dopo il fratello gemello litiga con l&#8217;aggressore e viene &#8220;pestato&#8221;. Fermato un coetaneo, D.L., vicino di casa dei due &#8211; Si tratta del trentenne Andrea Araldi che è stato colpito alla spalla e al braccio</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2012/01/17/sparatoria-far-west-viale-isonzo-ferito-subito-dopo-fratello-gemello-litiga-con-laggressore-viene-pestato-fermato-coetaneo-vicino-casa-dei-due-tratta-del-tren/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 09:24:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>CATANZARO &#8211; Sparatoria con ferito (per fortuna senza gravi conseguenze) nella prima serata di ieri in viale Isonzo. Un trentenne, Andrea Araldi, disoccupato, è stato colpito di striscio con quattro colpi di pistola a un braccio e alla spalla. Secondo una prima sommaria ricostruzione dei carabinieri del nucleo operativo della Compagnia cittadina che stanno effettuando [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>CATANZARO &#8211; Sparatoria con ferito (per fortuna senza gravi conseguenze) nella prima serata di ieri in viale Isonzo. Un trentenne, Andrea Araldi, disoccupato, è stato colpito di striscio con quattro colpi di pistola a un braccio e alla spalla. Secondo una prima sommaria ricostruzione dei carabinieri del nucleo operativo della Compagnia cittadina che stanno effettuando le indagini, Araldi, che risulta essere incensurato, si trovava in viale Isonzo in compagnia di altri coetanei intento a chiacchierare nel cortile sotto la sua abitazione. <span id="more-22250"></span></p>
<p>A un certo punto sarebbe sceso nel cortile un vicino di casa col quale, a quanto sembra, avrebbero avuto dei dissidi pregressi e avrebbero iniziato a litigare al punto che quest&#8217;ultimo sarebbe salito nell&#8217;abitazione, avrebbe preso una pistola, sarebbe ritornato nel cortile e avrebbe fatto fuoco. Il primo in aria, poi uno, due, tre, quattro colpi sparati all&#8217;indirizzo del trentenne. I proiettili avrebbero ferito di striscio Araldi a un braccio e a una spalla.</p>
<p>La sparatoria sarebbe avvenuta così velocemente che Araldi non avrebbe fatto nemmeno in tempo a trovare riparo. Il trentenne sarebbe caduto a terra e il feritore si sarebbe dato alla fuga rientrando nella sua abitazione. A quel punto il fratello gemello (del quale s&#8217;ignora se era con lui al momento della sparatoria o se è stato chiamato subito dopo), si sarebbe recato a casa del vicino e sarebbero venuti alle mani, avendo pure la peggio. </p>
<p>A quel punto Andrea Araldi, insieme al fratello e ai genitori si sarebbero recati con la loro auto al pronto soccorso dell&#8217;ospedale &#8220;Pugliese&#8221;. È lì che i sanitari hanno verificato che il trentenne era stato attinto di striscio da alcuni colpi d&#8217;arma da fuoco e hanno avvisato le forze dell&#8217;ordine. </p>
<p>Araldi, secondo quanto si è appreso, sarebbe stato medicato insieme al fratello che avrebbe anche avuto bisogno di quattro punti di sutura all&#8217;occhio. Le loro condizioni di salute non desterebbero preoccupazioni.</p>
<p>Scattato l&#8217;allarme, in ospedale si è recata una pattuglia dei carabinieri per parlare con i familiari di Araldi in modo da cercare di ricostruire l&#8217;esatta dinamica dell&#8217;accaduto. Nel frattempo, in viale Isonzo è giunta una seconda pattuglia dei militari che hanno avviato le indagini per chiarire come si fossero svolti i fatti per poi identificare i testimoni della sparatoria. </p>
<p>A quel punto gli investigatori hanno fatto quadrare il cerchio tra le dichiarazioni dei familiari di Araldi e quelle delle persone che si trovavano al momento dei fatti presenti in viale Isonzo. E sarebbe spuntato un nome: D. L., 30 anni. I carabinieri non hanno dovuto faticare molto per cercarlo in quanto l&#8217;uomo era ancora nella sua abitazione e non si è sottratto ala vista dei militari. </p>
<p>Il trentenne è stato quindi fermato e portato in caserma per gli accertamenti di rito. Non è ancora chiaro se i carabinieri abbiano già recuperatopure l&#8217;arma del delitto che, a quanto si è appreso, potrebbe essere una scacciacani.</p>
<p>Dell&#8217;accaduto è stata avvisata il sostituto procuratore della Repubblica di turno, Valeria Biscottini, che starebbe vagliando attentamente i fatti prima di emettere un provvedimento di fermo nei confronti del trentenne che sarebbe stato interrogato per diverse ore al fine di chiarire quanto accaduto. </p>
<p>Non è da escludere però che il sostituto procuratore della repubblica, dopo aver ben chiaro gli avvenimenti delle ultime ore, possa chiedere al giudice per le indagini preliminari la convalida del fermo. A quel punto la persona fermata potrebbe essere accompagna nel carcere di Siano a disposizione dell&#8217;autorità giudiziaria che ha quarantotto ore di tempo per effettuare l&#8217;udienza di convalida del fermo nel corso della quale l&#8217;uomo avrà un&#8217;ulteriore possibilità di chiarire la sua posizione.</p>
<p>di Giuseppe Mercurio</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=6981&#038;Edizione=9&#038;A=20120117">gazzettadelsud.it</a></p>
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		<title>&#8216;Ndrangheta e appalti, ventuno arresti &#8211; Con l&#8217;operazione &#8220;Bellu lavuru 2&#8243; i Cc assestano un altro colpo alle cosche joniche dei Morabito, Bruzzaniti, Palamara, Maisano, Rodà, Vadalà e Talia &#8211; In manette pure funzionario Anas e tre dirigenti di Condotte d&#8217;Acqua. I lavori della 106 e la scuola di Bova</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 09:39:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; I tentacoli delle cosche del litorale jonico sugli appalti pubblici. Una storia che si ripete. La conferma arriva dall&#8217;inchiesta &#8220;Bellu lavuru 2&#8243;, condotta dai carabinieri ancora sul fronte delle infiltrazioni mafiose nel settore dei lavori, a cominciare dall&#8217;ammodernamento della 106. E dalle indagini è emerso che la &#8216;ndrangheta riusciva a gestire importanti [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; I tentacoli delle cosche del litorale jonico sugli appalti pubblici. Una storia che si ripete. La conferma arriva dall&#8217;inchiesta &#8220;Bellu lavuru 2&#8243;, condotta dai carabinieri ancora sul fronte delle infiltrazioni mafiose nel settore dei lavori, a cominciare dall&#8217;ammodernamento della 106. E dalle indagini è emerso che la &#8216;ndrangheta riusciva a gestire importanti lavori anche attraverso la compiacenza e la collusione di funzionari pubblici e tecnici di grandi imprese.<span id="more-22234"></span> </p>
<p>All&#8217;alba di ieri è scattata un&#8217;operazione che ha portato all&#8217;arresto di 21 persone (20 in carcere, 1 ai domiciliari). I militari del Comando provinciale e del Ros di Reggio hanno dato esecuzione a un&#8217;ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Domenico Santoro. </p>
<p>L&#8217;inchiesta si è occupata delle attività dei gruppi criminali facenti capo alle famiglie Morabito, Bruzzaniti, Palamara, Maisano, Rodà, Vadalà e Talia, tutte attive nel territorio compreso tra Bova Marina e Africo. </p>
<p>Le accuse vanno dall&#8217;associazione mafiosa al concorso esterno, dall&#8217;intestazione fittizia di beni alla truffa aggravata, dal danneggiamento aggravato alla procurata inosservanza di pena, fino alla frode in pubbliche forniture, furto aggravato di materiali inerti, crollo di costruzioni (clamoroso quello della galleria S. Antonino a Palizzi) o altri disastri dolosi, violazione delle prescrizioni alla sorveglianza speciale di pubblica sicurezza. Tutti i reati risultano aggravati dall&#8217;articolo 7, ovvero dall&#8217;aver favorito un sodalizio mafioso.</p>
<p>L&#8217;attività investigativa coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Lombardo ha documentato l&#8217;infiltrazione pervasiva della &#8216;ndrangheta, nella sua espressione unitaria delle cosche operanti sul territorio, nei lavori di ammodernamento della 106, la cosiddetta variante all&#8217;abitato di Palizzi, rientrante nel programma delle &#8220;grandi opere&#8221; di competenza dell&#8217;Anas e aggiudicato per 84 milioni di euro alla Condotte d&#8217;Acqua Spa di Roma, in data 22 febbraio 2005, e di realizzazione dello stabile dell&#8217;Istituto superiore &#8220;Euclide&#8221; di Bova Marina (comprensivo di Istituto tecnico per geometri e Liceo scientifico) indetto dalla Provincia di Reggio Calabria e aggiudicato per l&#8217;importo di oltre 3 milioni di euro al gruppo &#8220;Corsaro srl&#8221; con sede legale ad Adrano (Catania). </p>
<p>I particolari dell&#8217;inchiesta e dell&#8217;operazione sono stati forniti in conferenza stampa dal procuratore Giuseppe Pignatone, insieme con il comandante provinciale dell&#8217;Arma colonnello Pasquale Angelosanto, il suo vice, tenente colonnello Carlo Pieroni, il comandante del gruppo di Locri tenente colonnello Giuseppe De Liso, il maggiore Michele Miulli, il comandante della compagnia di Melito capitano Gennaro Cascame e il comandante del nucleo operativo della compagnia di Bianco Fortunato Suriano.</p>
<p>Stando ai risultati dell&#8217;inchiesta le &#8216;ndrine avrebbero allungato i loro tentacoli su ogni tipo di gestione nei cantieri. </p>
<p>L&#8217;indagine era partita, come emerso dalla prima fase dell&#8217;inchiesta sfociata nel 2008 in una raffica di fermi, quando nel carcere Giuseppe Morabito, capo dell&#8217;omonima famiglia di &#8216;ndrangheta di Africo, era stato informato dai parenti, durante un colloquio, dell&#8217;avvio delle opere. </p>
<p>L&#8217;anziano boss aveva commentato con una frase che poi aveva ispirato la scelta del nome da dare all&#8217;inchiesta: «È proprio un bellu lavuru». Quell&#8217;intercettazione avvenuta nel carcere di Parma, dove &#8220;Tiradritto&#8221; è detenuto al 41 bis, aveva permesso ai carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria di avviare il monitoraggio degli appalti. </p>
<p>Così era emersa la presenza ossessiva delle &#8216;ndrine. Tutto doveva passare per le mani della criminalità organizzata, persino la cancelleria utilizzata negli uffici. Questo, grazie ad una fitta rete di rapporti e complicità, con le collusioni che, secondo gli inquirenti, chiamerebbero in causa i responsabili, per i lavori sotto osservazione, della Condotte d&#8217;Acqua Spa e dirigenti dell&#8217;Anas. </p>
<p>In particolare, i riscontri investigativi hanno permesso di evidenziare i comportamenti incriminati che avrebbero avuto Vincenzo Capozza, direttore dei lavori dell&#8217;Anas nella variante di Palizzi sulla statale; Pasquale Carrozza, capo cantiere della Società Italiana per Condotte d&#8217;Acqua; Rinaldo Strati, amministrativo di cantiere della società appaltatrice; Antonino D&#8217;Alessio, direttore di cantiere della società appaltatrice; Sebastiano Paneduro, project manager della società appaltatrice; Cosimo Claudio Giuffrida, direttore tecnico della società. </p>
<p>Sarebbero stati loro, sempre secondo gli inquirenti, a favorire gli interessi economici delle ditte vicine alle consorterie, al punto da fare proseguire la fornitura di calcestruzzo per due mesi e mezzo nonostante la Prefettura avesse riscontrato delle anomalie. </p>
<p>E tutto sarebbe avvenuto, secondo gli inquirenti, in una condizione di assoggettamento, al punto che la &#8216;ndrangheta avrebbe deciso le assunzioni di maestranze e si sarebbe potuta permettere anche l&#8217;utilizzo di materiali scadenti che avrebbero messo in serio pericolo la sicurezza delle strutture. Senza contare le modalità approssimative nell&#8217;esecuzione dei lavori che, secondo l&#8217;accusa, sarebbero stata la causa del crollo della galleria di Palizzi.</p>
<p>di Paolo Toscano</p>
<p>da Gazzetta del Sud</p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Denuncia le cosche al Nord, giovane cronista sotto scorta &#8211; Accade a Modena a Giovanni Tizian, 29 anni, giornalista precario. Suo padre venne ucciso nella Locride dalla &#8216;ndrangheta. La stessa organizzazione criminale che oggi minaccia il ragazzo</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 13:51:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>MODENA &#8211; Accade a Modena, piena Emilia Romagna, non a Casal di Principe, nel quartiere partenopeo di Forcella o nella provincia calabrese, dove l’Osservatorio Ossigeno sui cronisti minacciati dice che si concentra il maggior numero di intimidazioni ai giornalisti. E accade a Giovanni Tizian, 29 anni, collaboratore dal 2006 della Gazzetta di Modena, del quotidiano [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>MODENA &#8211; Accade a Modena, piena Emilia Romagna, non a Casal di Principe, nel quartiere partenopeo di Forcella o nella provincia calabrese, dove l’Osservatorio Ossigeno sui cronisti minacciati dice che si concentra il maggior numero di intimidazioni ai giornalisti. E accade a Giovanni Tizian, 29 anni, collaboratore dal 2006 della Gazzetta di Modena, del quotidiano online Linkiesta.it e del mensile Narcomafie. Accade che il 22 dicembre riceva una telefonata, il giovane cronista, e che gli venga comunicato che per la sua sicurezza verrà messo sotto scorta perché, in base a informazioni investigative, il suo lavoro ha dato fastidio alle organizzazioni mafiose che operano in Emilia Romagna.<span id="more-22223"></span></p>
<p>È un “fulmine a ciel sereno”, dice Tizian, calabrese d’origine ed emigrato al nord dopo che nel 1989 suo padre venne ucciso a Bovalino, nella Locride, da quelle stesse realtà che oggi lo stanno minacciando. Realtà contro cui fa attività anche al di là del giornalismo in senso stretto, collaborando con l’associazione Da Sud e con l’archivio multimediale Stop ‘ndrangheta che acquisisce carte, dossier e che realizza inchieste a puntate.</p>
<p>“Finora non ho ricevuto mai nessuna minaccia o intimidazione”, afferma, “al massimo qualche querela, ma ero tranquillo da questo punto di vista perché sono articoli supportati da atti. Insomma, ero sereno anche dopo tanti anni che scrivo di questi argomenti. Spero che la situazione si risolva presto, ma intanto continuerò a fare le mie inchieste e questo voglio che sia chiaro a tutti, anche a chi non piace il mio lavoro”.</p>
<p>Precario del mondo del giornalismo – e questa è una “condizione che mi crea una doppia vulnerabilità”, aggiunge – è l’autore di un recente libro intitolato “Gotica. ‘Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea” e pubblicato da Round Robin Editrice. Si tratta di un testo concentrato sullo studio e sul racconto della criminalità organizzata laddove per tanto tempo si è teso a non vederla, al nord.</p>
<p>“Ricostruiscono un quadro che parte dagli anni Settanta”, dice Giovanni Tizian, “e ho fatto il parallelismo della mia emigrazione da ragazzino. A quel punto erano già gli anni Novanta, tempi in cui le mafie consolidavano il loro potere economico. È in quel periodo che iniziano a investire seriamente, a stringere quella rete di relazioni sociali che li rende così forti oggi. Da qui si parte per raccontare effettivamente, con carte e dati, un Settentrione diverso, sconosciuto, che inizia a Rimini e si estende fino alla cintura torinese passando da Genova, Bardonecchia, Bordighera, Ventimiglia e dalla Lombardia”.</p>
<p>Nel lavoro di Tizian si punta però su quella che per molti è “ancora una novità”, le infiltrazioni in Emilia Romagna. “Uno degli primi e ultimi libri che parla di questa regione e di mafia”, afferma, “è quello di Enzo Ciconte, ‘Mafia, camorra e ‘ndrangheta in Emilia Romagna‘, uscito nel 1998. Un testo importante che però deve essere aggiornato con gli anni successivi, quelli in cui un’altra regione, la Liguria, ha visto comuni sciolti per infiltrazioni e la tessitura rapporti con la politica. Qui invece, in Emilia, vanno indagati i legami sociali che sono punti forti per esempio nel settore imprenditoriale”.</p>
<p>Tizian parla un po’ a fatica, “sono ancora scombussolato dalla notizia della scorta”, ammette. Però non sembra intimidito e il tono di voce si alza quando torna sul suo lavoro. Con una consapevolezza, come nel caso di Giulio Cavalli, l’attore lodigiano finito sotto protezione perché nei suoi spettacoli teatrali ha fatto nomi e cognomi dei mafiosi al nord. “Continuerò, questa è una certezza, anche con la vita rivoluzionata dalla presenza costante dei poliziotti che mi accompagnano ovunque”.</p>
<p>di Antonella Beccaria</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/11/giovane-cronista-precario-sotto-scorta-scritto-sulle-mafie-emilia/182982/">ilfattoquotidiano.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Appalti dell&#8217;autostrada, venti condanne &#8211; Concluso l&#8217;abbreviato del processo &#8220;Cosa mia&#8221; nato da un&#8217;inchiesta della Dda sulle infiltrazioni mafiose nei lavori del quinto macrolotto &#8211; Stangata alle donne della cosca Gallico di Palmi. Diciottto anni a Umberto Bellocco, un&#8217;assoluzione</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 09:35:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Venti condanne e un&#8217;assoluzione. È la sintesi della decisione adottata dal gup Antonino Laganà che, a conclusione del troncone degli abbreviati del processo &#8220;Cosa mia&#8221;, ha distribuito complessivamente 159 anni di reclusione. Il processo celebrato nell&#8217;aula bunker di viale Calabria era nato da un&#8217;inchiesta della Dda sulle infiltrazioni delle cosche di Palmi [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Venti condanne e un&#8217;assoluzione. È la sintesi della decisione adottata dal gup Antonino Laganà che, a conclusione del troncone degli abbreviati del processo &#8220;Cosa mia&#8221;, ha distribuito complessivamente 159 anni di reclusione. Il processo celebrato nell&#8217;aula bunker di viale Calabria era nato da un&#8217;inchiesta della Dda sulle infiltrazioni delle cosche di Palmi e Seminara, con il coinvolgimento anche di esponenti di spicco di altre consorterie di &#8216;ndrangheta, nell&#8217;ambito dei lavori del quinto macrolotto della Salerno-Reggio<span id="more-22220"></span>, in un contesto che aveva registrato la riesplosione della faida di Barritteri di Seminara con una serie di omicidi commessi a scopo preventivo, per determinare la legittimazione a incassare il &#8220;pizzo&#8221;.</p>
<p>Ieri, dopo una lunga camera di consiglio, il gup Laganà ha emesso un verdetto piuttosto duro, distribuendo pesanti condanne. Il giudice ha inflitto 18 anni di reclusione a Umberto Bellocco, personaggio di vertice dell&#8217;omonimo clan dominante a Rosarno, ha stangato con dure condanne le donne della cosca Gallico. </p>
<p>In pratica non ha concesso sconti a nessuno, distribuendo per per svariati anni di reclusione anche a imputati che erano stati scarcerati dal Tribunale della libertà o dalla Cassazione.</p>
<p>Queste nel dettaglio le condanne: Massimo Aricò, 8 anni; Vincenzo Barone, 8 anni; Umberto Bellocco, 18 anni; Francesco Campagna, 9 anni; Rocco Carbone, 6 anni; Pasquale Casadonte, 8 anni; Alberto Cedro, 9 mesi; Antonio Dinaro, 11 anni di reclusione e 600 euro di multa; Antonino Ficarra, 8 anni; Roberto Ficarra, 8 anni; Domenico Gallico classe &#8217;73, 8 anni; Italia Antonella Gallico, 9 anni e 2200 euro; Lucia Gallico, 8 anni 6 mesi e 1600 euro; Maria Antonietta Gallico, 8 anni 4 mesi e 600 euro; Vincenzo Gioffrè, 6 anni; Giulia Iannino, 8 anni 2 mesi e 600 euro; Gaetano Giuseppe Santaiti, 3 anni; Carmelo Sgrò, 8 anni 6 mesi e 700 euro; Elena Sgrò, 6 anni 2 mesi e 600 euro; Rosario Sgrò, 8 anni; Vincenzo Sgrò, 8 anni.</p>
<p>Il gup Laganà ha, invece, assolto Vincenzo Caccamo dal reato di favoreggiamento personale con la formula perché il fatto non sussiste. Oltre a sospendere la pena nei confronti di Alberto Cedro e Giovanni Cedro, il giudice ha stabilito che tutti gli imputati condannati a pene detentive dovranno pagare le spese delle propria custodia cautelare sofferta.</p>
<p>A pena espiata, inoltre, Umberto Bellocco e Antonio Dinaro saranno sottoposti alla misura di sicurezza della libertà vigilata per un periodo non inferiore a 3 anni; Massimo Aricò, Vincenzo Barone, Rocco Carbone, Pasquale Casadonte, Antonino Ficarra, Roberto Ficarra, Domenico Gallico cl. &#8217;73, Italia Antonella Gallico, Lucia Gallico, Maria Antonietta Gallico, Vincenzo Gioffrè, Giulia Iannino, Gaetano Giuseppe Santaiti, Carmelo Sgrò, Elena Sgrò, Rosario Sgrò e Vincenzo Sgrò alla libertà vigilata per un anno. </p>
<p>Gli imputati sono stati condannati a vario titolo al risarcimento dei danni in favore dei Comuni di Palmi, Seminara e Rosarno, della Provincia di Reggio Calabria e della Regione Calabria.</p>
<p>L&#8217;operazione &#8220;Cosa mia&#8221; era stata condotta nel giugno del 2010, con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia reggina, dalla Squadra mobile di Reggio Calabria e dal Commissariato di Palmi. </p>
<p>L&#8217;operazione era scattata in seguito a un&#8217;inchiesta che si era occupata delle attenzioni che alcune famiglie operanti nel territorio compreso tra Palmi, Seminara e Barritteri, avevano messo sugli appalti nei cantieri del costruendo quinto macrolotto della Salerno-Reggio Calabria. </p>
<p>Come era emerso dagli atti dell&#8217;inchiesta &#8220;Arca&#8221;, che si era occupata delle infiltrazioni mafiose nei lavori del quarto macrolotto, le cosche pretendevano dalle imprese il versamento del 3%, quale tassa di sicurezza imposto nei territori di competenza. </p>
<p>Proprio il conflitto per stabilire chi doveva intascare il &#8220;pizzo&#8221; aveva provocato il riaccendersi della faida di Barritteri che aveva lasciato sul terreno altri nove morti ammazzati.</p>
<p>di (p.t.)</p>
<p>da Gazzetta del Sud</p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Studentesse di giorno, &#8220;squillo&#8221; di notte &#8211; La vita controversa di alcune allieve fuori-sede dell&#8217;Università della Calabria che arrotonderebbero la &#8220;paghetta&#8221; vendendo i loro corpi &#8211; I clienti le contattano grazie ai numeri di telefonino pubblicati su siti web d&#8217;incontri a luci rosse</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2011/12/23/studentesse-giorno-squillo-notte-vita-controversa-alcune-allieve-fuori-sede-delluniversita-della-calabria-che-arrotonderebbero-paghetta-vendendo-loro-corpi-clienti/</link>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 10:02:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>COSENZA &#8211; Sono giovani e belle, sono intraprendenti e, soprattutto, sono in cerca di quattrini. Tanti quattrini. Di giorno studiano e vanno a lezione nelle aule dell&#8217;Università della Calabria. Sembrano ragazze normali, timide, dall&#8217;aria innocente e coi volti spaesati. Prendono appunti e chiedono chiarimenti al professore di turno mostrando grande interesse per gli studi. Di [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>COSENZA &#8211; Sono giovani e belle, sono intraprendenti e, soprattutto, sono in cerca di quattrini. Tanti quattrini. Di giorno studiano e vanno a lezione nelle aule dell&#8217;Università della Calabria. Sembrano ragazze normali, timide, dall&#8217;aria innocente e coi volti spaesati. Prendono appunti e chiedono chiarimenti al professore di turno mostrando grande interesse per gli studi. Di notte, però, cambiano pelle e si trasformano. Si truccano, indossano biancheria sexy e aspettano i clienti con impazienza. I loro cellulari squillano in continuazione. Ogni chiamata, un appuntamento. <span id="more-22193"></span></p>
<p>I numeri si trovano sulle bacheche dedicate agli annunci a luci rosse. Basta chiamare e concordare il prezzo che s&#8217;aggira quasi sempre sui cento euro a incontro.</p>
<p>Ed è così che alcune universitarie fuori-sede vendono i loro corpi, in anonimi appartamenti di Commenda e di Roges, all&#8217;insaputa delle loro famiglie. Padri e madri non immaginano minimamente cosa accada di notte alle loro &#8220;bambine&#8221;. Loro, le &#8220;piccole&#8221;, lo fanno per mettere insieme il denaro per comprarsi vestiti &#8220;griffati&#8221;, calzature, i-Phone, pc. </p>
<p>Lo fanno per non rinunciare a quei lussi che sarebbero fuori portata per la tradizionale &#8220;paghetta&#8221; che le loro famiglie riescono a elargire. E così mettono i loro numeri di telefonino in rete. Dopo mezz&#8217;ora, il cellulare comincia a suonare. Ed è un concerto. Dall&#8217;altro capo ci sono tanti maschioni accaldati in cerca d&#8217;amore mercenario con una di queste studentesse-squillo. In un mese si riesce a tirare anche 4-5mila euro che consentono di vivere sopra le righe.</p>
<p>I familiari, naturalmente, non immaginano certo quello che realmente accade alle loro &#8220;bambine&#8221; che studiano ad Arcavacata per diventare &#8220;dottoresse&#8221;. Loro, si fanno sentire al telefono, rassicurando mamme e papà: «Stiamo bene, qui si studia tanto, poco svago, niente divertimento. Solo libri». Poi, di tanto in tanto, tornano a casa per qualche giorno di relax in famiglia, tra gli affetti più cari. Quindi, alla ripresa delle lezioni riaprono &#8220;bottega&#8221; e riprendono ad &#8220;arrotondare&#8221;.</p>
<p>La Procura, guidata da Dario Granieri, nelle scorse settimane, ha avviato un&#8217;inchiesta conoscitiva dopo alcune segnalazioni. Una in particolare avrebbe convinto il capo dei pm a indagare: la cugina di una di queste ragazze avrebbe intercettato il numero di telefonino sul web in un sito per uomini, con tanto di &#8220;invito&#8221; a contattarla. </p>
<p>Lei avrebbe negato, ma la parente avrebbe ugualmente affidato a un legale il compito d&#8217;investire l&#8217;autorità giudiziaria per scoprire la verità. Il timore è che la malavita possa approfittare delle studentesse-squillo mettendosi a lucrare sulla loro attività. </p>
<p>Da esplorare anche il ruolo dei padroni di casa che concedono in fitto i loro appartamenti alle studentesse. È probabile, comunque, che non abbiano sospetti sulla destinazione &#8220;equivoca&#8221; dell&#8217;abitazione ceduta in locazione a quelle che si presentano come innocenti studentesse fuori-sede. Studentesse che di notte diventano macchinette da soldi sfruttando i loro corpi e le debolezze dei mandrilli locali.</p>
<p>di Giovanni Pastore</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=176979&#038;Edizione=8&#038;A=20111223">gazzettadelsud.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>“I pallettoni non chiedono permesso”  &#8211; Così la ‘ndrangheta esporta il pizzo ad Aosta, arrestate per estorsione quattro persone di origine calabrese &#8211; Pretendevano un milione di euro da un imprenditore edile, minacciando un &#8220;gravissimo incidente&#8221;. Ma carabinieri e Dda di Torino indagano su altri casi</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2011/12/23/%e2%80%9ci-pallettoni-non-chiedono-permesso%e2%80%9d-cosi-%e2%80%98ndrangheta-esporta-pizzo-aosta-arrestate-per-estorsione-quattro-persone-origine-calabrese-pretendevano-milione/</link>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 09:51:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<category><![CDATA[operazione Tempus venit]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Stavano per compiere qualcosa di grosso, un “gravissimo incidente”, contro un imprenditore di Aosta che non voleva pagare il pizzo, ma sono stati fermati in tempo. Quattro uomini ritenuti legati alla ‘ndrangheta, Giuseppe Facchinieri, Giuseppe Chemi, Roberto Raffa e Michele Raso, sono stati incarcerati con l’accusa di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso nell’operazione “Tempus [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stavano per compiere qualcosa di grosso, un “gravissimo incidente”, contro un imprenditore di Aosta che non voleva pagare il pizzo, ma sono stati fermati in tempo. Quattro uomini ritenuti legati alla ‘ndrangheta, Giuseppe Facchinieri, Giuseppe Chemi, Roberto Raffa e Michele Raso, sono stati incarcerati con l’accusa di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso nell’operazione “Tempus venit”, condotta dai carabinieri di Aosta coordinati dalla Procura di Aosta e dalla Direzione distrettuale antimafia di Torino.<span id="more-22188"></span></p>
<p>Facchinieri, 51 anni, è un esponente di spicco della ‘ndrina dei Facchineri, giunta in Valle d’Aosta per il soggiorno obbligato di uno dei capi e ancora alla ricerca di un radicamento nel tessuto economico, dopo la faida che negli anni Novanta portò alla morte o in carcere alcuni suoi appartenenti.</p>
<p>“Ti diamo tempo fino al prossimo 20 dicembre – avevano scritto Facchinieri, Chemi e Raffa nell’ultima lettera indirizzata al costruttore Giuseppe Tropiano -. Da quella data in poi tu e tutti i tuoi prossimi, congiunti, figli, fratelli e nipoti dovete fare molta attenzione perché può capitarvi qualche gravissimo incidente”. </p>
<p>Per questo motivo i carabinieri guidati da Guido Di Vita e Cesare Lenti hanno agito per tempo: “Se non fossimo intervenuti Tropiano sarebbe andato incontro a morte certa”, ha detto Di Vita, che vanta due anni d’esperienza come capo del Ros a Reggio Calabria.</p>
<p>Dal maggio scorso il costruttore, originario di San Giorgio Morgeto (Reggio Calabria) come Raffa e Raso, era taglieggiato da Facchinieri, che gli chiedeva il 3% per di un grosso appalto da 30 milioni di euro circa, quello per la realizzazione di case e parcheggi nell’ex residence Mont Blanc. </p>
<p>Facchinieri stava rimettendo in piedi la sua attività criminale dopo essere uscito dal carcere il 12 febbraio 2010, alla fine di una condanna per omicidio e reati di mafia. Da maggio, insieme ai cognati Chiemi, 51 anni, e Raffa, 36 anni, ha inviato quattro lettere con minacce esplicite. </p>
<p>“Voi vi fate i vostri guadagni con le vostre amicizie politiche locali e anche noi ci guadagniamo qualche cosina”, scrivevano nella prima lettera. La seconda era stata recapitata con due proiettili: “I pallettoni quando arrivano non chiedono permesso a nessuno (…). A lei sta a portare il valore della sua esistenza all’equivalente di due sigarette Marlboro”.</p>
<p>Come aveva già fatto in altre occasioni simili, Tropiano ha chiesto aiuto ai fratelli Raso, che i pm descrivono come “personaggi di notevole spessore e caratura criminale” e “legati alla criminalità mafiosa di origine calabrese”. </p>
<p>Ad agosto, in Calabria, Michele Raso e il fratello Salvatore (ucciso il 17 settembre in un agguato mafioso, col tipico ultimo colpo sparato in bocca) hanno tentato una mediazione Facchinieri e Chemi, ma la trattativa non era andata in porto, al punto che il 20 agosto qualcuno ha sparato contro la casa del fratello di Tropiano a San Giorgio Morgeto.</p>
<p>Solo dopo questo episodio l’imprenditore ha deciso di sporgere denuncia, omettendo però il particolare delle lettere, rinvenute durante una perquisizione della Guardia di Finanza. </p>
<p>Poi, il 6 dicembre scorso, i carabinieri hanno intercettato all’ufficio postale l’ultima lettera partita da Bologna, provincia in cui Facchinieri e Chemi risiedono: “Se vuoi pagare devi affissare dei cartelli ‘Si vende’ nella casa dei tuoi fratelli dove hanno sparato le finestre giù in Calabria – è il sistema che Tropiano avrebbe dovuto adottare – Dovrai specificare il prezzo della vendita della casa ossia 100, che equivale a un milione di euro. Inoltre ti diamo un’altra possibilità. Ammettiamo che non hai subito tutto il milione ma ne hai 700, sui cartelli metti che si vende per 70 mila euro”.</p>
<p>Se non l’avesse fatto il 20 dicembre ci sarebbe stato il “gravissimo incidente” verso uno dei familiari. Nell’ambito dell’inchiesta è stata portata alla luce anche la tentata estorsione a un altro imprenditore edile, Luigi Monteleone, un calabrese residente ad Aosta con attività nell’ambito del restauro archeologico.</p>
<p> Raffa, in accordo con Chemi e Facchinieri, aveva ordinato a degli emissari di incendiare la scavatrice della ditta l’11 settembre scorso: “Ascolti un attimo. Io vi volevo chiedere, se voi volete lavorare da adesso in poi dovete pagare, avete capito?”, gli avevano intimato al telefono sei giorni dopo.</p>
<p>L’indagine, fanno sapere il procuratore capo di Aosta Marilinda Mineccia e il capo della Dda torinese Sandro Ausiello, prosegue con la speranza di portare alla luce altre estorsioni non denunciate.</p>
<p>di Andrea Giambartolomei </p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/22/pallettoni-chiedono-permesso-cosi-ndrangheta-esporta-pizzo-aosta/179410/">ilfattoquotidiano.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>A giudizio l&#8217;ex assessore Marino con altri quattro imputati di Hydra &#8211; La decisione del gup al termine dell&#8217;udienza preliminare sul procedimento antimafia &#8211; In 17 invece saranno giudicati la prossima primavera col rito abbreviato</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 09:46:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>CROTONE &#8211; A giudizio l&#8217;ex assessore provinciale Gianluca Marino (39 anni), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e scambio politico-mafioso; a giudizio gli altri quattro imputati che come Marino hanno optato per il rito abbreviato. Così ha deciso ieri dopo più di tre ore di camera di consiglio il giudice dell&#8217;udienza preliminare di Catanzaro [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>CROTONE &#8211; A giudizio l&#8217;ex assessore provinciale Gianluca Marino (39 anni), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e scambio politico-mafioso; a giudizio gli altri quattro imputati che come Marino hanno optato per il rito abbreviato. Così ha deciso ieri dopo più di tre ore di camera di consiglio il giudice dell&#8217;udienza preliminare di Catanzaro Tiziana Macrì che giudicherà invece con il rito abbreviato, nella primavera prossima gli altri 17 imputati del procedimento scaturito dall&#8217;operazione antimafia della Polizia di Stato denominata &#8220;Hydra&#8221;.<span id="more-22185"></span></p>
<p>Insieme a Marino compariranno il 29 marzo prossimo davanti al Tribunale di Crotone, Damiano Bevilacqua (26 anni), accusato di associazione finalizzata al narcotraffico; Michele Cava (48 anni); accusato di associazione mafiosa finalizzata al voto di scambio; Giovambattista Morabito (40 anni), accusato di associazione mafiosa; Luigi Spagnolo (27 anni), accusato per droga. Marino è difeso dagli avvocati Francesco Laratta ed Aldo Truncè mentre Bevilacqua e Spagnolo sono assistiti dall&#8217;avv. Mario Nigro. L&#8217;avv. Nando Pantuso difende Cava e Morabito.</p>
<p>Nella lettura investigativa con l&#8217;operazione &#8220;Hydra&#8221; venuta alla luce con il blitz dell&#8217;11 febbraio scorso gli investigatori della Polizia di Stato coordinati dalla Dda avrebbero colpito le nuove leve della cosca Vrenna-Bonaventura-Ciampà che erano subentrati ai vecchi capi finiti in carcere con le operazioni &#8220;Eracles&#8221; e &#8220;Perseus&#8221;. </p>
<p>Al vertice della nuova &#8220;paranza&#8221; della &#8216;ndrina ci sarebbe stato per gli inquirenti Antonio Gaetano Vrenna. Ma nella carte di &#8220;Hydra&#8221; viene anche ricostruita una presunta &#8220;combine&#8221; politico-mafiosa che sarebbe stata messa in atto a sostegno del centrodestra in occasione delle elezioni provinciali del 2009. </p>
<p>Per l&#8217;accusa sostenuta ieri in udienza dal pm della Dda Pierpaolo Bruni, Marino, quando era candidato per il Pdl alle elezioni per il rinnovo del Consiglio provinciale, tra maggio e giugno del 2009, avrebbe chiesto ed ottenuto l&#8217;aiuto ad alcuni elementi della cosca (Iembo e Vrenna), per procurarsi voti in cambio di somme di denaro.</p>
<p>Un&#8217;accusa sempre respinta da Marino che tramite i suoi legali si è detto tranquillo di riuscire a chiarire in sede di dibattimento la sua estraneità alle accuse. «Siamo molto fiduciosi», ha commentato a caldo dopo la conclusione dell&#8217;udienza preliminare l&#8217;avv. Aldo Truncè.</p>
<p>Oltre al capitolo delle collusioni politico-mafiose, nel fascicolo dell&#8217;inchiesta &#8220;Hydra&#8221; sono contemplati come reati l&#8217;associazione mafiosa, il traffico di droga, una miriade di danneggiamenti con tentate estorsioni ai danni di commercianti e intimidazioni compiute ai danni di familiari di tre collaboratori di giustizia.</p>
<p>Reati contestati a vario titolo a 23 imputati. Di questi però come è noto in 17 hanno optato per il rito abbreviato e saranno giudicati nella prossima primavera dallo stesso gup Tiziana Macrì. </p>
<p>Si tratta di: Domenico Bevilacqua (43 anni); Salvatore Ciampà (31 anni); Claudio Covelli (29 anni); Pasquale Crugliano (28 anni); Agostino Frisenda (49 anni); Carmelo Iembo (33 anni); Antonio Manetta (26 anni); Giuseppe Mesuraca (29 anni); Giuliano Napoli (23 anni di Cinquefrondi); Francesco Passalacqua (31 anni); Giuseppe Passalacqua (25 anni); Leonardo Passalacqua (37 anni); Francesco Pugliese (33 anni); Armando Taschera (58 anni); Antonio Gaetano Vrenna (31 anni); Youness Zari (26 anni, di Moncalieri); Massimo Zurlo (35 anni).</p>
<p>Gli imputati sono difesi da un collegio di penalisti composto tra gli altri dagli avvocati: Fabrizio Salviati, Lucio Canzoniere, Mario Prato. Oltre ai collaboratori di giustizia Vincenzo Marino, Luigi Bonaventura detto &#8220;Gne gne&#8221; e Domenoco Bumbaca, si sono costituite parti civili la Provincia, assistita dall&#8217;avv. Anna Paola De Masi, il Comune e la Confcommercio rappresentate dall&#8217;avv. Ilda Spadafora.</p>
<p>di Luigi Abbramo</p>
<p>da <a href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=177039&#038;Edizione=10&#038;A=20111223">gazzettadelsud.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Alta tensione 2: «Sulla scheda dite a tutti di scrivere Plutino» &#8211; Dalle intercettazioni ambientali e telefoniche risulta chiaro agli investigatori l&#8217;impegno della cosca Caridi a favore del consigliere comunale</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 09:26:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali a carico dei fratelli Domenico e Filippo Condemi, effettuate nel corso della campagna elettorale per le elezioni comunali e provinciali del 15 e 16 maggio 2011, emerge chiaro l&#8217;impegno profuso dagli stessi, oltre che da altri soggetti riconducibili alla cosca Caridi, in favore della candidatura di Giuseppe [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali a carico dei fratelli Domenico e Filippo Condemi, effettuate nel corso della campagna elettorale per le elezioni comunali e provinciali del 15 e 16 maggio 2011, emerge chiaro l&#8217;impegno profuso dagli stessi, oltre che da altri soggetti riconducibili alla cosca Caridi, in favore della candidatura di Giuseppe Plutino, all&#8217;epoca assessore alle politiche ambientali del Comune di Reggio, per l&#8217;elezione al Consiglio comunale.<span id="more-22178"></span></p>
<p>Gli inquirenti ritengono particolarmente interessante una conversazione telefonica tra Domenico Condemi e Vincenzo Lombardo, nel corso della quale Condemi chiede a Lombardo, che si trovava a Parma, se avesse fatto rientro a Reggio prima delle elezioni amministrative. </p>
<p>A tale richiesta Lombardo risponde di avere già preso accordi con tale Pino, al quale aveva confermato che avrebbe fatto rientro a Reggio circa dieci giorni prima delle consultazioni elettorali, invitando lo stesso Condemi, già in possesso di una determinata lista, ad iniziare a parlare con le persone a lui più vicine. </p>
<p>Il primo dato ad emergere, dunque, è il comune impegno di Vincenzo Lombardo, soggetto già attenzionato nell&#8217;ambito dell&#8217;operazione &#8220;Crimine&#8221;, e di Domenico Condemi, in favore di un candidato alle elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale di nome Pino, dagli investigatori identificato in Giuseppe Plutino, con cui essi avevano già preso accordi.</p>
<p>I rapporti tra Plutino e Condemi emergono dall&#8217;intercettazione telefonica del 5 aprile 2011 quando Condemi informa l&#8217;allora assessore Plutino del decesso del nonno di Lombardo. Mentre altre conversazioni registrate nella stessa circostanza evidenziano come i due avessero partecipato insieme ai funerali del congiunto di Lombardo, che conferma l&#8217;esistenza di rapporti diretti tra i tre soggetti. </p>
<p>Altro elemento che testimonia il legame esistente tra Domenico Condemi, Vincenzo Lombardo e Giuseppe Plutino sono due conversazioni registrate il 9 e 10 maggio 2011, tra Lombardo e Condemi, nelle quali i due parlano riguardo una licenza-permesso elettorale per la quale Lombardo aveva interessato Plutino. </p>
<p>Dalle conversazioni si evince la preoccupazione di Lombardo di non riuscire a rintracciare Plutino per avere la licenza elettorale, col conseguente rischio di non poter fare rientro a Reggio in occasione della campagna elettorale. Ricevuta la chiamata di Lombardo, Condemi telefona immediatamente a Plutino per metterli in contatto.</p>
<p>Dalla intercettazioni riguardi Condemi emerge come, nella campagna elettorale in favore di Plutino, fosse impegnato anche Rosario Calderazzo, il quale risulta essere collegato a Lombardo con cui interagisce sempre in relazione alla campagna elettorale di Plutino. Emerge, quindi, come gli uomini più affidabili e prossimi a Condemi, si stiano preparando alla competizione elettorale in favore di Giuseppe Plutino.</p>
<p>Nello stesso periodo sull&#8217;utenza radiomobile in uso a Condemi è stata registrata un&#8217;altra conversazione che, nel confermare l&#8217;impegno di questi per le sorti elettorali di Plutino, evidenzia come anche Calderazzo – soggetto con precedenti penali per associazione a delinquere, ricettazione, riciclaggio ed estorsione – si fosse impegnato in favore di Pino Plutino per la campagna elettorale in corso. </p>
<p>Condemi, infatti, invitava Calderazzo, che in quel momento si trovava a Roma, a fare rientro a Reggio in quanto dovevano fare la campagna elettorale, circostanza di cui era ben a conoscenza Calderazzo che aveva già iniziato a darsi concretamente da fare, in considerazione degli accordi già presi con Plutino. </p>
<p>La parte finale del dialogo intercettato evidenzia, inoltre, come Calderazzo avesse preso accordi con il compare di Condemi, Vincenzo Lombardo, per fare rientro in città in occasione dello svolgimento della campagna elettorale.</p>
<p>Un&#8217;altra intercettazione fa emergere i contatti esistenti tra i protagonisti del dialogo e un altro soggetto, Vincenzo Rotta, che dal tenore della conversazione risultava essere particolarmente vicino a Condemi, tanto che Calderazzo, non ottenendo risposta al telefono da quest&#8217;ultimo, chiama proprio Rotta. </p>
<p>Gli investigatori tengono in particolare considerazione la posizione di Vincenzo Rotta, legato a Domenico Condemi e a Rosario Calderazzo, ed anch&#8217;egli sostenitore della candidatura di Plutino. Il dato risulta importante considerata la caratura criminale di Rotta emersa nel corso delle indagini, durante l&#8217;attività d&#8217;intercettazione condotta nei confronti di Carmelo Mandalari, soggetto ritenuto appartenente alla cosca Rosmini.</p>
<p>Dal tenore delle conversazioni registrate in quei giorni, anche Rotta risultava impegnato nella campagna elettorale in corso, in favore di Giuseppe Plutino. </p>
<p>In una intercettazione, infatti, Rotta raccomanda al figlio di impegnarsi a recuperare voti in favore di Plutino, e sopratutto di fare saper in giro del loro concreto impegno in favore di questi. Motivo dell&#8217;impegno appariva in particolare la sistemazione lavorativa del figlio, promessa da Plutino.</p>
<p>Altro soggetto impegnato nella campagna elettorale è Filippo Condemi, fratello di Domenico, indicato anch&#8217;esso dal collaboratore di giustizia Roberto Moio quale appartenente alla cosca Caridi. </p>
<p>A testimoniare l&#8217;impegno anche da parte di Filippo Condemi in favore di Plutino vi è una conversazione telefonica del 29 aprile 2011 tra lo stesso Condemi e una ragazza che era stata cooptata per la raccolta di voti e che Condemi catechizzata su come impegnare gli elettori a dare il voto («.stategli di sopra alle persone, fatti dire, tipo, di darti la sezione, gli devi dire dove glieli hai trovati, tipo, tipo che al candidato gli devi portare le sezioni, hai capito?». </p>
<p>Alla domanda se «si deve scrivere il nome?», Filippo Condemi rispondeva: «E il nome Plutino!», invitandola a passare dalla segreteria a ritirare i fac-simile.</p>
<p>Appare chiaro, dunque, agli investigatori, il comune impegno di tutti gli indagati nel reperimento di consensi in favore della candidatura di Giuseppe Plutino.</p>
<p>di Domenico Malara</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=176744&#038;Edizione=7&#038;A=20111222">gazzettadelsud.it</a></p>
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		<title>Alta tensione 2, il clan Caridi era penetrato nella &#8220;zona grigia&#8221; &#8211; L&#8217;arresto del consigliere comunale del Pdl Plutino per concorso esterno apre scenari inquietanti. Naso al suo posto a Palazzo San Giorgio &#8211; La tanica di benzina sull&#8217;auto di Nucera che si rifiutò di assumere una nipote dei Borghetto</title>
		<link>http://www.calabrianotizie.it/2011/12/22/alta-tensione-clan-caridi-era-penetrato-nella-zona-grigia-larresto-del-consigliere-comunale-del-pdl-plutino-per-concorso-esterno-apre-scenari-inquietanti-naso-suo-posto-palazzo-san/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 09:20:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Il clan Caridi penetra nella &#8220;zona grigia&#8221;. Indagini a intreccio. &#8220;Patriarca&#8221;, &#8220;Crimine&#8221;, &#8220;Alta tensione&#8221; confermano che i tentacoli della piovra che si allunga sulla città trovano sempre un comune denominatore. E la politica anche in questa inchiesta si lascia coinvolgere. E così Magistratura e Polizia &#8220;catturano&#8221; un altro amministratore che sarebbe caduto [...]</p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>REGGIO CALABRIA &#8211; Il clan Caridi penetra nella &#8220;zona grigia&#8221;. Indagini a intreccio. &#8220;Patriarca&#8221;, &#8220;Crimine&#8221;, &#8220;Alta tensione&#8221; confermano che i tentacoli della piovra che si allunga sulla città trovano sempre un comune denominatore. E la politica anche in questa inchiesta si lascia coinvolgere. E così Magistratura e Polizia &#8220;catturano&#8221; un altro amministratore che sarebbe caduto in tentazione, Giuseppe Plutino (Pdl), già assessore all&#8217;Ambiente e oggi consigliere comunale.<span id="more-22175"></span> </p>
<p>Questa medaglia ha un rovescio positivo, quello che vede il consigliere regionale del Pdl e segretario questore dell&#8217;Ufficio di presidenza, Giovanni Nucera, opporsi all&#8217;assunzione presso la sua struttura speciale di Maria Cuzzola, nipote dei Borghetto. </p>
<p>«Nucera si oppone – dice il procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone in conferenza stampa – alle pressioni di Domenico Condemi, spalleggiato da Plutino, e per risposta riceverà una minaccia in piena regola: una tanica di benzina lasciata sopra la sua autovettura». L&#8217;episodio risale al 9 marzo scorso.</p>
<p>Siamo nella vasta area di Modena-Ciccarello-San Giorgio Extra, «zona tenuta sotto controllo – dice il questore Carmelo Casabona che apre la conferenza stampa – dal &#8220;sodalizio&#8221; Caridi-Zindato-Borghetto, clan che si muove all&#8217;ombra della cosca Libri». </p>
<p>Il questore, nel ricordare l&#8217;altra indagine, &#8220;Alta tensione&#8221;, che ha portato all&#8217;arresto di decine di persone sempre del gruppo Caridi-Borghetto-Zindato. spiega che «questa è un&#8217;inchiesta significativa sia perché conferma che esistono collegamenti elettorali tra i clan e certi politici sia perché anche in questo caso si registrano sequestri preventivi di beni».</p>
<p>Al tavolo della conferenza stampa c&#8217;è anche il colonnello Carlo Pieroni, vice comandante provinciale dell&#8217;Arma dei carabinieri. Il dott. Pignatone spiega il ruolo che i carabinieri hanno avuto in questa operazione condotta dalla Squadra Mobile, guidata da Renato Cortese. </p>
<p>«La Polizia – dice il capo della Dda – ha utilizzato preziose intercettazioni nell&#8217;ambito dell&#8217;operazione &#8220;Crimine&#8221; che erano state effettuate dai Carabinieri. Ho già detto in più circostanze che in questa provincia il valore aggiunto nella lotta alla criminalità è questa sinergia che esiste tra tutte le Forze di Polizia (Questura, Carabinieri, Finanza). </p>
<p>Le indagini della Squadra Mobile, alla quale rinnovo i miei complimenti, coordinati dal dott. Marco Colamonici, hanno portato all&#8217;arresto di cinque presunti affiliati che debbono rispondere in primis di associazione mafiosa più altri reati (estorsione, minacce, danneggiamenti, detenzione e porto illegale di armi, anche da guerra ed esplosivi), più il fermo di Leo Caridi che è considerato il reggente dell&#8217;omonima cosca, essendo i suoi fratelli Santo e Bruno in galera. </p>
<p>Per Plutino invece c&#8217;è l&#8217;accusa di concorso esterno. Fiancheggiava le cosca per ottenere poi in cambio i voti, come per esempio nelle ultime amministrative».</p>
<p>Il dott. Renato Cortese si sofferma sui particolari dell&#8217;indagine. «Gli arrestati – dice – controllavano il territorio puntando su un forte vincolo associativo che teneva in soggezione il territorio. Si sa che ancora l&#8217;omertà impone alla gente di parlare. </p>
<p>Si paga il pizzo per evitare il peggio. Questa è gente che minacciava, danneggiava. La conferma dei collegamenti tra varie cosche della provincia emerge anche da questa indagine: i fratelli Condemi, per esempio, sono stati intercettati mentre parlavano con Domenico Oppedisano considerato il capo crimine».</p>
<p>Il dott. Francesco Giordano, capo della quinta sezione della Mobile che si occupa di reati contro il patrimonio e la pubblica amministrazione, ha messo in luce tre particolari dell&#8217;indagine. </p>
<p>«Nei confronti della gioielleria Basile sono stati esplosi colpi di pistola contro la saracinesca perché i titolari si sono rifiutato di consegnare denaro ai fratelli Condemi sotto forma di contributo per la festa patronale di Gallicianò. Secondo: nell&#8217;ultima campagna elettorale per le amministrative in un locale è stato impedito di esporre manifesti che non fossero di Plutino. Terzo: questa cosca controllava anche i rom di Modena. Se a qualcuno veniva rubata l&#8217;auto, bastava rivolgersi a loro, pagando una quota s&#8217;intende, per vedersela ritornare». Insomma il fenomeno del cosiddetto &#8220;cavallo di ritorno&#8221; di cui Reggio purtroppo &#8220;vanta&#8221; il primato.</p>
<p>Ma c&#8217;è un altro particolare che viene messo in luce da Renato Cortese: dai rom alle ultime elezioni sono arrivate a Giuseppe Plutino 64 preferenze, ben 24 in più delle 40 preventivate.</p>
<p>Il capo della Squadra mobile ricorda anche «il chiosco di frutta a San Giorgio, che secondo quanto ha riferito il pentito Moio è stato sempre il punto di riferimento del clan Caridi. In questa operazione quattro aziende sono state sequestrate: la rivendita ortofrutticola, un punto vendita all&#8217;ingrosso di caffè, la Caridol e la Cafer».</p>
<p>La conferenza si chiude con una battuta del colonnello Pieroni che ribadisce l&#8217;importanza della sinergia tra le Forze di Polizia. «Non è la prima volta – dice – che nel corso di un&#8217;indagine ci troviamo allo stesso tavolo».</p>
<p>Il consigliere regionale Giovanni Nucera non ha inteso fare dichiarazioni. A Palazzo San Giorgio dovrebbe subentrare a Giuseppe Plutino un giovane del Pdl, Pasquale Naso, che al momento è il primo del non eletti che alle ultime amministrative aveva ottenuto una buona affermazione.</p>
<p>di Tonio Licordari</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.gazzettadelsud.it/NotiziaArchivio.aspx?art=176739&#038;Edizione=7&#038;A=20111222">gazzettadelsud.it</a></p>
<p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie</a></p><p><a href="http://www.calabrianotizie.it">Calabria Notizie - Tutte le notizie sulla Calabria in Rss</a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Duro colpo alla ‘ndrangheta a Reggio Calabria, arrestato consigliere comunale del Pdl &#8211; La Polizia di Stato questa mattina ha cominciato un’operazione che ha portato alla custodia cautelare in carcere di sette affiliati della cosca Caridi</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 10:27:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>CalabriaNotizie</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La Polizia di Stato ha cominciato un’operazione su vasta scala a Reggio Calabria per eseguire sette ordinanze di custodia cautelare in carcere contro altrettanti presunti affiliati alla cosca Caridi della ‘ndrangheta, federata con quella dei Libri. Nei provvedimenti restrittivi, emessi dal gip di Reggio Calabria su richiesta della Dda ed eseguiti dalla Squadra mobile reggina, si contesta l’associazione per delinquere finalizzata ad estorsione e danneggiamenti. Secondo le indagini la cosca Caridi avrebbe ottenuto il controllo delle attività estorsive, accompagnate danneggiamenti ed intimidazioni, ai danni soprattutto di commercianti in molte zone di Reggio Calabria, e in particolare nei quartieri Ciccarello, Modena e San Giorgio Extra.<span id="more-22166"></span></p>
<p>Quello che la Polizia di Stato sta portando a compimento potrebbe essere una operazione molto importante nell’ottica di indebolire e depotenziare la ‘ndrangheta nel territorio di Reggio Calabria. Questa operazione viene portata avanti circa dieci giorni dopo che i carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria avevano eseguito 21 provvedimenti di fermo contro esponenti delle cosche reggine.</p>
<p>I reati contestati in quel caso erano quelli di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsioni ed usura. I provvedimenti di fermo sono stati emessi dalla Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria. L’operazione e’ stata chiamata Tutto in Famiglia.</p>
<p>L’operazione di oggi contro la cosca Caridi sarebbe la prosecuzione dell’operazione &#8221;Alta Tensione&#8221; che lo scorso anno portò in carcere 33 persone nel reggino. Ci sarebbe anche un consigliere comunale di Reggio Calabria tra gli arrestati dalla Squadra mobile. </p>
<p>Si tratta di Giuseppe Plutino, di 47 anni, consigliere comunale di Reggio. Plutino è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il consigliere comunale, secondo quanto è emerso dall’inchiesta, sarebbe stato un referente politico della cosca Caridi.</p>
<p>da <a rel="external nofollow" target="_blank" href="http://www.articolotre.com/2011/12/duro-colpo-alla-ndrangheta-a-reggio-calabria-arrestati-sette-affiliati-della-cosca-caridi/53107">articolotre.com</a></p>
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