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Duro colpo al patrimonio della cosca Fontana, sequestrati beni per un valore di circa 27 milioni di euro

in politica e cronaca

REGGIO CALABRIA – La Guardia di Finanza di Reggio Calabria ha proceduto, nei confronti di appartenenti alla cosca “Fontana” dominante nel quartiere reggino di Archi, al sequestro ed alla confisca di 5 imprese operanti nei settori della riparazione e rivendita di autoveicoli, commercio al dettaglio di carburanti per autotrazione e compravendita di immobili, di 14 fabbricati, di 20 terreni, di 43 automezzi e di diversi rapporti finanziari personali e aziendali, il tutto per un valore stimato pari a circa 27 milioni di euro.

Nello specifico, si tratta di Fontana Giovanni e dei suoi figli Fontana Antonino, Fontana Francesco Carmelo, Fontana Giuseppe Carmelo e Fontana Giandomenico, tutti attualmente reclusi per i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso e trasferimento fraudolento di valori aggravato dalle finalità mafiose.

Tale provvedimento rappresenta l’epilogo dell’attività investigativa svolta dal Nucleo di Polizia Tributaria – G.I.C.O. di Reggio Calabria, che ha permesso di accertare un’ingiustificata discordanza tra il reddito dichiarato e il patrimonio a disposizione di Fontana Giovanni e dei suoi familiari. A tal fine è stata estrapolata e acquisita tutta la documentazione – consistente in contratti di compravendita di beni immobili, di quote societarie, atti notarili, ecc. – necessaria a ricostruire ogni singola operazione economica effettuata dalla famiglia Fontana.

In tale contesto sono state valorizzate le risultanze investigative delle operazioni “Olimpia” e “Athena”, coordinate dalla locale D.D.A., che hanno consentito di accertare la continuità tra il passato ed il presente della cosca Fontana e la sua operatività, con una posizione dominante di Fontana Giovanni. L’elevato spessore criminale di quest’ultimo è testimoniato dalla sua partecipazione, all’interno delle consorterie della ‘ndrangheta reggina, a gruppi organizzati di stampo mafioso, nonché dal suo ruolo e dalla sua militanza nel cosiddetto “gruppo separatista” che, per i gravi fatti di sangue commessi, ha sconvolto la città di Reggio Calabria negli anni 1985/1991 (la “seconda guerra di mafia”).

Nello specifico, Fontana, dopo una prima fase della guerra di mafia, durata sino al gennaio ’88, nel corso della quale aveva rivestito la carica di uno dei capi dello “schieramento antidestefaniano”, era entrato in ombra per l’assunzione diretta della regia delle operazioni “belliche” da parte di Condello Pasquale, detto il “Supremo”, scarcerato nel gennaio del 1988, continuando però a guidare l’omonimo raggruppamento criminale.

Nella successiva fase della seconda guerra di mafia, invece, Fontana avrebbe avuto un “ruolo superiore rispetto a quello di capo dell’omonima consorteria mafiosa ponendosi al vertice di una federazione tra le cosche Condello, Fontana, Rosmini, Imerti, Serraino (lo schieramento antidestefaniano) impegnate nella lotta per il predominio sulla città di Reggio Calabria”.

Nel corso degli anni, inoltre, Fontana Giovanni, nonostante la carcerazione e la latitanza, è riuscito – avvalendosi dell’aiuto dei figli e di altri soggetti insospettabili – a mantenere una posizione di rilievo all’interno del panorama delle cosche di Reggio Calabria che agiscono per mettere le mani sulle risorse pubbliche, anche mediante l’infiltrazione nel lucroso settore delle società miste, considerato dalla ‘ndrangheta uno dei settori più redditizi e, allo stesso tempo, indispensabile per attuare il pieno controllo mafioso delle attività economiche.

Come emerso nell’operazione “Athena” la cosca Fontana è, infatti, riuscita ad assicurarsi il controllo di una delle società miste partecipate dal Comune di Reggio Calabria, la Leonia S.p.a., affidataria del servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani, con la compiacente disponibilità di coloro che gestivano la società stessa. Più in generale, la cosca Fontana ha acquisito il controllo delle attività economiche legate al settore dello smaltimento dei rifiuti e della distribuzione di carburante, nonché della raccolta delle somme necessarie per il pagamento delle tangenti da corrispondere alle altre cosche che – una volta resesi conto della rimuneratività di tali affari – hanno preteso la loro parte.

Sulla base dei suddetti elementi, ed alla luce della ricostruzione economico-finanziaria svolta dai militari operanti, il Tribunale di Reggio Calabria ha qualificato le imprese confiscate come rientranti nel genus dell’“impresa mafiosa” in quanto, in relazione alle imprese stesse, “sussistono plurimi e convergenti elementi di fatto che consentono di sostenere che le società, a prescindere dalla provenienza delle risorse genetiche, che tuttavia nel caso in esame deve escludersi, si siano progressivamente ampliate e siano cresciute fino a diventare la realtà economica fotografata nelle indagini solo grazie alla personale attività dei proposti che sono così riusciti ad ottenere la stipula di contratti e aggiudicazioni del tutto al di fuori delle libere logiche concorrenziali attraverso lo sfruttamento delle proprie conoscenze”.

Oltre al sequestro ed alla confisca sopra elencati, la Guardia di Finanza di Reggio Calabria ha proceduto ad applicare la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale per 5 anni a Fontana Giovanni, al figlio Antonino per la durata di anni 4 e ai figli Francesco Carmelo, Giuseppe Carmelo e Giandomenico per la durata di anni 3.

redazione CN

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