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Fotoreportage: Africo, mistero e meraviglia fuori dal tempo

in cultura e società / Fotoreportage / media gallery

“Mi pareva di essere in un mondo strano, a me. Neppure in sogno mi poteva venire un paese così”, così dice mastro Filippo ne “La teda” di Saverio Strati, romanzo ambientato a Terrarossa, meglio detta Africo. Lui, ad Africo, ci aveva lavorato come muratore. E forse proprio come mastro Filippo, ci aveva lasciato il cuore.

Un viaggio in Aspromonte è un viaggio senza resistenze, tra il mistero dell’attesa e la meraviglia della contemplazione. Due dimensioni che si succedono camminando verso Africo antico, in Aspromonte orientale: una strada ben definita segna il percorso, fra curve dolci, pietre levigate dalla storia, castagneti che in autunno creano distese spinose. Si aprono alcuni scorci sul mare, ti ricordano da dove vieni: eppure non conosci nostalgia.

Improvvisamente dalla strada principale una monumentale costruzione, circondata dagli alberi da quasi un secolo, accenna a una remota presenza umana. Sembra un tempio in rovina, ma è una scuola. E’ il risultato dell’azione di uomo, Umberto Zanotti Bianco, animatore e protagonista dell’Animi che nel 1928 si reca ad Africo su richiesta di un sacerdote che lì prestava il suo servizio, disperato per le condizioni in cui gli abitanti vivevano; la povertà è infatti ciò che accomuna il racconto di Umberto Zanotti Bianco su Africo, “Tra la perduta gente”, a “La Teda” di Strati. Un reportage fotografico del 1948 di Tino Petrelli lo conferma. E la costruzione di una scuola in un luogo dove a fatica si riusciva a mangiare del pane nero fatto di lenticchie, orzo e cicerchia, ci racconta il desiderio di lasciare agli abitanti gli strumenti per potercela fare da soli, lassù fra le montagne.

Per Rofhls infatti Africo è “il più isolato paese dell’Aspromonte”, fondato su un costone di montagna a 670 m, ed è rimasto per secoli sperduto tra i boschi. I pochi punti di comunicazione sono con Bova e Brancaleone e confina con i paesi di Samo a nord, Cosoleto a nord-ovest, Staiti e Bova a sud, Sant’Agata del Bianco e Bruzzano a est, Roghudi a ovest. Qualcuno pensa sia stata fondato lì per fuggire più facilmente alle incursioni dei saraceni, ma vari indizi fanno supporre che ci fossero insediamenti precedenti alla colonizzazione greca dell’area.

La presenza dei monaci basiliani ad Africo è legata alla figura di San Leo, vissuto fra XI e XII secolo, la cui nascita è contesa con Bova. Secondo la tradizione fu sepolto ad Africo, ma le sue reliquie sono state spostate a Bova, eccetto un dito: ogni anno a maggio, per ricordarlo, si svolge un pellegrinaggio in contrada Mangioia, a un km da Africo antico.

San Leo è il protettore del paese e guaritore degli indemoniati che dovevano passare sotto la vara del Santo nel corso della processione per purificarsi. La disputa con Bova riguardo San Leo è antica e un motivo lo ricorda bene “Bova fu sempri latru pe stu paisi che finu a Santu Leu ddi rrobbaru. Mu dissiru li mei vecchi antichi – ca era tuttu d’argentu colatu. Sempri di jornu ddi l’hannu rrubatu e illu di notti sempri ha scappatu”.

Già ai tempi di Zanotti Bianco, Africo doveva apparire come un luogo dimenticato dal mondo, estraneo alla civiltà, se nel suo racconto cita una frase dell’Amleto che dice “time is out of joint”: perché le montagne hanno “protetto” il paese dal resto della Calabria e lo hanno avvolto in una nebbia fuori dal tempo. Africo è un mito di cui si è perso il senso e di cui ci restano solo reliquie fatte di ruderi vacillanti, scorci improvvisi fra mura sfondate, sentieri precari, un cimitero invaso dalla natura, una chiesa illuminata dal suo tetto ormai pericolante: queste le macerie di un passato che c’è pur stato e che il silenzio della montagna ormai conserva fra il mistero dell’incompreso e il fascino della lontananza.

Africo, il cui nome deriva da apricus cioè esposto al sole, luogo aperto, è un orto serrato che solo chi ha la pazienza e la perseveranza del cammino potrà forse intuire.

Dopo una terribile alluvione nel 1951, Africo, che ormai tutti chiamano Antico, ha smesso di vivere ed è diventato Africo Nuovo, trasferendosi sulla Costa ionica: gli abitanti furono costretti ad abbandonare la montagna per il mare, e se oggi domandi agli anziani del paese se si sentano più uomini e donne di montagna o di mare loro senza alcun dubbio rispondono che la montagna è la loro madre. E solo la poesia, con la sua sacralità, potrà raccontare bene questa ferita:

‘U celu spalancàu ‘i caterràtti
e ‘a terra era pronta ‘i mî ‘gghjùtti.
Tutta l’acqua chi ‘nto pajsi catti,
fici sbalàscj, portàu tanti lutti.
Non sî vitti lustru pe’ ‘na simàna,
nuddhu sapìa s’era notti o matìna;
no ‘nc’era cchjù ‘nu spangu ‘i terra chjàna,
‘a hjumàra calàva chjîna chjîna.
‘A muntagna, sî hjaccàu d’i bbotta,
à rburi e petri rumbulàru sutta;
d’intra ‘ddhi casi, mura di ricòtta,
non restàu mancu ‘na cannìstra rrutta.
Fu deportàtu pe’ llocu remòtu,
arràssu ‘i tuttu quant’û parentàtu…
Sugnu sfollàtu, sugnu ‘n’africòtu,
d’i nostargìa, ‘nu zzìngaru, malàtu!
[…]
Gianni Favasuli

di Ida Esperanza Triglia

foto di Nadia Lucisano

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