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Fotoreportage: Borgo Gumeno, un prezioso ed inaspettato incontro

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REGGIO CALABRIA – In questo mio viaggio di ricerca dei borghi disabitati in Calabria, solitamente mi avvalgo del supporto di libri che ne trattano il tema, di racconti di persone legate, in qualche modo, al borgo, e di mappe che mi indicano il percorso. Quello che è successo in questa occasione è davvero straordinario: per una volta non sono stata io a cercare, ma è stato il borgo a trovare me.

Sono uscita di casa, dopo pranzo, per raggiungere Sara e Matteo a Reggio Calabria per una passeggiata in cerca di fiori di Iperico, la mia preferita tra le piante, per la sua bellezza ma soprattutto per le sue numerose ed importanti proprietà terapeutiche. Negli anni ho realizzato una sorta di mappa dei luoghi in cui trovo man mano le erbe spontanee che mi interessano, e l’intento di oggi è quello di arricchire questo elenco di posti.

Lasciata la città, iniziamo a salire verso le colline di Gallina e pieghiamo poi verso Armo con l’intento di raggiungere il letto del torrente Valanidi.

Lasciamo l’auto nei pressi delle case di Arcoleo e continuiamo a piedi, su una strada sterrata, speranzosi di trovare i fiori gialli dell’Iperico.

Dopo un tratto di strada ci troviamo davanti un panorama invidiabile: su un dorso collinare (a meno di 600 metri s. l. m.) che sovrasta il letto del torrente, il degradare delle colline che sembrano accompagnare il Valanidi alla foce verso il mare. Da qui, lo Stretto di Messina sembra un lago, con la Sicilia a fare da sfondo. Con gli occhi ancora pieni di tanta bellezza, volgo lo sguardo verso il basso e noto i tetti, alcuni diroccati, di una piccola frazione che sembrerebbe disabitata.

Saranno una ventina forse, comunque non più di trenta, casette in pietra. Alcune hanno subito interventi di ristrutturazione, ma la maggior parte di esse mantiene i caratteri tipici dell’architettura contadina di questa porzione di Calabria, con vani bassi e quadrangolari di pietra (di solito recuperata in loco), mattoncini e malta con coperture in legno e tegole a coppo, scale esterne, soffitti per lo più di tavole e i ricoveri per gli animali al pian terreno.

Ci addentriamo tra gli stretti vicoli in cui si snodano le case, o quel che di loro rimane, come un piccolo tesoro della memoria.

Non incontriamo nessuno, ma non è troppo distante la presenza dell’uomo in queste vie, e lo si evince dallo stato dei piccoli orti che circondano le abitazioni. Infatti, tra le grandi querce e i noci, ci sono alberi d’ulivo certamente secolari, piante di fichi d’india, diversi alberi da frutta (ciliegi, prugni, fichi, peri, peschi), vigneti e i solchi pronti ad accogliere la semina e il trapianto degli ortaggi di stagione.

Molte le porte aperte che permettono di visitare l’interno delle case.

E’ per me familiare ormai trovare, tra le stanze, la vegetazione che si fa spazio negli anni tra le fessure delle strutture, o anche oggetti personali che ricordano la vita umana vissuta all’interno.

Capisco bene lo stupore di chi mi accompagna nel vedere ancora vestiti appesi negli armadi, scarpe, documenti e fotografie nei cassetti, utensili da bagno o da cucina, cassette con le bottiglie per le conserve future, mobili non ancora del tutto deteriorati.

Sembra quasi che il saluto al borgo sia avvenuto frettolosamente e che non ci sia poi stata la possibilità negli anni di tornare a recuperare ciò che era stato lasciato.

Nella storia dei borghi abbandonati, però, ci sono anche testimonianze che raccontano della volontà di lasciare il posto tralasciando gli oggetti nella casa, per così dire brutta, con l’intima speranza di ricostruire ex novo una vita in una abitazione con arredo, abiti ed utensili nuovi, quasi a voler abbandonare il ricordo di quella che forse fu una vita di difficoltà e stenti.

Proseguiamo incuriositi fino alla fine del piccolo borgo, ancora senza conoscerne nemmeno il nome, riprendendo la via principale che porta a valle. Dopo poco ci viene incontro una macchina con a bordo una coppia di anziani signori che rientravano probabilmente dalla campagna. Li invito a fermarsi e approfitto finalmente per chiedere notizie circa questo luogo appena visitato.

Il piccolo borgo si chiama Gumeno, frazione del comune di Reggio Calabria. E’ un borgo rurale che fu abbandonato a causa dell’alluvione che tra il dicembre 1972 ed il gennaio 1973 colpì l’intera Regione devastando molti siti. Gli abitanti si trasferirono più a valle, nel comune di Rosario Valanidi.

Ci indicano inoltre un piccolo insediamento di case popolari che furono costruite, appena qualche tornante più in basso, negli anni ’50, ma le cui sorti non furono fortunate a causa dell’inadeguatezza infrastrutturale e della scomoda posizione.

Senza pensarci nemmeno un minuto, quasi al tramonto, ci incamminiamo diretti a questo nuovo nucleo di case. Effettivamente la loro posizione è abbastanza isolata, e devo dire anche triste è la vista di questi grandi prefabbricati, con moduli dimensionali tutti uguali, che sono rimasti qui sulla collina. Al loro interno tracce di una vita passata: armadi, abiti, stoviglie ed effetti personali, i cucinini tutti uguali. All’esterno la vasca con la fontana comune e anche qui tutto intorno la vegetazione spadroneggia.

Durante la risalita commentiamo quel che abbiamo visto non senza stupore. E’ davvero appagante per me ascoltare le percezioni di chi non è troppo abituato a tali avventure e sentirne l’emozione che questo salto nel tempo produce.

Così ho aggiunto un altro tassello a questo mio bel viaggio: il piccolo e grazioso borgo Gumeno, un prezioso incontro inaspettato.

Servizio e foto di Nadia Lucisano

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