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Fotoreportage: come su una mongolfiera per i vicoli di Badolato

in cultura e società / Fotoreportage / media gallery

BADOLATO – Siamo sulla costa ionica Calabrese, la provincia è Catanzaro ed è quasi il tramonto quando raggiungiamo il borgo medievale di Badolato. Di ritorno da due rilassanti giorni nei freschi boschi della Sila sulle rive del lago Cecita, risentiamo un po’ del cambio climatico, il termometro dell’auto segna 35°, il cielo è terso e approfittiamo, giusto il tempo di rinfrescarci, per un tuffo in mare. Durante la risalita verso Badolato lo scenario che ci accompagna è colorato di blu, verde ma soprattutto giallo, un gioco di cromie particolare e caratteristico di questa costa.

Dopo una serie di tornanti si intravede il borgo con l’alta cinta muraria, le chiese (ci sono ben 14 chiese tra il borgo e i dintorni) e le porcilaie appena fuori le mura, tutto raccolto su questo crinale a 240 metri s.l.m., sulla vallata attraversata del torrente Gallipari.

Sembrerebbe piccolo, ma piccolo non è.

Le sue origini risalgono al tempo di Roberto il Guiscardo Duca di Calabria (1080). Fu poi feudo di diverse famiglie nobiliari (Ruffo, Di Francia, Toraldo, Ravaschieri, Pinelli e Pignatelli) e importante punto di riferimento religioso, frequentato da monaci Basiliani, Francescani e Domenicani che costituirono numerose confraternite tuttora operanti.

Numerosissime sono le accezioni circa il toponimo: secondo il Barrio deriverebbe dalla parola greca vadome che significa “prediligo”; per l’Aceti dalle due parole greche bàtos (profondità) e latòn (che si nascose); Caporale lo fa derivare mitologicamente dalle parole greche bàdos (cammino, passaggio) e Latò (Latona) per significare che da qui passò Latona in fuga verso l’isola di Delo per sfuggire alle ire di Era tradita da Zeus; per Gustavo Valente il nome potrebbe derivare da quello del barone Filippo di Badolato. Qualcuno ancora lo vorrebbe in origine come “Vadolato” che potrebbe significare “accanto all’acqua” o “acqua larga, abbondante” dalle parole latus (largo) e voda che in lingua russa significa appunto “acqua”.

Il borgo subì, dagli anni ’50, un progressivo spopolamento causato dall’emigrazione dei suoi abitanti, tanto che l’amministrazione decise, nel 1986, provocatoriamente, di metterlo in vendita. Dei 4.800 abitanti del 1948 ne rimasero circa 300.

Ma fu poi un altro il motivo grazie al quale si arginò il problema dell’abbandono del paese: nel dicembre del ’97 una nave, Ararat, naufragò sulla costa con a bordo circa 800 persone di nazionalità curda. L’emergenza umanitaria fu superata in modo esemplare, gli abitanti (che avevano fresco il ricordo sofferente dello svuotamento del loro paese a causa dell’emigrazione) accolsero i profughi donando le chiavi delle abitazioni vuote al sindaco, circa 20 e tutti gli artigiani locali contribuirono alla ristrutturazione degli alloggi.

Il tutto mentre nel resto del territorio italiano si progettava la legge Turco-Napolitano, che istitutiva dei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE); poi chiamati Centri di Permanenza Temporanea (CPT) e servivano a trattenere tutte le persone approdate in Italia senza documento di identità per 30 giorni.

In poco tempo quindi il borgo fu ripopolato con una reale integrazione che constava anche di manifestazioni comuni che riportavano le tradizioni locali di entrambe le popolazioni. Oggi per le strette vie si respira davvero un’aria internazionale. Pochi curdi sono rimasti del gruppo originario sbarcato dall’Ararat, ma oggi l’integrazione è evidente con gli acquisti di alcune abitazioni effettuate da persone provenienti dal nord Italia, dalla Svizzera, dalla Germania. E’ in questo luogo, insieme a Riace (RC), che Wim Wenders girò “Il volo” con Ben Gazzarra, sulla realtà dei rifugiati politici.

Sentiamo forte, camminando per i vicoli che si sviluppano a forma di gironi concentrici da piazza Castello (su cui sorgeva appunto il Castello e che ha ospitato per qualche anno un festival di musica tradizionale, il Tarantella Power), un contrasto piacevole tra il passato, la storia, e un misto di lingue e accenti delle persone che incrociamo; una piacevole multiculturalità che non stona. Camminiamo così tra antichi palazzi, i portali in granito locale, le porte, le chiese, le case con spaziose verande tutte in pietra, qualche abitazione dismessa, diroccata, fino a giungere a porta ‘e Japacu, originariamente la porta d’accesso, da cui si allarga la vista fino al golfo di Squillace, su cui domina la Chiesa dell’immacolata dove ci fermiamo un po’ per riprendere fiato. Da qui vediamo il paese che risale sul colle, di fronte, su un’altra collinetta (Petta degli Angeli) il convento Francescano di Santa Maria degli Angeli e poi la vallata che giunge alla costa e lo Ionio. Dopo aver recuperato le energie e colmato gli occhi di tanta meraviglia siamo pronti alla risalita verso la piazza centrale per poi rientrare a casa.

Mi piace raccogliere le sensazioni che i luoghi, di volta in volta, suscitano a chi mi segue in questi piccoli viaggi calabresi. A tal proposito di Badolato mi è stato detto: “E’ un posto bellissimo, davvero suggestivo, sembra di stare per aria, di sorvolare la costa come fossimo su una mongolfiera!”.

E’ davvero bello per me leggere negli occhi dei miei compagni di viaggio che si succedono, lo stupore per la riscoperta delle nostre origini comuni, vedere quanto appaghi, in chi torna in Calabria per brevi periodi all’anno, la vista di tanta bellezza.

servizio e foto di Nadia Lucisano

  1. […] Adesso, in questa lettera n. 3, riporto alcune delle belle e intense 24 foto e l’intero testo a firma di Nadia Lucisano per come pubblicati nel seguente sito domenica 2 agosto 2015, quindi, abbastanza recentemente:  http://www.calabrianotizie.it/fotoreportage-come-su-una-mongolfiera-per-i-vicoli-di-badolato/ […]

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